Al Custerlina ci svela i segreti del thriller storico


copertina (1)Dopo Franco Forte, Alfredo Colitto e Luca Filippi, ecco un altro autore che viene a raccontarci i segreti della scrittura di un noir ambientato nel passato. Si tratta del triestino Al Custerlina, autore de “All’ombra dell’impero”, una trilogia di romanzi che raccontano la Trieste di inizio ‘900. Tirate fuori carta e penna, cari Scerbanenco di domani.

Noir Italiano: Ciao Alberto, grazie per la disponibilità. Cominciamo subito: perché ambientare dei romanzi noir nel passato?

Alberto Custerlina: Molto spesso il passato è lo specchio del presente: nel mio caso, per esempio, ci sono molti punti di contatto tra la situazione di Trieste a cavallo tra ‘800 e ‘900 e quella attuale, per non parlare dei passaggi di secolo, che a mio vedere hanno mostrato grandi similitudini a 100 anni di distanza uno dall’altro. E poi c’è sempre l’irresistibile fascino dell’esplorazione di un mondo che non esiste più attraverso la lettura di un libro. Infine, una chiosa: nel caso di “All’ombra dell’Impero – Il segreto del Mandylion”, siamo fuori dai canoni del noir e molto più vicini al giallo e al romanzo del mistero e d’avventura di una volta.

NI: Il tuo romanzo racconta la Trieste a cavallo tra impero Asburgico e regno d’Italia. Che tipo di lavoro di documentazione hai dovuto affrontare?

AC: Trieste, all’epoca, era pienamente austriaca (lo era dal 1382), ma per la sua posizione geografica e per la sua vocazione commerciale era abitata da molte etnie, tra le quali la più numerosa era quella italiana. Dalla metà dell’ottocento, dopo il Risorgimento, si erano sviluppate molte tensioni politiche irredentiste che avevano reso Trieste una città “contesa” tra un Regno e un Impero. In questa situazione esplosiva, che ha lasciato molti segni ancora oggi ben visibili, ho dovuto documentarmi non solo sugli eventi politici che accadevano in città, ma anche sui sentimenti che animavano le persone che vi abitavano. E poi, naturalmente, mi sono dovuto documentare sull’ambiente, sulla toponomastica dell’epoca e su tutti quegli aspetti della vita quotidiana che servono per dare profondità e credibilità ai personaggi e alle loro azioni.

NI: Quanto tempo dedichi alla ricerca prima di cominciare la stesura di un romanzo?

AC: Per l’ultimo romanzo, la ricerca storica è durata quasi tre anni, ma non è stata un’attività esclusiva, nel senso che intanto ho scritto anche un romanzo d’ambientazione contemporanea (Cul-de-sac) oltre a qualche racconto e articolo. Inoltre, va considerato che la ricerca storica è un’attività che ha una sua lentezza intrinseca, fatta di spostamenti fisici per consultare gli archivi, della lettura dei materiali, della sintesi delle informazioni e dell’organizzazione dell’archivio personale. Per fortuna “All’ombra dell’Impero” è una trilogia, per cui la stessa documentazione mi verrà buona per altri due romanzi (con solo qualche piccola aggiunta che ora non ti posso rivelare).

NI: Consiglieresti di utilizzare internet per effettuare una ricerca storica per un giallo?

AC: Sì, Internet è stata una miniera insostituibile e inesauribile (per esempio, ho trovato molti dati utilissimi su archivi ufficiali austriaci pubblicati online), ma consiglierei anche di fare molta attenzione all’attendibilità delle fonti e d’incrociare i dati con altri media, come gli articoli di giornale dell’epoca reperibili negli archivi fisici, le pubblicazioni di carattere storico e le foto d’epoca (quando possibile), che sono un ausilio incredibile per entrare nel mood giusto dell’ambientazione. Infine, da non disdegnare anche le informazioni che si possono ricavare dalle inserzioni pubblicitarie d’epoca. Naturalmente, questo tipo di ricerche così ampie si possono portare a termine soltanto quando l’epoca storica di riferimento ci fornisce una documentazione tanto vasta. Se invece dovessimo scrivere una storia ambientata in un passato più lontano, per esempio all’epoca sumera, allora avremmo meno materiale da ricercare e più invenzione da mettere in campo. Attenzione, però, a non fare come in Jurassic Park, dove per riempire i buchi del DNA di dinosauro è stato usato materiale genetico contemporaneo, che ha dato origine a comportamenti non prevedibili e sicuramente fastidiosi.

