Scerbanenco scrive al sabato #1


BaseIl cinema o la settima arte giunge al culmine delle sperimentazione tardo ottocentesca che affonda le radici nella ricerca tecnica fotografica; ama intensamente i plot noir e polizieschi, sia per una questione legata al piacere e al dinamismo nella realizzazione dei film, sia perché si replicava attraverso un nuovo linguaggio i successi editoriali amati già dal pubblico di tutto il mondo.

Inizialmente ha puntato su due generi ben separati: il noir classico, di ambientazione urbana, carico di periferie, jazz, coltelli e donne che assomigliano a Betty Page; il police-action, incentrato più sulla facciata delle megalopoli americane e sul duro lavoro di squadra degli agenti di polizia, il tutto ben codificato e quindi, qui non c’è spazio per i “vecchi detective pensierosi in stile europeo”.

In età contemporanea, soprattutto a partire dagli anni ’90, la scissione tra le caratteristiche salienti dei generi si sono assottigliate, fondendo gli stereotipi che nei lettori e spettatori si erano perfettamente consolidate. Si arriva così alla fusione dei due generi e come se non bastasse, le trame aggiungono implicazioni sempre meno ricercate nella letteratura, le suggestioni verranno tratte dalla cronaca : il regista giapponese Takeshi Kitano è il più raffinato esempio di questa compenetrazione di stilemi e storie, si pensi a film “Hana Bi” o “Sonatine”.

Questo è il potere e la bellezza del cinema: partire da un libro o dall’analisi della realtà sociale, adattarne una sceneggiatura esaltandone i punti più spettacolari, accattivanti e spesso conturbanti e morbosi.

Con questo fare sornione e stralunato alcuni produttori e registi europei si sino avvicinati ai testi di Giorgio Scerbanenco, il più internazionale tra gli scrittori italiani, a volte con omaggi lirici traducendo in immagini le pagine più intense: soprattutto la narrazioni degli omicidi, le tecniche ricercatissime di vendetta, ma anche i momenti di amore e passione viva e sanguigna, come solo Scerbanenco, grande amatore di donne nella vita, sapeva tratteggiare; altre volte puntando sullo spettacolare e oscuro carattere umano dei vari personaggi che dalla carta divengono carne e ossa dietro l’obbiettivo di una macchina da presa.

Ricordo quanto mi colpirono i soliloqui di Duca Lamberti, interpretato da Pier Paolo Capponi nel film capolavoro di Fernando di Leo “I ragazzi del massacro” del 1969 e le considerazioni sui poveri diavoli che rimpolpano il sottobosco della Milano meneghina, senza speranza e senza pietà.

Posso citare con sommo piacere dello stesso regista altri due film dedicati a Scerbanenco: Milano calibro 9, ispirato dal racconto “Stazione centrale ammazzare subito” e La mala Ordina, entrambi del 1970: nel primo ritroviamo tutta la tensione umana e letteraria di Scerbanenco, espressa nella pellicola, dal profondo lavoro di Fernando di Leo per i dialoghi, stringati nella sintassi e cinici nella fonetica, le locations descritte nel racconto si susseguono precise, quasi come un documentario di ricostruzione storica.

Nel secondo film, Di Leo celebra l’action e la forza fisica del temibili delinquenti e affiliati alla malavita americana, vira sul lato più sanguinolento e feroce dello scrittore di Kiev.

Altre quattro pellicole sono state adattate dai romanzi noir di Scerbanenco: Il caso Venere privata di Yves Montand, 1970; Liberi, armati e pericolosi di Romolo Guerrieri, 1976; Spara che ti passa di Carlos Saura, 1993; La ragazza dell’addio di Daniele d’Anza. Questi films pur mantenendo qualcosa della trama, si sprecano in un’azione lontanissima dalla sensibilità dei romanzi; mentre tra Fernando Di Leo e Scerbanenco, pur non essendosi mai incontrati di persona, vi era un’empatia artistica massiccia e rispettosa.

