Conosciamo Fabio Giovannini


fotoNoir Italiano: Ciao Fabio, benvenuto a Noir Italiano. Posso offrirti un caffè, magari “in ghiaccio” data la temperatura. Può andar bene?

Fabio Giovannini:… credo che quando uscirà l’intervista non farà più tanto caldo...(colpa del curatore del blogghettino, ndr)

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

FG: Tutto il contrario di quello che intende la vulgata giornalistica ormai corrente. Solo in Italia, nel mondo, si usa il termine noir per definire qualsiasi giallo o poliziesco, anche quelli a base di commissari e marescialli. Il noir è estremo, cupo, senza lieto fine, se ci sono poliziotti sono corrotti o fuori di testa, i protagonisti sono sempre degli sbandati o delle persone comuni precipitate all’improvviso in situazioni drammatiche. E considero anche il vero “noir” un genere da innovare e superare. Io, del resto, ho partecipato con il mio alter-ego Ivo Scanner alla nascita vent’anni fa del movimento “neo-noir”, che non a caso metteva già il prefisso “neo” davanti a un termine che in Italia non era ancora diventato di moda.

NI: Come mai hai deciso di cimentarti con il noir?

FG: Ripeto che preferisco la definizione di “neo-noir” a indicare la ricerca di nuovi percorsi che non imitino il genere del passato. Nel 1993 è nato il movimento di scrittori italiani che si sono definiti appunto “neo-noir” e in quel periodo ho pubblicato i due romanzi La borsa di Togliatti e Le mani del Che. Il mio è un noir che si contamina con il romanzo d’azione, la fantapolitica, l’horror e il fantastico. Il noir mi sembrava il genere letterario più adatto per raccontare storie dure ed estreme, capaci anche di mettere a disagio il lettore.

NI: Per te noir significa solo letteratura d’intrattenimento oppure il tuo scrivere ha una valenza “sociale”?

FG: Il noir è senz’altro intrattenimento, ma deve permettere al lettore anche di riflettere. La riflessione può riguardare la dimensione esistenziale, ma anche quella politica. Molti grandi autori del noir classico hanno descritto abilmente la situazione sociale del loro tempo, spesso meglio di un saggio sociologico. E di recente, anche in Italia, diversi scrittori definiti”noir” hanno ambientato le loro storie tra gli intrighi politici o finanziari di oggi. Io personalmente non voglio “mandare messaggi”, ma nella mia formazione la politica ha avuto un ruolo importante e se ne ritrovano molte tracce anche nei miei romanzi. Tra l’altro, sto preparando una mia raccolta di racconti che vorrei intitolare proprio “Orrori sociali”.

NI: Come affronti la scrittura? Preferisci stendere una scaletta o ti lasci guidare dalla fantasia?

FG: Gli appunti preparatori sono sempre importanti. Dopo aver delineato il percorso della trama, aggiungo le notazioni necessarie per le ambientazioni, i luoghi dell’azione, effettuando ricerche approfondite o basandomi su realtà che ho conosciuto di persona.

NI: Hai un luogo preferito dove scrivere?

FG: A casa scrivo al computer, se posso mi porto dei quaderni e una penna in vacanza o dovunque vada, per scrivere a mano, la condizione forse che preferisco.

NI: Scrivere un noir richiede una notevole documentazione. Come affronti la cosa?

FG: Ho un archivio piuttosto consistente, accumulato negli anni, che mi permette di trovare le fonti e i dati necessari. Ovviamente Internet è oggi una risorsa insostituibile.

NI: Noir. E’ possibile utilizzare la fantasia o l’aderenza alla realtà dev’essere totale?

FG: La fantasia è obbligatoria! Si deve utilizzare la fantasia, altrimenti non è noir. Rifuggo dal neo-neo-neorealismo, che ci propone la cronaca nera o giudiziaria sotto forma di fiction. Se devo immergermi in cupe vicende della realtà, preferisco un telegiornale o un programma tv, anche trash, che parli di delitti e intrighi, piuttosto che leggerne l’abbellimento letterario sotto forma “realista”-

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

FG: Che Guevara in una poesia scritta nell’estate del 1967 parlava del “proiettile più bello di questa pistola che sempre mi accompagna”. Ecco, questa mi sembra una buona frase noir.

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