100 modi di morire in un libro #7


MorteMorire perché si è persa la testa, e non intendo perché si è impazziti, ma proprio perché qualcuno ha pensato di staccarla dal resto del corpo. E’ così che muore la protagonista de “La sconosciuta del lago” scritto da Nicola Verde. Nel suo caso non è stato il personaggio a scegliere come morire e neppure l’autore del libro. A farlo purtroppo c’è un fatto di cronaca, una morte tanto assurda quanto cruenta accaduta negli anni ‘50 nei pressi del lago di Castelgandolfo. In questo caso quindi la fantasia non c’entra, e come spesso mi capita di constatare, è superata dalla realtà. Far morire in un modo o nell’altro un personaggio è solitamente una prerogativa dell’autore, cerchiamo quindi di capire come può essere diverso quando ci si trova di fronte al processo inverso, se questo condiziona il modo di affrontare la costruzione della storia da parte dell’autore o se è solo un dettaglio che non cambia nulla.

Incontriamo Nicola per cercare di capire quali possono essere le differenze.

NI: Ciao Nicola, bentornato su Noir Italiano.

NV: Ciao, ben trovati. Grazie per avermi di nuovo ospitato.

NI: A differenza di altri libri, nel tuo si parte da un modo di morire realmente accaduto. Quale può essere secondo te la differenza, ammesso che ci sia, fra il poter scegliere come far morire un proprio personaggio o averlo imposto a priori?

NV: Io credo che in un romanzo anche le modalità di una morte debbano rispondere a un preciso disegno. Si parte sempre da una suggestione, che può nascere da una storia, un’immagine, un personaggio. Ma anche da un “certo” tipo di morte, come per il mio “La sconosciuta del lago”, appunto, che rispondeva a certe mie necessità narrative (la storia si rifà a un fatto irrisolto di cronaca nera accaduto nel ’55). E’ soltanto una questione di punto di partenza.

NI: Io sono un fermo sostenitore della teoria che non è tanto importante cosa si racconta, ma come lo si racconta. Quanto può essere importante però nella narrazione un modo di morire singolare?

NV: Per singolare intendi “efferato”? Se così è lo ritengo niente altro che un effettaccio e a me, gli effettacci, non piacciono, specialmente quelli “splatter”, a meno che non nascondano intenzioni ironiche o non rispondano a precise esigenze narrative. Se, invece, intendi “strano”, be’ in questo caso la ricerca sofisticata dell’originalità può portare a risultati a dir poco irrealistici, se non, addirittura, a qualcosa di peggio. Non amo i gialli costruiti esclusivamente sugli effetti speciali o sul solo intreccio. Io credo che le componenti di un romanzo debbano essere interfunzionali: storia, struttura, personaggi, scrittura. E modus operandi, comprese le modalità con cui viene data la morte a un personaggio. In particolare mi interessa la scrittura che scava quanto è più possibile in profondità.

NI: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

NV: Sì, ed è un modo efferato: a colpi di pietra in faccia, un effettaccio persino “splatter” che, però, mi viene utile per cercare di spiegare un certo mondo: quello di una Sardegna in sospeso tra arcaicità e modernità.

NI: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro nella classifica dei 100 modi di morire in un libro.

NV: Grazie a te e ai lettori.

Scarica la classifica di “100 modi di morire in un libro”

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