Un caffè con Maria Concetta Preta


Noir Italiano: Ciao Maria, bevenuta nel blogghettino. Posso offrirti un caffè?

Maria Concetta Preta: Ottimo modo per rompere il ghiaccio, anche perché non fumo. Lo accetto con una puntina di zucchero, quasi amaro: mi piace sentire il sapore originario d’ogni cibo e bevanda, odio ciò che non è verace, sanguigno e si dimostra edulcorato, artefatto.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

MCP: E’ un modus vivendi, prim’ancora che un modus scribendi. Per me scrivere significa decodificare il mondo, è carpire emozioni profonde e laceranti dalla realtà quotidiana, è cogliere in profondi silenzi sconcertanti verità, interpretare sguardi gesti voci suoni andando oltre le apparenze, squarciando i veli del reale. Io sono soltanto una ladra di storie già scritte nell’immenso taccuino della Vita. Rovisto, setaccio, decifro: la dimensione del noir – denso, amaro, torbido – mi avvolge come una cappa misteriosa. Un tunnel nel quale m’immergo senza esserne inghiottita, si tratta di una mistificazione. Ho il privilegio della lucidità e del distacco, la mia cifra è l’ironia. Noir è la declinazione del mio pensiero, è la rarefazione, è il non-detto, è il suggerito. Non è dramma, ma inquietudine. Lo adoro perché non è didascalico, mi permette il recupero del vissuto, lo plasmo anche come strumento di denuncia sociale. E’ il genere che predispone l’attesa, che “prende” il lettore e lo fa “sentire” nella storia, che conduce nei labirinti oscuri e insondabili della psiche. E’ un “contro-genere”, per anni considerato minore rispetto al giallo classico, ora va molto, anche la tv gli strizza l’occhio (vedi il serial “Crimini”).

NI: Il motivo per cui hai cominciato a scrivere?

MCP: Per sentirmi viva! Il vivere quotidiano con la sua routine (lavoro, figli, casa…) non mi bastava. Sentivo che mancava qualcosa a completarmi. Inoltre non ho fatto del mio lavoro, pur svolto con passione (sono insegnante di lettere antiche), l’epicentro del mio vivere. Dopo un saggio storico-archeologico, ho voluto “allegerirmi” scrivendo, qua e là, poesiole, microsaggi, articoli, recensioni, storielle, favolette … Ho iniziato a pubblicare per mettermi in gioco, amo le sfide con me stessa. In verità, prima ho recuperato quanto annotavo, poi ho deciso di dare una forma finita a tanti coaguli di idee ed ho buttato giù i primi plot di opere lunghe e definite. Bilancio dopo due anni: due romanzi pubblicati e due in cantiere per una quadrilogia annuale. Inoltre un’imminente pubblicazione di una silloge poetica con miti e leggende popolari della mia città (Vibo Valentia). Se non scrivo un giorno, m’avvizzisco! L’annotazione con biro e il ticchettio sulla tastiera accompagnano i momenti liberi che ritaglio con rigorosa organizzazione del tempo, che non spreco mai. Per scrivere ho rinunciato a inutili chiacchiere, al monotone “struscio” sul corso a interminabili sedute dal parrucchiere, ad ore perse davanti alla tv. Il motivo per cui scrivo è lo stesso per cui leggo: penso, alla maniera di Eco, di guadagnarmi “una mortalità all’indietro”.

NI: Come nascono le tue storie?

MCP: Ho una spiccata osservazione che mi fa incuriosire su ogni particolare che mi colpisce e accende l’ispirazione. Anche un dettaglio, apparentemente insignificante, può aprire un varco. Mi piace lo scenario della provincia con i suoi ambienti “underground”, densi di atmosfere sinistre. Ma anche al chiuso si vivono storie segrete, si consumano misteri e delitti. Adoro frugare tra le vite vissute, mi calo del tutto in quest’indagine profonda, m’immedesimo nei personaggi, provo a pensare, a parlare, ad agire come loro, quasi recito. Scrivere è un meraviglioso viaggio della fantasia, ed io credo di averne molta, altrimenti non mi cimenterei in quest’avventura della mente.

