100 modi di morire in un libro #8


MorteIl primo morto di questo libro è un morto virtuale, nel senso che uno dei primi personaggi che incontriamo sta facendo a pistolettate con un videogame. Le pistolettate però improvvisamente diventano reali, e quando ci si trova davanti a un cadavere con una ferita d’arma da fuoco (che per inteso non è il tizio che giocava al videogame), è naturale cedere che sia quella la causa della morte. Il libro in questione è “Il mistero della loggia perduta” di e con Matteo Bortolotti. Di e con, perché Matteo Bortolotti mette in scena la caricatura di se stesso, una sorta di signora Fleccier (è proprio volutamente scritto così, vedasi pag. 20 del libro), abbigliato con un improbabile giacca verde e camicia hawaiana. Ma come si scoprirà ben presto il colpo di pistola non c’entrerà direttamente nella morte, o almeno non sarà l’unica presunta causa del decesso. A leggere questo libro vengono in mente un sacco di cose, perché i rimandi di Bortolotti sono infiniti. Ma parlando di modi di morire a me ha ricordato il classicissimo “Assassinio sull’Orientexpress”, forse perché appunto riferendosi ai modi di morire, qui il morto muore tre volte, avvelenato, strangolato, e alla fine “sparato”. Ho pensato a lungo in quale genere di morte includere questo libro, per un momento ho pure pensato d’inserire una nuova voce che poteva essere geniale/folle, perché genio e follia vanno sempre di pari passo, alla fine però mi sono persuaso per la più probabile causa della morte e l’ho inserito nelle morti per avvelenamento. Stavo quasi dimenticando il Bortolotti del libro è alla ricerca della Loggia dei Morti… guarda il caso.

Chiacchieriamo con Matteo Bortolotti per cercare di capire se è d’accordo con la mia “catalogazione” e quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

NI: Ciao Matteo, benvenuto su Noir Italiano.

MB: Bentornato, vuoi dire. Io e il Noir italiano ce la intendiamo bene. Ciao a tutti!

NI: Come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo? E nello specifico, ne “Il mistero della loggia perduta” è corretto parlare di una sorta di tributo al romanzo “Assassinio sull’Orientexpress”, almeno nel senso che la morte viene inflitta più volte?

MB: Ne “La Loggia” l’idea di base del romanzo nasceva proprio dalla sfida col lettore tipica del giallo classico o whodunit… rappresenta il mio desiderio di tornare alle origini, a un giallo ironico, al teatro dell’assurdo in cui tutto può succedere e il delitto non è altro che un pretesto per raccontare i vizi della società e i suoi mostri, anziché – come capita sempre più spesso, – una scusa per identificarsi con questi mostri e godere della loro spietatezza nel tentativo di una catarsi contro le frustrazioni che subiamo ogni giorno. Ho scoperto che in fondo, probabilmente, non abbiamo bisogno di questo esercizio: siamo già abbastanza mostruosi così come siamo. Quello che invece ci manca è di ricominciare a credere nel dubbio e nella ricerca di una verità. Mica un’unica verità, ne basterebbe una qualunque, purché fosse nostra. Cercare la verità aiuta a liberarsi dalle frustrazioni e anche dal capoufficio. Il delitto e qualche sana risatina potrebbero aiutare. La morte violenta è una sfida, è il quiz davanti al quale siamo portati a domandarci perché, oltre a rappresentare la tendenza a domandarci della morte stessa, come ultimo di tutti i misteri.

NI: Io sono un fermo sostenitore della teoria che non è tanto importante cosa si racconta, ma come lo si racconta. Secondo te un diverso modo di morire può influenzare in un modo o nell’altro lo svolgersi della narrazione?

MB: Ne “La Loggia” c’è uno scrittore di gialli che decide di mollare tutto per assistere nelle indagini un suo vecchio amico commissario che scopre a pochi mesi dal pensionamento di essere malato d’Alzheimer. Non potevo evitare di dare centralità al DELITTO. Molti gialli sono basati sul tipo di omicidio da cui prendono il via, la cui dinamica è la premessa stessa di quello che stiamo per leggere. Il come conta molto più del cosa, ma anche il cosa è importante. Ci vuole equilibrio. E’ chiaro che un morto nella biblioteca di un vecchio militare in pensione piuttosto che un serial killer che uccide e piazza il cadavere al confine di due Stati (come accade nella serie tv svedese “Bron/Broen”) cambia le premesse e fa andare la storia in un posto preciso… Così succede anche quando uno scrittore indaga…

NI: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

MB: C’è una ragazza, al centro della prossima indagine ‘cartacea’ del mio alter ego ingiacchettato. Una ragazza trovata in un fosso. Uccisa durante una LUNA BLU. E poi nei racconti che usciranno in ebook ce n’è davvero per tutti i gusti. Anzi, per tutti i disgusti. Vi è mai capitato di camminare con un gruppo di non-morti e trovare fra loro un vero morto? Cioè un non-morto… morto! State connessi su matteobortolotti.it e professionemistero.com.

NI: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro nella classifica dei 100 modi di morire in un libro “Ahiaa”.

MB: Grazie a voi, grazie sempre. E continuate a leggere di delitti e misteri. Il mio amico Carne direbbe proprio così, parlando di questa rubrica spaziale. “Ahiaaaaa!”.

Scarica la classifica di “100 modi di morire in un libro

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