100 modi di morire in un libro #14


MorteQuando ho letto questo passo a pagina 144 “«Come fai a dire che non è annegato, oppure ucciso dai selvaggi o perito in chissà quale altro bizzarro modo?»” non ho potuto fare a meno di compiere l’associazione mentale con la mia rubrica, anche perché sembra proprio scritto apposta. E da questa domanda che si pone uno dei personaggi me ne sono fatte altre. Come si muore in un romanzo storico? Come si moriva ai tempi della scoperta dell’America? Tutto questo dopo aver letto il nuovo romanzo di Leonardo Gori dal titolo “La città d’oro”. Un tuffo nel passato, un tuffo nella storia per una trama articolata colma d’intrighi, d’inganni e contro inganni. Ma come potrebbe essere diversamente visto che a tirare le fila dei personaggi è Niccolò Machiavelli? E dalla trama appunto “machiavellica” (perdonate la battuta) uno sguardo a quello che interessa a questa rubrica, ossia il modo di morire in un libro. In questo libro direi che si muore in termine di numero di morti soprattutto a causa di un morbo, una malattia o epidemia che dir si voglia. Ma è solo un passaggio della narrazione, come se a quei tempi in cui la medicina aveva ancora molto da dire e da scoprire, era normale morire a bordo strada abbandonati nei propri escrementi. Ovviamente ci sono le armi bianche, coltelli e spade, ci sono gli archi e le micidiali balestre, ci sono i colpi di cannone delle navi pirata e delle navi dei conquistadores. Ma quello che mi è rimasto più impresso, è quello prediletto dal “Gigante”. Una presa serrata e una torsione del collo che lascia la vittima a una morte immediata.

Chiacchieriamo con Leonardo Gori per cercare di capire se ci sono dei meccanismi predominanti per far morire un personaggio in un romanzo storico.

NI: Ciao Leonardo, bentornato su Noir Italiano.

LG: Ciao! È un piacere essere qui. Un bel brivido agghiacciante, immersi nella brodosa calura estiva…

NI: Quanto è differente, sempre se c’è una differenza, far morire un personaggio in un romanzo storico rispetto a un altro ambientato ai giorni nostri?

LG: Ahimè, la morte è sempre la stessa, non conosce epoche o latitudini. Nemmeno i mezzi per somministrarla cambiano: ferro, fuoco, veneficio, brutalità pura… Nel 1508 come ai nostri giorni. Oggi al massimo potremmo aggiungere le radiazioni da uranio impoverito e poco più. Soprattutto non cambiano i motivi per uccidere: passione, interesse, vendetta… Credo, ne “La Città d’Oro”, di aver offerto un ampio ventaglio di esempi. Quel che semmai può cambiare, in un romanzo storico, è l’atteggiamento dello scrittore verso la morte intesa come astrazione letteraria: per un uomo del Cinquecento, la morte è una finestra sull’infinito, un’esperienza metafisica, profondamente religiosa. E quindi lo scrittore può giocare sul contrasto tra tali elementi e la spietatezza di un mondo reale senza amore, in cui la morte si rivela per un abisso di nulla…

NI: Nel tuo romanzo “La città d’oro” si muore in tanti modi diversi. Quanto può influenzare la storia, secondo te,  uno specifico modo di morire?

LG: Volendo fare i romantici, ogni personaggio di un romanzo, o di un film, deve avere la morte che si merita: penso ai cattivi degli spaghetti-western, che morivano in modo sommamente trucido, rotolando nella povere o nel fango… Mentre il “buono” terminava la sua parabola terrena colpito a tradimento, con un’uscita di scena nobile e composta. Ne “La Città d’Oro” ho cercato di fare qualcosa di simile, perché mi interessava soprattutto giocare con le psicologie, ma anche con gli stereotipi della letteratura popolare. C’è un personaggio importante, non dirò quale, che di morti ne ha almeno due, nel romanzo! E ognuna ha un significato diverso, anche dal punto di vista formale, pittorico. Leggete e capirete…

NI: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

LG: Un mio amatissimo personaggio, nel prossimo romanzo, non muore: anzi, resuscita! Sarà, almeno spero, una bella sorpresa per chi lo ha incontrato per l’ultima volta, ormai, cinque anni fa. Ma non temere, ci saranno diversi morti anche lì.

NI: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro nella classifica dei 100 modi di morire in un libro. E speriamo di non incontrare il Gigante… o forse dovrei temere di più una donna micidiale?

LG: Ah, senza dubbio la donna. Tutti noi ne abbiamo incontrata almeno una, nella vita, in qualche modo simile alla Rose de “La Città d’Oro”… Quella da temere, però, sarà soprattutto l’ultima, come nella canzone di Paolo Conte.

Grazie per l’ospitalità, Noir Italiano, e alla prossima!

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