Enrico Pandiani ci svela i segreti della scrittura noir


SignatureNoir Italiano: Ciao Enrico e bentornato a Noir Italiano. Partiamo subito: qual è la tua idea di scrittura noir?

Enrico Pandiani: Domanda difficile. La scrittura noir è quella che mi cattura, mi intriga, mi racconta cose che mi coinvolgono e che mi interessano. Amo soprattutto il noir dei personaggi, dei loro stati d’animo, delle loro storie. Non sono interessato a quel tipo di noir che mescola le territorialità e le appartenenze, che porta vicende tipiche di certi luoghi in altri dove non c’entrano nulla. Il fenomeno dei serial killer, per esempio, lo trovo abusato e ricalcato, poco genuino e in fondo noioso. Un altro genere che non amo sono quei nordici che alla fine scrivono dei romanzi “americani” ma con tutti i nomi sbagliati. Io sono convinto che la scrittura, noir on non noir, debba venire da dentro. Scrivere non è un mestiere, almeno per me, è il bisogno di raccontare ciò che ti vedi intorno dopo averlo filtrato nella tua testa. Raccontare ciò che vedono gli altri non fa per me.

NI: I tuoi romanzi sono molto precisi dal punto di vista degli armamenti utilizzati. Come ti documenti?

EP: Guarda, la questione delle armi, alla fine, non è che un divertissement. Partendo dall’assunto che le armi stanno al poliziesco come le mele stanno alla Tarte Tatin, bene o male ci devono essere. A me piacciono un certo tipo di pistole, quelle non troppo moderne, magari piuttosto vecchie, quelle pistole che accompagnavano ancora una certa bellezza estetica all’efficienza. Armi che avevano e hanno lunghe storie da raccontare, che evocano drammi e avventure. Oggi le armi sono tutte uguali, tutte fatte di polimeri, tutte efficienza. Le trovo fredde e poco interessanti. Come mi documento? Libri, Internet e, quando voglio sentire come ti pesa in mano un revolver, vado da un amico armaiolo.

NI: Consiglieresti internet come fonte per la documentazione?

EP:Anche se si dice in continuazione che la verità non sta nella rete, alla fine, rispetto alle enciclopedie di una volta, Internet è una fonte di informazioni sbalorditiva. Forse non sarà tutto sacrosanto, ma intanto te ne puoi andare in giro per il mondo senza muoverti dalla tua scrivania. Puoi girare per Londra, per New York, per Berlino, puoi alzare la testa, guardarti attorno. È pazzesco quello che puoi fare. Certo, visitare un posto sul serio è sempre più coinvolgente, ne puoi sentire gli odori, percepire le vibrazioni, capire come viene vissuto da chi ci abita. Se lo vuoi raccontare bene Internet non basta più. Per contro, oggi, non puoi nemmeno più pensare a quando non esisteva questo strumento meraviglioso. Sei costantemente collegato a Internet, quando scrivi, e trovare anche la più astrusa delle informazioni è questione di pochi secondi. Io lo trovo straordinario, non so se potrei farne a meno.

NI: Le tue scene di azione sono davvero molto coinvolgenti. Le immagini tutte prima di scrivere oppure le sviluppi mentre le stai scrivendo?

