Conosciamo Alberto Serra


alberto serraNoir Italiano: Ciao Alberto è un piacere averti come ospite. Facciamo due birrette?

Alberto Serra: A una birra in buona compagnia non dico mai di no.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

AS: Noir per me è la regione buia dell’anima, e mi diverte parlarne per esaltare – per contro – gli aspetti luminosi, come con una tecnica di contrasto fotografica. Poi si scopre che in molti casi non c’è separazione tra le due componenti, che i binomi luce-buio e bene-male sono ingannevoli, sono la grande illusione, e che le due entità sono in verità una sola, o come si dice in giapponese “funi” ovvero “due ma non due”. Noir è anche parlare di uomini, di donne, delle loro storie, del territorio, andando a scoprire angoli di cielo, ma anche di inferno, e di tutto ciò che sta nel mezzo, sempre con il linguaggio del profondo, dell’ inconscio, dando vita a quei personaggi che, come la trama di tessuto, ne compongono il disegno.

NI: Il motivo per cui hai cominciato a scrivere?

AS: Dovevo dare vita ai personaggi che hanno sempre fatto capolino dalla mia fantasia o sarei esploso. Da ragazzino, quando mi trovavo a conoscere o ad affrontare un argomento, ma anche soltanto un verbo, una definizione o una singola parola in grado di provocare in me un senso di disorientamento e curiosità, dicevo tra me: <<Su questo, un giorno, scriverò un libro>>. In adolescenza ho cominciato con la poesia d’amore e di protesta, battendo le dita sui tasti di una vecchia macchina da scrivere, poi un periodo insonne mi suggerì una spy story che non ha ancora visto la luce, per passare a libri per ragazzi di cui ho curato la stesura in collaborazioni fantasma che mi hanno permesso di affinare una tecnica. La svolta noir è recente e “Il Cerchio Aperto”, romanzo uscito in self-publishing nell’aprile di quest’anno, è il libro in cui ho affidato la lontana passione per gli enigmi, i segreti dell’adolescenza, il piacere di sorprendere, lo studio della psiche umana e della sua “malattia”. Solo in secondo piano, ci sono l’indagine e i suoi protagonisti.

NI: Come affronti la scrittura? Preferisci stendere una scaletta o ti lasci guidare dalla fantasia?

AS: Dopo la folgorazione dell’idea, elaboro uno scheletro, poi butto giù (nel senso di ingoiare, fare mie) poche righe per ogni capitolo, ma è sempre l’ispirazione a condurmi per mano, non la riflessione, quindi è più divertente da scrivere perché sono il primo a ridere e a piangere, ad emozionarmi o ad avere paura per quello che scrivo, mentre la storia prende forma. Il resto è disciplina.

NI: Il tuo luogo per scrivere?

AS: Non ho mai avuto bisogno di uno studio, anche se l’intimità agevola lo scrivere. Nella fase iniziale, quando si partorisce un soggetto che si reputa meritevole, per dargli vita e spessore accade che si scriva in ogni luogo. In auto, in spiaggia, durante una riunione, ovunque… per questo uso portarmi dietro carta e penna, anche se ad aiutarmi a imprimere un’immagine che sento fuggevole è soprattutto mia moglie, alla quale espongo al volo qualche frase, magari mentre sto guidando. Per la stesura di un romanzo, tuttavia, devo essere a casa, nei miei spazi, con la moka sul fornello, un tappeto sul quale distendermi, un frigorifero da saccheggiare.

NI: Saper scrivere implica il fatto di essere anche grandi lettori. Tu quanto tempo dedichi alla lettura?

AS: Tutto il tempo disponibile – tra i vari impegni della giornata – va alla lettura e allo studio mirato. Sto scrivendo un romanzo che tratta temi che studio e approfondisco dal 2007. Forse nel romanzo questo immane lavoro emergerà solo in minima parte, ma per descrivere cose che hanno attinenza con la realtà e la storia, è necessario studiare e leggere di continuo. Considero la lettura come un bisogno primario, come dormire, bere, nutrirmi. Leggere, anche se si può incappare in brutti libri, è sempre meglio che non farlo. Se una persona reputa oneroso il costo di un libro, ci sono le biblioteche. Che idea fantastica la biblioteca, non trovi? Entri in questi edifici ed è tutto lì, gratis, a disposizione. Spesso si dà per scontato questo tesoro, che va difeso a spada tratta come parte fondante della nostra società. L’amore per la lettura va trasmessa da subito ai più piccoli, ai futuri cittadini. Il rischio che i giovanissimi si allontanino dalla lettura e dalla scrittura come forme di crescita è un argomento che ho particolarmente a cuore.

NI: Il tuo autore di riferimento?

AS: Mi limiterò a citarne uno che non ha mai scritto narrativa, tantomeno noir, ma testi a cui sono molto legato e che negli ultimi anni mi hanno aperto un mondo: James Hillman. Posso dire che il taglio psicopatologico del mio esordio noir è ispirato ai suoi studi e in particolare al suo saggio “La vana fuga dagli dei” (Adelphi, 1991).

NI: Tre buone regole per scrivere un noir

AS: La prima è avere il coraggio di dare vita ai propri demoni e di confutare le idee dei propri eroi, perché se il demone può ispirarci una scelta coraggiosa, l’eroe può tradire e dimostrarsi un codardo. La seconda è di rimanere per tutta la vita degli apprendisti stregoni, che hanno da imparare oggi come ieri dai grandi maestri del passato. La terza è di far zoppicare il proprio ego, di farsi guidare dalla mente dei propri personaggi, senza avere paura di sbagliare, perché spesso le idee migliori sono frutto di quelli che potremmo definire “errore guida”, gli errori che caratterizzano il genio.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

AS: Grazie a te, per avermi ospitato in questa rubrica. Non saranno mai abbastanza gli sforzi per dare vigore al noir italiano, un genere che avrà sempre storie da raccontare.

Più che una frase noir, vorrei citare un personaggio noir. Lo Chiamavano Angulimala (ovvero Collana di Dita) perché portava ad ornamento una collana con novantanove dita recise, una per ogni uomo a cui aveva tolto la vita. Visse in una regione dell’India, più di duemila anni fa. Chissà che un giorno, con un bel po’ d’inchiostro, qualcuno non lo faccia tornare in vita per rubarci qualche ora di sonno e regalarci una nuova lettura da brividi.

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