NI: Com’è possibile ricostruire il modo di pensare di un personaggio del passato senza cadere nella banalità o nello stereotipo?

AC: Io l’ho fatto in questo modo: ho letto (o avevo già letto) molti autori che avevano vissuto e scritto di quell’epoca (o poco prima). Ne cito alcuni: Italo Svevo e Giani Stuparich (per la Trieste dei primi ‘900), Arthur Conan Doyle, Charles Dickens, Wilkie Collins, Bram Stoker, Herbert George Wells, Jules Verne ed Emilio Salgari. In questo modo ho potuto entrare nel pensiero vittoriano (al confine con l’edwardiano, nel mio caso) per provare a farne mia almeno una parte. Poi, naturalmente, va sempre considerato che ho scritto un romanzo e non un saggio storico, per cui qualche concessione moderna va sempre lasciata, se non altro per renderlo più appetibile al lettore contemporaneo. Riguardo agli stereotipi (che sono il male peggiore della letteratura di genere contemporanea e non riguardano solo il romanzo storico), secondo me li si può evitare cercando di non copiare i personaggi degli altri autori o dei mostri sacri della letteratura, ma limitandosi a ispirarsi, completando il lavoro attraverso il proprio stile e le proprie invenzioni.

NI: Quali sono, secondo te, gli elementi che rendono un giallo storico ben ricostruito?

AC: In primis, la profondità della ricostruzione storica fin nei minimi dettagli, soprattutto al livello della vita quotidiana dei personaggi. Riporto a titolo d’esempio alcune delle mille domande che mi sono posto durante la preparazione e la stesura de “Il segreto del Mandylion”. Com’era l’igiene giornaliera di una famiglia borghese? Come scaldavano le case? Quanto diffusa era la corrente elettrica? E il telefono? E cosa pensava la gente del telefono? Quanto veloci andavano le carrozze? Come sceglievano l’abbigliamento al mattino? La colazione com’era composta? Cosa si mangiava a pranzo? Quali guasti poteva subire una bicicletta? La macchina da scrivere era diffusa? Eccetera eccetera.

Certo, a una prima occhiata possono sembrare domande esageratamente pignole, ma quando le risposte le inserisci nel romanzo, allora sì che sei riuscito a ricreare lo spirito di un’epoca e una sua rappresentazione tridimensionale. E ci puoi scommettere che il lettore se ne accorge e apprezza.

NI: Si deve per forza di cose attenersi alla realtà storica oppure è concesso forzare la mano su alcuni aspetti storici, magari inventandoli, pur di rendere più funzionale la storia ?

AC: Un romanziere non scrive saggi storici, per cui la componente d’invenzione non solo è permessa, ma è assolutamente necessaria; ovviamente sempre restando nei parametri dell’epoca (per esempio, non si può inserire una macchina fotografica a pellicola in un romanzo ambientato nel 1850 solo perché fa comodo che un personaggio la possa occultare sotto al cappotto, ma si può inserire nella narrazione un evento mai accaduto che diventa, appunto, la nostra invenzione romanzesca). E se ci pensi, una cosa del genere viene fatta anche per i romanzi contemporanei, perché se ci limitassimo alla cronaca reale, tutti noi scrittori saremmo solo dei giornalisti. Attenzione, però, a non distorcere troppo gli eventi veramente accaduti fino a renderli irriconoscibili o poco credibili.

NI: Quali sono gli errori che non vanno commessi nello scrivere un noir storico?

AC: Alcuni li abbiamo citati di riflesso parlando delle buone pratiche; aggiungerei una maggiore attenzione allo stile della lingua, che non può essere del tutto moderno, pena lo stridere come unghie sulla lavagna del confronto tra le parole utilizzate e i fatti narrati (insomma, di norma non metterei un dialogo “tarantiniano” farcito di turpiloquio in bocca a un personaggio vittoriano o quanto meno lo doserei con molta parsimonia); e poi, massima attenzione nell’accuratezza dei dettagli tecnico-scientifici (se ci sono nella narrazione) e precisione riguardo ai rapporti sociali tra le persone (che erano diversi da quelli odierni).

NI: Ti ringrazio e mi congedo con una domanda: perché ami così tanto scrivere romanzi ambientati nel passato?

AC: Finiamo come abbiamo iniziato: chi dimentica il passato è condannato a rifare gli stessi errori. In più, va considerata la mia infinita passione per la Storia.

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