Conosciamo Marco della Croce


marco della croce 2Noir Italiano: Ciao Marco benvenuto. Macedonia con frutta, che dici? Con questo caldo…

Marco della Croce: Che mi pare l’ideale. Da annaffiare con un vermentino “Cinque Terre Costa de Sera” molto fesco, di fronte al mare. Al tramonto.

Noir italiano: Cosa significa per te scrivere un noir?

MDC: Esplorare il mondo con altri mezzi. Il noir, infatti, permette di sbirciare gli aspetti meno visibili e più controversi della realtà e dell’individuo, farli emergere gradualmente e portarli all’attenzione di chi legge. È un genere che, per sua stessa natura, fornisce una duplice chiave di lettura: la vicenda criminosa – per quanto centrale e importante – diventa una magnifica occasione per poter spalancare la porta su tematiche sociali e umane ben più complesse.

NI: La regola più importante per un buon racconto nero…

MDC: Sinceramente non te lo saprei dire. Ci sono scrittori che privilegiano il punto di vista del criminale, altri quelli dell’investigatore di turno, altri ancora quelli delle vittime. C’è chi rende protagonista la città nel suo complesso, chi un forte tema sociale, chi un determinato periodo storico. Sono validi tutti, a mio avviso. Ciò che conta, semmai, è di riuscire a tenere in pugno il ritmo della storia in modo che il lettore sia spinto a voltare la pagina. Ma questa, se vogliamo, è la regola di ogni buon libro che si rispetti.

NI: Il luogo migliore per ambientare un noir…

MDC: Per quanto mi riguarda amo moltissimo il noir metropolitano (i primi nomi che mi vengono in mente sono Jean-Claude Izzo, Andrea Campanella, Marco Vichi, Bruno Morchio e Leonardo Gori). M’interessa particolarmente la città, specie se di provincia, dove dietro un’apparente sonnacchiosa tranquillità, covano problematiche sociali e umane di importanza generale.

NI: Come nascono le tue storie?

MDC: All’improvviso. Un buon libro, l’osservazione della realtà, un fatto di cronaca, una discussione con gli amici possono far da detonatore a un’idea che può rimanere a sedimentare e a ronzare tra le pieghe della mia mente anche per mesi. Quando scocca la scintilla mi si formano in testa un inizio e una fine: la cosa buffa è che quando comincio lavorarci ciò che accade in mezzo non lo so nemmeno io. Però, come mi metto a scrivere, ecco che magicamente la trama si materializza, viene avanti da sola, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Io mi limito a guidare con piccoli colpi di timone il flusso di creatività, correggendo la rotta quando serve in modo da condurre la storia verso il porto di destinazione.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

MDC: Credo di aver scritto da sempre. Come la lettura, la scrittura, per me, è un’esigenza irrinunciabile, il modo di esprimere me stesso, ma anche un’insostituibile terapia per l’anima. Nella mia vita credo di aver sperimentato ogni forma di scrittura: pubblicista di carta stampata e di testate online, sceneggiatore di fumetti e di documentari, saggista e critico, editor di testi scolastici e di guide turistiche, autore di podcast audio e webmaster. Mi mancava giusto il romanzo. Superata la soglia dei cinquant’anni ho deciso che era arrivato finalmente il momento di colmare questa la lacuna. “Nera di malasorte” è il risultato a cui, spero, seguiranno altri.

NI: La tua musica per scrivere noir?

MDC: Purtroppo nessuna. E dico “purtroppo” perché amo immensamente la musica (dalla classica al rock anni 60-70, dal R&B alle moderne sonorità mediterranee). Il fatto è che quando scrivo ho bisogno di silenzio assoluto. Per questo mi piace lavorare di notte, quando tutto tace.

NI:Come mai hai scelto di cimentarti con il noir e le sue derivazioni?

MDC: Chissà? Forse perché è il genere che, per la sua natura, mi viene più naturale per scrivere su ciò che mi interessa. Non per niente, fin da ragazzo, le mie preferenze andavano ai romanzi di Edgar Allan Poe, Rex Stout, Dashiell Hammett, Raymond Chandler e George Simenon. Credo di averli consumati fisicamente, quei libri, da quante volte li ho letti.

NI: Esiste un limite oltre il quale il noir non deve andare o tutto è concesso all’audacia dell’autore?

MDC: No, non esiste e non deve esistere: la creatività non deve avere paletti o ostacoli di alcun tipo, se non quelli che decide d’imporsi lo scrittore stesso. Sarà il lettore, semmai, a decretare la credibilità della trama. D’altra parte l’audacia, se è fine a sé stessa, è un inutile orpello che serve solo nascondere – ma solo per le prime pagine – la povertà di idee e l’inconsistenza stilistica e concettuale del romanzo. Quando poi l’artificio viene alla luce sono dolori. Ingannare chi ti legge – oltre che non onesto – è profondamente controproducente. Non è mai buona idea.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

MDC: Da “Casablanca”:

Capitano Louis Renault (Claude Rains): “Vi faccio notare che il revolver è puntato al cuore”.

Rick Blaine (Humphrey Bogart): “È il posto meno sensibile che ho”.

Insuperabile.

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