EP: Quando ho cominciato il primo romanzo, Les italiens, ho deciso che volevo allontanarmi dai cliché che vediamo al cinema, cercando di avvicinarmi il più possibile alla realtà. Per fare questo ho compiuto una lunga ricerca su Internet (appunto). Ho cercato testimonianze, rapporti, descrizioni di fatti accaduti, che mi dessero un’idea il più precisa possibile di quello che succede in una scena di azione violenta. Per dirne una, non esiste proiettile al mondo che ti sposti di un centimetro quando ti colpisce. Nei film volano tutti via come foglie, nei miei romanzi no. Io sono interessato al lato meccanico di una scena d’azione, mi piace immaginare cosa possa succedere realmente. E non cerco il compiacimento che vedo in molti romanzi splatter. Io faccio succedere un evento, in genere molto veloce, e lo descrivo al lettore coinvolgendolo nella sequenza dei fatti. La brutalità è nel gesto che compiono miei personaggi, non nelle sue conseguenze. E lì mi fermo. È il lettore che, se vuole, deve immaginare cos’è rimasto per terra. A me interessa di più il contraccolpo emotivo che l’evento lascia nei personaggi che vi hanno partecipato e che sono rimasti in piedi. Un giorno, durante una presentazione, il magistrato che introduceva ha detto che una scena d’azione nel mio quarto romanzo era la più realistica che avesse mai letto. Mi ha fatto molto piacere, perché è proprio quello che cerco.

NI: Utilizzi una scaletta oppure ti fai guidare dalla scrittura?

EP: La seconda che hai detto. Ma anche la prima. Dipende, a volte parto da un’idea, imbastisco a grandi linee la vicenda e poi comincio a scrivere. Altre volte butto giù un soggetto molto particolareggiato della storia e quando l’ho concluso e ne sono convinto lo scrivo. La prima maniera è la più divertente, ma anche quella in cui ti puoi inguaiare, tipo che tutte le idee geniali per il romanzo ti vengono quando l’hai quasi finito. Questo significa che devi tornare indietro, cambiare tutto e cercare di far tornare le cose alla luce delle nuove idee. Con il soggetto, tutto è più semplice, anche cambiare. Butti via uno stralcio e cambi l’imbastitura. Vai molto più sul sicuro e riesci a controllare meglio la lunghezza del romanzo. Però è meno divertente, perché iniziando subito a scrivere è un po’ come indagare assieme ai tuoi personaggi.

NI: I tuoi romanzi del ciclo de “Les Italiens” sono ambientati a Parigi. Com’è possibile ricreare l’atmosfera di una città in un noir?

EP: Non è una questione di “ricreare”. La vera sfida è raccontare come una determinata città o un certo luogo ti abbiano colpito con la loro atmosfera. E questo, andando in giro, ti succede in continuazione. Non importa in che città o luogo ti trovi, se osservi, guardi e fai attenzione vieni bombardato da centinaia di stimoli che ti provocano in continuazione idee per situazioni, dialoghi e sequenze. Ogni luogo ha un suo lato luminoso e uno più scuro. Dipende molto da cosa stai cercando in quel momento. A Parigi, per esempio, mi è capitato di trovarmi in determinati quartieri e, per tutta una serie di motivi, di esserne talmente colpito da decidere di inventare una scena o una sequenza da far svolgere proprio in quei dintorni. Altre volte, quando per esempio descrivo ambienti che nella mia vita hanno avuto un ruolo importante, decido di attingere al mio bagaglio culturale o alle mie esperienze passate. In questo caso costruisco un luogo inventato che non è altro che un miscuglio dei miei ricordi, delle sensazioni che ho avuto, dei film che ho visto e dei libri che ho letto. Un ambiente di fantasia che, siccome lo descrivo, diventa reale.

NI: Come sviluppi un personaggio?

EP:I personaggi occupano il settanta per cento della mia attenzione. Per me sono la vera anima di un romanzo. Se i personaggi sono superficiali o accessori o poco credibili e stereotipati, la storia non mi piace. Di conseguenza la loro preparazione è lunga e coinvolgente. Un personaggio è formato da tante parti; l’aspetto fisico, la sua storia pregressa, il suo carattere, le sue manie e le sue idee politiche. Quest’ultimo fattore è per me molto importante. Soprattutto ai fini di ciò che dirà e a come reagirà nei confronti degli altri protagonisti. Penso che non ci sia nulla di più facile che creare un personaggio esagerato, come un super eroe o un super cattivo, capace di tutto, inossidabile e invincibile. Molto più difficile è creare un personaggio umano, “normale”, nel quale i lettori si possano riconoscere, un personaggio che pur facendo cose, a volte, straordinarie, abbia comunque una sua fragilità, le sue debolezze e i problemi che abbiamo tutti quanti. Senza esagerare, ovvio, perché di sbirri depressi, che bevono come spugne, che fumano come turchi, odiano tutti e sono dei relitti, ne abbiamo proprio le palle piene.

