Viene a trovarci Luca Fadda


20130526_142552Noir Italiano: Ciao Luca, benvenuto a Noir Italiano. Ieri sera ho trovato in offerta un Vermentino di Sardegna. Facciamo due calici?

Luca Fadda: Preferirei due calci al pallone, ma considerando le mie condizioni fisiche, è meglio giustificare la pancetta con due calici, da bere rigorosamente a stomaco vuoto, come aperitivo: si gusta meglio il vino e prepara le papille gustative al cibo.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

LF: Nero, ma è troppo facile. Non solo un colore per gli occhi. Vedo nel noir una discesa intima nella psicologia del personaggio, più che le sue pistolettate. E’ il motivo per cui si spara che mi interessa, piuttosto che il colpo secco. E spesso preferisco un bel coltello alla pistola. Per me il noir è l’aspetto psicologico, la tomografia assiale della mente malata di un criminale. Forse sono un noirista atipico, e forse nemmeno lo sono, ma il noir ha in sé le caratteristiche che mi piacerebbe trovare in un romanzo giallo o di qualsiasi altro colore.

NI: Come mai hai deciso di cimentarti con il noir?

LF: Penso che sia un genere che si avvicina al mio voler comunicare. Devo dire la verità: io non volevo scrivere noir, mi è capitato. Alcuni racconti sono nati con quell’intenzione, è vero, altri lo sono diventati durante la scrittura per esigenze della storia più che mie. Però non sono uno che mette in primo piano l’indagine, ma i personaggi che la vivono, dando prevalenza all’indagato. I miei ispettori sono comprimari, mai protagonisti. Stanno lì a giustificare i giochi più o meno sporchi dei colpevoli, e i sistemi che questi attuano per evitare di essere scoperti o per provare l’ebbrezza del rischio dello smascheramento. Sono finito in questa ragnatela cercando un punto di vista diverso, quello del cattivo che se non vince, almeno pareggia.

NI: Per te noir significa solo letteratura d’intrattenimento oppure il tuo scrivere ha una valenza “sociale”?

LF: L’intrattenimento può avere anche una valenza sociale. Io cerco di mettere sullo sfondo la storia ma racconto stati d’animo, preferendo quelli più controversi e luridi. Io non sono cattivo, ma mi piacerebbe esserlo, così lo divento nei miei personaggi. No, non cerco intrattenimento, credo che a parte i racconti brevi, e nemmeno tutti, i romanzi vadano al di là dell’intrattenimento, a volte forse troppo, risultando magari a tratti un po’ pesanti per gli intrecci psicologici che ne saltano fuori.

NI: Come affronti la scrittura? Preferisci stendere una scaletta o ti lasci guidare dalla fantasia?

LF: La scaletta la stilo, ma già all’inizio del primo punto sono fuori e non c’è verso di rientrarci. Le mie storie nascono con un intento, ma vanno a finire irrimediabilmente verso altre soluzioni che prima non avevo considerato. Come se stessi vivendo io stesso la storia senza conoscerne il seguito e provassi a immaginare “come potrebbe andare a finire se…”. Ecco, la mia scaletta dopo poche righe è un diramarsi di “se” ai quali vado dietro.
Penso che comunque le storie ci siano già, dappertutto, non scritte. A volte ne cogliamo un aspetto in una discussione, o in un panorama, o perché no, in un fatto di cronaca. Mi è capitato di scrivere la traccia di un romanzo su un triplice omicidio avvenuto a dieci chilometri da casa mia. In due giorni avevo la storia completa. Poi le indagini andarono avanti e purtroppo si rivelarono per quello che io avevo scritto. Inutile dire che potrebbe essere un romanzo buttato. Per ora è lì, in attesa di nuovi “se”.

NI: La tua musica per scrivere?

LF: Adoro gli U2, quelli fino a Rattle and Hum del 1988, ma non li ascolto mentre scrivo. Mi piace il silenzio, preferisco ascoltare musica nei momenti di relax, quando mi godo un capitolo appena scritto. Magari posso ascoltare musica rileggendo, ma mai scrivendo. E’ la salsa barbecue sulle mie parole: prima le cucino, poi le condisco, quindi le mangio.

NI: Scrivere un noir richiede una notevole documentazione. Come affronti la cosa?

LF: La documentazione è necessaria per l’utilizzo di luoghi e situazioni che non conosco, cosa che peraltro cerco di evitare. Dovendo descrivere qualcosa che non conosco, se proprio devo, non mi accontento di spiegazioni sterili. Mi è capitato per esempio di chiedere un consiglio a una biologa per una storia (attualmente inedita e in fase di lavorazione) che tratta un problema di genetica, anche solo per capire le specializzazioni della biologia e le fasi che seguono la laurea. O far leggere un pezzo a un medico, per testare la rispondenza delle descrizioni all’anatomia umana, soprattutto dal punto di vista pratico. Ma purtroppo non ho tanti amici specializzati, per cui quando non posso permettermelo, evito di entrare troppo nei particolari. Sarebbe interessante conoscere un anatomo-patologo, mi aprirebbe un mondo infinito su cui imbastire centinaia di storie. E per questo, forse, è meglio che resti tutto così com’è.

NI: Il tuo autore di riferimento?

LF: Posso citare senza paura (anzi no, con paura, che fa tanto noir) Carlo Lucarelli, tra tutti sicuramente il più letto da me. Però io resto in disparte, per quanto detto prima a proposito del mio vivere il noir. Diciamo che ho apprezzato il suo stile, ma non l’ho copiato, cercandone uno mio. Sono sincero quando dico che non saprei indicare un vero autore a cui accostarmi. L’ha fatto qualcuno per me, trovando in Cornel Woolrich un mio ispiratore. E forse ha pure indovinato per il mio modo quasi sistematico di scontrarmi con il sorriso compiaciuto del lettore. Mi piace stupire e odio i finali scontati. Li ucciderei tutti, ma sarebbe scontato.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

LF: Cito Alexandre Dumas da Il conte di Montecristo, tra i primi romanzi noir ma che spesso viene dimenticato quando si parla di questo genere. Converrete con me che questa frase è veramente noir.
“L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre il pericolo di bere una bevanda amara”

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