Scerbanenco scrive al sabato #2


BaseSCERBANENCO E LA QUESTIONE LINGUISTICA ANNI ’60

Le prime problematiche sulla struttura della lingua italiana si presentano al giovane Scerbanenco appena giunge in Italia, a Roma dove ha trovato rifugio in compagnia della madre dopo essere fuggito dalla guerra civile dei Soviet. Il futuro autore dei migliori Noir si trova così a confrontarsi immediatamente con una lingua piuttosto complessa e articolata: Essendo Ucraino di Kiev era abituato a esercitare e familiarizzare sin dalla nascita con una morfologia e una sintassi provenienti dal ceppo Ungro/Finnico.

Lontanissimo quindi dai costrutti della lingua italiana sia moderna che storica, con una logica che ha radici di derivazione neo-latina e successivamente nel periodo alto-medioevale, cresce sulle suggestioni neo-romanze (Lingua d’Oc/Lingua d’Oil) proveniente dalle regioni centro-meridionali della Francia.

Cosa spinse un giovane ragazzo di 14 anni ad avviare un processo di analisi e comparazione tra lingue così diverse, fino a prediligerne una che pur non essendo la propria, arriva a conoscere e padroneggiare?

Più che la necessità di dover imparare in Scerbanenco poté l’amore per la cultura e le arti di un paese lontano di cui tanto il padre, professore di letteratura Greca e Latina, gli aveva parlato quando era ancora un bambino.

Affascinato dai racconti delle antiche origini di questa ancestrale Italia che si perdono nel mito di Enea e di come prima di giungere sulle coste del Latium, partecipò alla guerra mossa dagli Achei per amore di una donna; poi sognando il cammino ultraterreno fatto da Dante nei tre Regni e le avventure del cavaliere Orlando che da Innamorato diviene Furioso. Attraversando così, insieme all’amato padre, l’impetuoso fiume di una letteratura unica e speciale, così perfetta perché giunge dal cuore e non dal calamaio.

La questione linguistica in Italia ha una sua storia importante e unica, il primo punto fermo venne posto da Dante Alighieri attraverso le pagine del più importante saggio linguistico della storia letteraria Europea: il De Vulgari eloquentia, dove non solo viene tracciata la prima grammatica normativa della lingua volgare italiana, ma viene fornito un lemmario (prima raccolta di parole accompagnate alla descrizione del fenomeno che illustrano, insomma un primo vocabolario) e persino tracciata la prima geografia linguistica dell’Italia.

Viene proseguita nel ‘500 attraverso gli studi di Pico della Mirandola che riconosce in Dante, Petrarca e Boccaccio le tre Corone: vede i tre autori come Canone Aureo a cui rivolgersi per metrica, stile e suggestioni.

Così durò fino alla seconda metà dell’Ottocento quando Manzoni, Leopardi e Foscolo si convinsero dell’importanza degli autori del Romanticismo europeo, iniziando a diffonderne i contenuti inserendo importanti passaggi di chiara ispirazione inglese o tedesca nelle loro opere.

Si pensi all’Adelchi, personaggio dell’omonima tragedia che Manzoni rielabora ispirandosi all’Amleto di Shakespeare: un giovane nobiluomo perplesso e insolente verso il padre, nonché sprezzante della guerra e dell’autorità, tormentato dalle continue riflessioni sul senso del suo ruolo di principe, finché giungerà all’amara conclusione: è necessario negare il senso stesso del potere, perché motore di tutte le guerre e in specifico della guerra voluta dal padre contro i nemici che lui non conosce e che però deve combattere.

Anche i dialoghi profondamente cupi e surreali di ispirazione orientale che riempiono le pagine delle “Operette Morali donano a Leopardi un terreno di ispirazione poetica più ampio, tanto da includervi paesaggi e personaggi non convenzionali al panorama italiano, ma ben consolidati nelle antiche culture Persiane ed Ebraiche, che tanto in gioventù aveva amato e studiato.

Ultimo caso esemplare I Sepolccri del Foscolo, direttamente ispirati ai miti epico-celtici di Ossian e ai poemetti cimiteriali di William Wordsworth.

Ecco che giungiamo all’ultima discussione sull’importanza della lingua e della narrativa italiana, ed essendo Scerbanenco proprio un romanziere si sentì chiamato in causa, forte di tutta la sua cultura partecipò e si schierò in una corrente ben precisa.

Nel 1959 Pier Paolo Pasolini e altri autorevoli scrittori del calibro di Moravia e Bacchelli si interrogavano sul futuro della lingua italiana, dei sempre più frequenti calchi semantici sui quali si creavano nuove parole adattate da lingue straniere, soprattutto nel dopoguerra andavano per la maggiore l’Anglo-americano e il Francese, ma il punto apicale della discussione riguardava i contenuti da contemplare e intraprendere per giungere a una nuova “primavera della scrittura”.

Dopo innumerevoli e spesso astruse scaramucce tra professionisti, le proposte si ridussero a due congetture: o si è Formalisti come Bacchelli e quindi si bada a una composizione paratattica ineccepibile e normativa, metaforicamente più vicina alle sculture marmoree di Antonio Canova; oppure si è Contenutisti come Moravia e Scerbanenco ovvero liberi, entusiasti ed eccitabili. Scerbanenco inoltre, amante dei neologismi e della continua ricerca da autodidatta-onnivoro preferisce assomigliare a Jason Pollock e al cangiante patchwork palpitante delle trame sulla tela.

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