NI: Sei una scrittrice metodica oppure preferisci seguire l’ispirazione?

MCP: Sono libera, non seguo regole precise: a colpirmi può essere una notizia di cronaca o un fatto narrato occasionalmente o una leggenda trasmessa oralmente. Mi piace trasferire sulla carta una qualsiasi “illuminazione passeggera”, perciò ho sempre un taccuino o un quadernino con me su cui annoto di tutto. Ricevo stimoli dal mondo che mi circonda come dal passato, in cui scavo imperterrita alla ricerca di aneddoti, curiosità, misteri. Narrare poi significa conoscere bene la realtà sociale degli avvenimenti che danno vita alla stessa ed occorre documentarsi scrupolosamente. Ambiento le mie storie nei meandri oscuri della provincia del Sud, proprio dove vivo e da cui traggo linfa. Sono in primis una studiosa di antichità, di tradizioni popolari, adoro il folclore. La letteratura per me, che da anni la insegno al liceo classico, è veicolo di incanto, di affabulazione e la fabula è verosimiglianza. Con i miei libri faccio sognare i miei lettori, anche se si tratta di storie cupe e rarefatte.

NI: Quali sono i tuoi autori di riferimento?

MCP: Adoro il noir all’italiana ( su tutti Scerbanenco e Fruttero e Lucentini), e il giallo di Camilleri. Ritengo poi “Il nome della rosa” di Umberto Eco il mio “romanzo di formazione”. Per quanto riguarda gli stranieri spazio da Agatha Cristhie a Dan Brown, senza un riferimento fisso ne’ la spocchia di chi rigetta i libri “commerciali”. Il successo di un libro lo decreta il pubblico, non il critico severo e spesso parziale.

NI: Il tuo luogo per scrivere?

MCP: Non ci crederai, ma “Il segreto della ninfa Scrimbia” è nato sul pc portatile nella mia ampia cucina-soggiorno che è il “focolare” della casa, il punto di ritrovo della mia famiglia. Al Sud abbiamo il culto della tavola e in questo luogo, come nel passato, ci si riunisce per mangiare, ma anche si parla, si narrano storie, aneddoti, curiosità, si ripercorre il filo della memoria. Anche una parte de “La signora del Pavone blu” è nata in questa zona dalla quale controllo l’andamento della mia vita familiare, mentre la revisione finale l’ho curata nello studiolo del piano superiore. Comunque, come avrai capito, io scrivo a casa mia, immersa tra i miei libri (un patrimonio da bibliofila: se non leggessi molto, non sarei in grado di scrivere) i miei appunti ( che consulto in modo certosino) e, soprattutto, contornata dalle persone a me care a cui quotidianamente comunico cosa ho scritto. Non sono la scrittrice solitaria nella sua “torre d’avorio”, ma una donna moderna protesa tra affetti, lavoro e scrittura.

NI: Computer o penna e taccuino?

MCP: Entrambi! Sono “un’artigiana dello scrivere”, mi piace anche sporcare le mani d’inchiostro e assistere al miracolo del foglio bianco che si riempie di parole che, come semi, germogliano sul fertile terreno della carta. La prima stesura è sempre calligrafica, le idee primordiali le butto giù di getto, come un fiume in piena, ed ecco che nasce il classico manoscritto, mai demodè. Quindi, passo al computer e creo il libro, formattandolo, impaginandolo, allestendo la copertina. Ripeto: scrivere è arte ed artigianato.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

MCP: Ti voglio stupire, citandoti una frase che sta agli albori del noir, che io rintraccio nella tragedia greca classica (V secolo a. C.), nelle fosche atmosfere dei più cupi miti che la letteratura ha consegnato alla memoria. La frase è del poeta Eschilo: “Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”: le storie maledette bisogna narrarle e,anche se oggi le tragedie non si scrivono più, il genere noir ne rappresenta l’ideale e democratica prosecuzione. Il mistero, i misfatti, il crimine affascineranno sempre. La rarefazione, le ellissi, le pause, la demistificazione della parola e il “non-detto” generano attesa, sospensione, brivido, paura. Un gorgo in cui perdersi.

Grazie per l’intervista.

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