I commissari di carta


images (1)Riproponiamo qui un articolo di Gabriella Rocchi sui vari commissari che hanno popolato il romanzo noir.

“Le posso dedicare solo qualche minuto, quindi veniamo subito al punto” alto, capelli ed occhi corvini, sguardo indagatore, mascella squadrata (quasi fosse stata disegnata con la riga), pipa in bocca, veste un abito classico, scuro, ravvivato solo dalla cravatta a righe rosse. Così si presenta il Commissario Spada appena rientrato dall’ennesimo sopralluogo.

Prima ancora di avere il tempo di aprir bocca, riprende a parlare, come se avesse intuito (da buon detective) la domanda per la quale mi trovo nel suo ufficio:

Perché la gente ci ama? Perché legge le nostre imprese e spera sempre che abbiamo la meglio?” pausa. Aggrotta il sopracciglio e continua: “Non so darle una risposta precisa, signorina, so, però, che noi raccontiamo le paure, le tensioni, le trame nascoste. Quelle stesse trame che nella vita di tutti i giorni non si raccontano. Ciò che viene portato alla ribalta delle cronache è solo il primo strato di una realtà che vale la pena di conoscere in profondità e che nessuno percepisce, oltre a noi che la viviamo, e che neppure i giornali consegnano al pubblico” pausa.

Tira una boccata dalla pipa poi prosegue: “Noi, noi che facciamo parte del <poliziesco>, o meglio: NOI che siamo il poliziesco, veniamo visti da VOI come coloro i quali, con la loro presenza di carta stampata, di celluloide sono in grado di affermare che si muore sempre per un motivo mettendo a tacere per un po’ la paura che, VOI con il vostro essere di carne, nutrite da sempre. In realtà, tutti sanno che si muore anche per niente, per una caduta o un incidente, per una banalità insomma, ma la nostra presenza serve a distogliere per un attimo la vostra paura di “morire accidentalmente” sussurrandovi all’orecchio, attraverso i nostri racconti e le nostre gesta: <<non ti preoccupare, la morte non è un caso>>. Come, non è chiaro?” pausa. Mi scruta e prosegue: “Se si controlla la causa, si controlla anche la morte, perché nel poliziesco arriva sempre per un motivo preciso e riconoscibile.” aspira nuovamente dalla pipa e continua il suo monologo “Se non vai in quel quartiere pericoloso sarai al sicuro, se non ti mischierai con certe situazioni non ti accadrà nulla. Questo è il motivo principale che ha determinato i nostri natali, sin dalla prima volta, sin dalla nascita di Augusten Dupine. Io, Maigret, Derrick, Colombo, per citare solo alcuni dei miei colleghi, siamo i Poliziotti, i Detective che consolano il vostro io, che vi fanno sentire al sicuro. Il nostro essere di carta, di celluloide, tranquillizza il vostro essere carne. Ora è più chiaro?”

Mi fissa con i suoi grandi occhi scuri e riportando la pipa alla bocca, per l’ennesima aspirata, continua a parlare:

“Capisce? Questo siamo noi, siamo i padri, i protagonisti del <Giallo puro>. Ora, però, le cose sono un po’ cambiate” Pausa, sospira e riprende: “questo mondo che gira così velocemente e che produce, ad ogni piroetta, nuovi eroi ed antieroi ha portato l’essere umano ad una concezione disincantata della realtà. Adesso, i colpevoli fuggono. Così, nasce un modo diverso di fare ed intendere il poliziesco. Nel nostro giallo, i malviventi erano ben definiti e venivano sempre assicurati alla giustizia. Il Noir, così viene chiamato il poliziesco di oggi, vi invita a prendere la quotidianità così com’è ed a viverla. Non c’è più chi vi consola. Questo rapporto sempre più stretto con la realtà determina un’influenza di elementi caratterizzanti che portano ad un assottigliamento della linea di confine. Così i nostri successori personificano le debolezze umane senza impersonare i pregi derivanti dalla carta stampata….”

Il trillo del telefono interrompe il soliloquio: “Pronto? Sì, dimmi Corsini, sì…sì…capisco….no…lasciate tutto com’è! Arrivo.” Posa il ricevitore, corruga la fronte e si dirige verso la porta: “Debbo andare. Pare che qualche bontempone abbia rubato una partita di uranio.” Mi rivolge un ultimo sguardo, fa un cenno con la mano e sparisce attraverso il vano della porta.

Immergendomi nella nebbia, mi stringo nel cappotto, e mentre sento le sirene in lontananza fare da colonna sonora ad una Milano novembrina, penso a quanto sia confortante far parte del “giallo puro” perché, alla fine, per quanto scappi ed ovunque si nasconda il colpevole non avrà scampo.

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