Scerbanenco amava molto il cinema, soprattutto se poco popoloso, la sua fantasia era stuzzicata dai film di fantascienza prodotti negli anni ’50 negli Stati Uniti, per il loro proporre soluzioni avanguardiste, per gli strani macchinari elettronici che li affollavano, per le soluzioni e le cure che la scienza e la medicina aveva raggiunto, ma in particolar modo il concetto che lo affascinava di più fu il viaggio nel tempo. Il poter vedere e approfondire con i propri occhi, indagare l’antropologia sociale del passato e poter avere accesso al futuro.

Il senso di giustizia e la sconfitta del male attraverso la punizione definitiva dei cattivi lo avvicinò per affinità morale al western, anche questo made in USA, “Ombre Rosse” del 1939 e i successivi film di John Ford furono una piacevolissima ed appassionata costante nella vita dell’autore.

I tempi cambiarono e il pubblico era stanco di vedere cowboy e bounty killer aggirarsi per villaggi e deserti, così pur mantenendo le idee di fondo, le ambientazioni si spostarono nelle città: nacquero i film noir e polizieschi, gli eroi dismisero i cinturoni e pantaloni di pelle per indossare la fondina e completi di marca, i cavalli vennero sostituiti dalle auto sportive e rombanti; ma i cattivi rimanevano tali e i buoni anche.

Anche in questo caso Scerbanenco, da vero appassionato di storie e ambientazioni, si aprì con curiosità e da scrittore professionista alla visione di questi temi su grande schermo.

Tre furono i film che lo rapirono, “La scala a chiocciola” di Robert Siodmak, film del 1946: un fosco ed epico noir americano che vede protagonista un killer che uccide donne disabili; la pellicola diventerà un vero e proprio cult in quanto, attraverso il sapiente lavoro di Siodmak, anticipa alcune tecniche cinematografiche diventate poi fondamentali nel linguaggio registico: spiccano inquadrature e primissimi piani dell’occhio dell’assassino durante le scene di eccidio, le ombre che si ergono minacciose sulle pareti, l’espressività e l’angosciosa claustrofobia della villa in cui si consumano delitti, il tema dell’omicidio in casa con pochissime speranza di fuga.

Nel cinema thriller queste inquadrature che verranno poi potenziate da autori come Dario Argento ad esempio in “Profondo Rosso”, Brian De Palma in “Vestito per Uccidere” e John Carpenter in “Halloween”.

Altro film che colpì l’immaginario di Giorgio Scerbanenco fu “La morte corre sul fiume” inquietantissimo noir americano del 1955: l’azione si svolge narrando le vicende di un vero e proprio “uomo nero” con un passato misterioso che lascia intendere a una vita criminosa, dalle dita della mano tatuate con le parole Love sulla destra e Hate sulla sinistra, che con tenebrosa insistenza corteggia una ricca vedova di buona borghesia fino ad ottenerla in sposa. Divenendo così il padre dei due figli piccoli, ai quali rivolge in privato parole e discorsi tutt’altro che lucidi e assennati sulla vita e la morte, facendo trapelare implicazioni personali e terrorizzando a morte i due infanti.

Il cinismo di questa pellicola lasciò in Scerbanenco più di una perplessità sulle sfaccettature e le maschere indossate dall’ Uomo per compiere i suoi riti e rispettare le sue balorde scadenze.

Il terzo noir americano che lo emozionò fu Scarface di Howard Hawks del 1932, gangster story per eccellenza. Scerbanenco ne trasse fascinazione, spunti e ispirazione per i suoi personaggi che sono italiani sopratutto nella routine dei bar, nelle maniere poco ortodosse nel trattar con le donne, nei campanilismi regionali e soprattutto nella pigrizia sociale, ma poliglotti e internazionali quando si tratta di vendetta, ritorsione ed esecuzioni.

Il grande narratore di Kiev, purtroppo morì prima (1969) di poter vedere realizzati i film tratti dai suoi romanzi noir e polizieschi, ma sono sicuro che tra tutte le trasposizioni avrebbe amato incondizionatamente quelle di Fernando di Leo.

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