NI: Hai un metodo che usi spesso per farti venire delle idee?

EP: Il solo metodo che ho è pensare.

NI: Una volta raggiunta l’idea di base, come affronti lo sviluppo della storia?

EP: In genere parto da qualcosa che ho visto, che mi ha colpito e che mi ha fatto venire un’idea. Di solito è una scena iniziale. Su questo embrione comincio a farmi un mucchio di domande: perché è successo, da chi o cosa è stato provocato, chi se ne avvantaggia, chi ci rimette, e via discorrendo. Pian piano la storia comincia a venire fuori assieme ai vari personaggi. Da quel momento è un susseguirsi di indecisioni, nuove idee, nuove possibilità. A volte i personaggi cambiano di ruolo, buoni diventano cattivi e viceversa e questo provoca mutamenti nella storia. Mi è capitato di rivoltare un romanzo come un guanto, di partire in una direzione e di decidere, magari a metà, di prenderne tutta un’altra. Bisogna tenere conto che durante la stesura di un libro, continui a vedere cose, incontrare gente, subire sollecitazioni dall’ambiente. Ognuna di queste cose può cambiarti le carte in tavola.

NI: Come si svolge la revisione del romanzo?

EP: Una volta terminato un romanzo iniziano una serie di riletture che di volta in volta portano cambiamenti, in genere piccoli ma anche grandi. Io ho questa convinzione, che alla fine un autore non è più in grado di giudicare ciò che ha scritto. Lo ha riletto troppe volte, è parziale, auto indulgente, conosce la storia così bene da non sapere più se funzioni, se ci sia suspense, se l’azione fili liscia o se ci siano svarioni inaccettabili. Per questo chiedo sempre a qualche amico fidato di leggerlo e di sparare a zero dicendomi quello che pensa. La loro lettura provoca ripensamenti e quindi ulteriori cambiamenti. Quando sono sicuro del risultato, consegno il manoscritto all’editore. A quel punto inizia il lavoro più importante, vale a dire la discussione con l’editor, figura a mio avviso fondamentale, con la quale si arriva alla versione definitiva del romanzo, quella che verrà pubblicata. In sostanza, il lavoro con l’editor è un puro mercanteggiare da suq; tipo io ti do questo e tu mi levi quello.

NI: ti ringrazio, sei stato gentilissimo. Lasciaci con un tuo personale consiglio.

EP: Non so se sono in grado di elargire consigli, sarebbe più realistico che qualcuno ne desse a me. Però di una cosa sono sicuro, la scrittura è una forza che ti viene da dentro, un bisogno fisico, come la lettura. Non esiste nulla che possa fermare la voglia di scrivere di una persona, non esistono delusioni né amarezze fintanto che uno è in grado di raccontare storie a sé stesso e si diverte nel farlo. Negli ultimi trent’anni per me è stato così, ho scritto per il puro piacere di farlo e non mi sfiorava nemmeno l’anticamera del cervello che qualcuno avrebbe mai pubblicato qualcosa di mio. È stata una lunga evasione e un divertimento assoluto. Oggi sento aspiranti autori dire che prima di cominciare un romanzo vorrebbero almeno sapere chi sarà l’editore. Io penso che a queste persone nessuno pubblicherà mai nulla. Il mio modesto consiglio e quello di sgombrare il campo da ogni velleità, di scrivere ogni momento libero, di leggere molto e di concentrarsi soltanto su ciò che si ha da dire.

Mi si dirà: eh già, fai in fretta, tu, a parlare, ti pubblica Rizzoli…

E allora? rispondo. Vuol dire che il mio consiglio funziona.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...