100 modi di morire in un libro #13


Morte“…Arma da fuoco. Potente. Da distanza ravvicinata. …” E’ il primo pensiero che il commissario Serra sintetizza quando viene messo davanti ai cadaveri nel libro “Venti corpi nella neve” di Giuliano Pasini. Come si muore in questo libro? Be’ ve l’ho già detto usando le parole dell’autore. Un noir con il classico investigatore, in un ambiente per nulla classico. Non siamo in una metropoli comandata da spacciatori o malavitosi, non siamo in una periferia compromessa dall’indifferenza. L’ambientazione è Case Rosse, piccolo borgo sull’apennino tosco-emiliano, dove tutti si conoscono, dove tutti sembrano sapere tutto degli altri, eppure anche in un posto così si muore. Ma il modo di morire seppur efferato è solo l’anticipo di una storia dove molti nascondono antichi segreti. Una storia noir che sa di storia vera con un unica concessione alla “danza” che permette al commissario Serra di avanzare nelle indagini. Ma non posso fare a meno di chiedermi, se invece di morire a colpi di fucile le vittime fossero morte in un altro modo, come sarebbe cambiata la storia?

Chiacchieriamo con Giuliano Pasini per cercare di capire quanto un modo di morire possa influenzare la storia che si racconta.

NI: Ciao Giuliano, bentornato su Noir Italiano.

GP: È un piacere tornare sul “luogo del delitto”. Noir Italiano è stato uno dei primi blog ad accorgersi dell’esistenza di me come autore. Speriamo non debba pentirsene!

NI: Come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo? E nello specifico, in “Venti corpi nella neve” è il modo di morire che condiziona la storia oppure viceversa?

GP: “Venti corpi nella neve” è nato anche come reazione a un filone di thriller molto americano, alla CSI per intenderci, in cui i killer diventavano sempre più fantasiosi e gli investigatori vincevano sempre grazie a sofisticate apparecchiature tecnologiche. Ho voluto riportare l’uomo al centro, creando un anti eroe come protagonista, con pregi e difetti molto umani. E molto umani sono anche i cattivi, gli assassini. È quindi la storia – in un duplice senso, intesa sia come trama e intreccio che come avvenimenti che hanno segnato un luogo e un’epoca – a condizionare il modo di uccidere, non viceversa. Non è un caso che ci siano persone impiccate con il fil di ferro che si usava per legare le balle di fieno in “Venti corpi nella neve”… e, purtroppo, non si tratta di invenzione o fiction.

NI: Io sono un fermo sostenitore della teoria che non è tanto importante cosa si racconta, ma come lo si racconta. Quanto può essere importante e quanto può influenzare in generale la narrazione, uno specifico modo di morire?

GP: Io la penso come te, anche perché nessuno ha più inventato una trama dopo Omero, tutti riscriviamo la stessa storia; possiamo solo cercare di essere nani sulle spalle dei giganti del passato e cercare di guardare un po’ avanti. Il giallo, poi, è un genere in cui i topos sono molteplici e quasi inevitabili, pena lo straniamento del lettore. Uno di questi è che ci deve essere un cadavere. Se c’è un cadavere, c’è un modo di morire. In molti casi, il modo in cui la vittima è stata assassinata – più che l’identità stessa della vittima, che magari è ignota – fa scattare nell’investigatore un meccanismo di immedesimazione che lo porta a decuplicare i propri sforzi. Quindi, fondamentale.

NI: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come si morirà nel tuo prossimo libro?

GP: Questa è facile. Il mio nuovo romanzo, “Io sono lo straniero”, è uscito pochi mesi fa. Nuovo editore (Mondadori), nuova ambientazione (le colline trevigiane del Prosecco), stesso protagonista: il commissario (ora sì, davvero!) Roberto Serra. E nuove vittime, tutte giovani, donne e straniere. E nuovi modi di uccidere. Non ne parlo, per non rovinare la lettura a chi vorrà scoprire chi è che rapisce le giovani straniere tra i vigneti del Veneto, ma posso dire che molto più che in “Venti corpi nella neve”, nel nuovo romanzo il modo in cui viene tolta la vita alle vittime è fondamentale per capire l’indole e le ragioni degli assassini.

NI: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro e un pezzo di storia, nella classifica dei 100 modi di morire in un libro.

GP: Grazie a voi, è stato bello… però l’altra volta mi avevate offerto da bere…

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...