100 modi di morire in un libro #15


Morte

Come si moriva nel 1544? Come si muore in un libro ambientato nel 1544? Dipende da chi scrive il libro, dipende da dove è ambientato il libro, di sicuro ne “L’isola dei monaci senza nome” di Marcello Simoni, in quanto a morti e modi di morire, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Partendo dai vari metodi di tortura usati per far parlare le spie e i traditori, si passa ai corsari e ai guerrieri, dove non mancano tutte quelle armi che vanno dal pugnale, alla daga passando attraverso mazze e scimitarre dalle lame ricurve. Ma essendo nel 1500 non mancano neppure le armi da fuoco come gli archibugi o i vari calibri di cannoni con cui erano attrezzate le navi da combattimento. Fra le molteplici scorrerie perpetrate dai vari eserciti non mancano neppure le balestre o le picche, e se vogliamo non manca neppure il veleno, quello che impregna una lama che porterà alla vendetta.

Chiacchieriamo con Marcello Simoni per cercare di capire quali sono i meccanismi letterari che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

NI: Ciao Marcello, bentornato su Noir Italiano.

MS: Ciao! È sempre un piacere.

NI: Senza voler rivelare nulla del finale e della lama avvelenata che hai scelto come modo di morire in questo libro, come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo?

MS: Per chi scrive narrativa, “inventare” un’uccisione non basta. Bisogna costruire una scenografia adeguata che metta in risalto la spettacolatità dell’atto, l’impeto di chi sferra il colpo mortale e il dolore di chi muore. Se poi trattiamo di romanzi storici, questi momenti servono anche a enfatizzare le tecniche di combattimento dell’epoca. Il cavaliere di Malta Leone Strozzi, ad esempio, compare nel mio romanzo maneggiando una spada e una daghetta, secondo le regole della scherma cinque-seicentesca. Ma ancora più spettacolari sono le scialuppe dei corsari turchi colpite dalle bocche da fuoco delle torri di guardia…

NI: Ne “L’isola dei monaci senza nome” si passa dai colpi di colubrina al fil di lama in una naturale soluzione di continuità. Quanto può essere importante e quanto può influenzare secondo te la narrazione lo specifico modo di morire di un personaggio?

MS: Le morti, nei miei romanzi, scandiscono i tempi della narrazione come i punti esclamativi di un dialogo. E come tali, non sono mai superflue. Servono sempre a mettere in risalto i colpi di scena, i momenti più drammatici o le peculiarità dei personaggi principali. Un terribile corsaro come Nizzâm, ad esempio, capo dei predoni che scendevano a cavallo dalle navi turche, non può limitarsi a passare a fil di spada un avversario. Dovrà spaccargli la testa in due con un colpo di scimitarra o scaricargli un’arma da fuoco in pieno petto. Non a caso ho tirato in ballo un personaggio mirabolante come il gigantesco Margutte, umile omaggio al Morgante di Luigi Pulci e al poema cavalleresco in generale.

NI: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

MS: Accadrà nel mio prossimo medieval thriller, in uscita a novembre. E parola mia, sarà una scena “folgorante”!

NI: Grazie per essere stato con noi assieme a Sinan, il Barbarossa e il mistero del Rex Deus nella classifica dei 100 modi di morire in un libro.

MS: Grazie a voi, e alla prossima!

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