Viene a trovarci Roberto Carboni


523901_497273646963619_1511014698_nNoir Italiano: Ciao Roberto e benvenuto. Facciamo due birre?

Roberto Carboni: Vada per la Guinnes, o una rossa doppio malto.

NI: Cosa significa per te noir?

RC: Quanti giorni ho per rispondere? Per capire bene il noir è utile rapportarlo al giallo, perché diversamente da quanto si crede non esistono due generi altrettanto lontani tra loro. Perfino il romanzo d’amore è più vicino al noir di quanto non lo sia il giallo. Il giallo è un “genere” per antonomasia, rigidamente inscritto nei suoi meccanismi. Il noir al contrario non è affatto un genere, ma un modo di vedere il mondo. Perché contrariamente dal giallo non ha regole, non segue schemi e soprattutto non è politicamente corretto. Voglio dire, quando leggiamo Maigret, sappiamo fin dall’inizio che il commissario scoprirà l’assassino, che non sarà ucciso, che non diventerà tossicodipendente e che la signora Maigret non chiederà il divorzio. Eppure funziona alla grande. Per un milione di ottimi motivi.

La definizione che più mi piace del giallo è che: è una scommessa che speriamo di perdere.

Il giallo è rassicurante, alla fine la società sarà percettibilmente migliore di quello che era all’inizio. C’è un forte valore sociale. Il Noir al contrario segue la sua strada (e la seconda legge della termodinamica: l’entropia. Secondo la quale tutto degenera) e si disinteressa dei buoni propositi (il mio secondo romanzo s’intitolava appunto: Per i buoni sentimenti rivolgetevi altrove).  Il noir è uno sguardo deformato sul mondo reale e postula (con assoluta verità) che l’intera società è malata, e il criminale è solo diversamente guasto dal marciume che gli sta attorno. L’atto criminale pertanto è “quasi” (le virgolette sono obbligatorie) un atto di legittima difesa nei confronti di una società disumana. Crudele e che schiaccia l’individuo.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

RC: Per caso. Ero un giocatore agonista di scacchi, nella mia vita precedente (prima dei 37 anni). Anche ora è come se giocassi a scacchi, ma invece che tentare di distruggere chi sta dall’altra parte, cerco di intrigarlo e farlo sognare. Vuoi mettere?

NI: Cosa rende Bologna una città da noir?

RC: Me lo sono domandato per lungo tempo prima di arrivare alla risposta. Effettivamente le tre città-scuola italiane sono Bologna (Gruppo 13), Milano (La scuola dei duri) e Roma (Neo-noir). Bologna sembra accogliente, pacifica e bonacciona, e allora perché tanto mistero? Perché è anche una delle città del triangolo magico-esoterico? Sono stato ospite in un castello, e durante il giorno il proprietario mi raccontava delle leggende che lo abitavano. Voci, presenze, fantasmi… E io sorridevo. Tutti i castelli devono avere gli spiriti!

Ma poi è venuta sera, si è fatto buio, e allora in questi saloni, con i quadri che mi fissavano, gli scricchiolii, i mobili e i sotterranei… tutto è diventato spaventoso. Al buio il castello aveva smesso di essere familiare ed era diventato il Castello. E così è Bologna, appena viene la sera se ti addentri per i vicoletti percepisci il mistero e ti sembra di vivere tutta la storia e le persone che hanno abitato il centro. Come essere attraversati dai fantasmi. La sera Bologna mostra il suo lato inquietante, e improvvisamente sai perché proprio qui il noir è così radicato.

NI: Sei un taxista, quanto della tua attività viene riflessa nei tuoi romanzi?

RC: Ero un tassista. 18 anni in giro a imparare la mia città. E’ stato fondamentale per affinare il mio modo di vedere le cose. Non riporterei mai nei miei romanzi la realtà umana che ho incontrato (sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti di chi si è confidato con me), e poi è molto più importante assorbire l’umanità di chi sale sul tuo taxi. Percepirne le emozioni, gli stati d’animo. Uno scrittore deve innanzitutto emozionarsi se poi vuole emozionare gli altri. E facendo il tassista ne hai la possibilità. Carichi uomini appena usciti da 10 anni di galera, che sono smarriti, impauriti e si guardano intorno e non conoscono più il mondo, i vestiti, le auto, i palazzi e le strade. Carichi prostitute che ti raccontano della loro vita. Persone che hanno appena divorziato, gente che esce dal pronto soccorso o da un trattamento sanitario obbligatorio. Se hanno voglia di parlare, ognuno di loro è una possibilità unica di imparare qualcosa, e anche di diventare migliore, apprendere da un altro essere umano.

NI: Come organizzi la scrittura? Lasci che sia lei a guidarti o preferisci usare delle scalette?

RC: Per partire a scrivere un romanzo ho bisogno dell’inizio (perché mi darà la “voce” che guiderà il lettore per tutto il libro. E ho bisogno di conoscere la fine, perché mi indica dove devo arrivare.) Vi ricordo che la fine di un romanzo noir non deve essere “perfetta” come accade nel giallo, ma deve essere perfettamente deformata, in coerente linea con la deformazione che ci ha guidato per tutta la storia.

Una volta che ho questi due paletti, partenza e traguardo, creo una piccola sceneggiatura di qualche pagina. Dopodiché scrivo, scrivo, scrivo e scrivo senza sosta. Sono uno dei pochi autori che si sente dire dall’editore che dovrebbe lavorare di meno. Ma non ci riesco, amo troppo quello che faccio.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

RC: E’ una domanda alla quale bisogna rispondere in maniera composta. Scrivere non è solo scrivere, ma anche pensare a cosa deve finire sulla pagina di Word. Magari scrivo solo quattro o cinque ore al giorno (a volte il doppio), ma la maggior parte della giornata (e anche fette di notte) la passo pensando a cosa scriverò quando mi troverò di nuovo al Pc. In questo modo accendo il portatile  e scrivo di getto, o meglio, scrivo quello che ho già metabolizzato.

NI: Ti ringrazio, regalaci una frase noir…

RC: Tratta dal mio ultimo romanzo, Bologna destinazione notte (la fase Monk). Fratelli Frilli Editori.

Al il pazzo, quarantanove anni sulla carta d’identità, cento inverni negli occhi.

Perché il noir, diversamente da ciò che si crede, non è sangue gratuito (la descrizione minuziosa delle torture non è valore aggiunto) sesso a tutti i costi o altre bassezze. Il noir è l’indagine psicologica delle personalità border-line, e il resoconto verosimile delle devianze che ne derivano. Se sai fare questo, non hai bisogno di nessun trucco per toccare in profondità il lettore, regalandogli quindi la meraviglia che vale il tempo (meraviglioso) speso a scrivere.

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