Vito Bruschini @ Noir Italiano


CESARE E VITO 1aNoir Italiano: Ciao Vito e benvenuto. Io prendo una Menabrea ambrata, tu?

Vito Bruschini: Ma io un bourbon, ti pare? Ma no, dai scherzo, chi ha in Italia il bourbon. Va bene anche un Amarone.

NI: Cominciamo: cosa significa per te noir?

VB: Per me è vedere il mondo dalla parte delle radici. Mi spiego meglio. La nostra percezione della vita è un mix tra quello che ci viene offerto dalle esperienze personali e l’informazione che ne abbiamo dai giornali. Il racconto noir deve proporci una terza via, quella meno sconosciuta, quindi meno banale. Forse per questo motivo è così affascinante e calamita sempre di più appassionati. L’eroe è un antieroe, affronta i suoi drammi da un punto di vista opposto a quello di qualsiasi altro personaggio reale.

NI:Come nascono i tuoi romanzi?

VB: Leggo moltissimo. Non soltanto libri, ma ogni documento e foglio scritto che mi capiti tra le mani. Sono ossessionato dalla prepotenza del Potere su noi inermi cittadini. Quindi vado a cercare fatti legati a queste sopraffazioni. Lo spunto mi viene da queste ingiustizie. Ad esempio il romanzo che sto scrivendo è iniziato dopo aver letto di un contratto che i contadini americani sono costretti a firmare con una multinazionale per avere le sue semenze. Se leggi quel contratto ti verrebbe di prendere un kalashnikov e andare a mitragliare gli uffici di quella multinazionale… naturalmente scherzo, sono l’uomo più pacifico di questo pianeta.

NI: Cos’è la criminalità organizzata oggi, in Italia?

VB: Bei tempi quando c’erano i vari Turatello, Berenguer, Vallanzasca. Oggi la criminalità organizzata la trovi quando entri in una banca, quando vai in un ufficio istituzionale e ti chiedono la mazzetta per avere la pensione d’invalidità. Oggi i criminali, con pistole e mitra, che vanno ad assaltare una banca, non esistono più. E attenzione, se lo fanno, come per la recente rapina alla banca di via della Spiga a Milano, è soltanto per dimostrare qualcosa a beneficio di qualcuno… però non chiedetemi cosa.

NI:Dicci una cosa su Vallanzasca che non sa nessuno…

VB: Un episodio che Vallanzasca non ama raccontare e cioè quello che gli è accaduto al Beccaria quando è stato rinchiuso per quasi una settimana e lui aveva soltanto otto anni. Si deve essere dei magistrati ottusi per rinchiudere un bambino di quell’età con i delinquenti che si trovano al Beccaria. Otto anni! a quell’epoca ancora non era “Il bel Renatino”. A proposito, fu arrestato perché aveva aperto le gabbie degli animali di un piccolo circo di periferia. Renatino era un vero animalista. Oggi gli avrebbero dato la medaglia. Cinquant’anni fa, con quella detenzione, hanno deciso forse della sua vita di ribelle.

NI:Il noir è soltanto letteratura d’intrattenimento oppure può  diventare lo strumento per portare a galla verità scomode?

VB: L’hai detto. I miei romanzi hanno proprio questa caratteristica. Nel romanzo “Vallanzasca”, ho raccontato sì il personaggio, ma mi è servito per parlare del problema delle carceri in quegli anni Settanta oltre alle manovre poco pulite di alcuni nostri politici che si servivano delle bande metropolitane per la strategia della tensione. Nel romanzo ora in libreria, Educazione Criminale, il mio personaggio di fantasia, Brando, si trova a essere coinvolto dei due golpe italiani, quello del 1964 del generale De Lorenzo e quello del 1970 del Principe Borghese. La ricerca della verità storica, nei miei libri, è maniacale. Raccontare l’Italia degli ultimi sessant’anni è semplice perché i nostri politici non hanno avuto ancora il coraggio di sciogliere i cosiddetti “segreti di stato” e molti omicidi e stragi degli anni passati sono ancora un mistero. Un buon romanziere può affondare a piene mani in queste storie.

NI: Un consiglio che daresti a un autore che volesse cimentarsi con il noir?

VB: Un consiglio che però vale per ogni genere. La documentazione dev’essere di ferro. Ma anche l’ambientazione dev’essere inattaccabile. Io racconto soltanto di luoghi dove sono stato personalmente. Dico spesso che le mie storie hanno poco di fantasia perché fatti e luoghi sono estremamente precisi. Il noir non può essere una favoletta inventata di sana pianta. L’altro consiglio è di leggere, leggere, leggere. In particolare il nostro capostipite: Scerbanenco. Ma ho visto che in questo vostro blog sfondo una porta aperta con il vecchio scerba.

NI: Quando scrivi prepari delle scalette oppure lasci che sia la scrittura a guidarti?

VB: La mia preparazione è lunghissima, a volte otto mesi, come per il mio primo romanzo, “The Father”, a volte quattro, cinque mesi come per quello che sto scrivendo. E il momento più bello perché leggi e ti documenti e non hai il senso di colpa di perdere tempo. Preparazione lunga e scalette su scalette perché i miei sono anche thriller e quindi ci devono essere colpi di scena e ribaltamenti di racconto, devo quindi rispettare certe regole. Poi però arriva la scrittura ed è l’altro momento esaltante del processo creativo perché prendi i personaggi e vedi che si muovono e vanno non dove vuoi tu, ma come pensano e dicono loro. Per cui la scaletta viene disattesa, poi magari ci si rientra molte pagine più in là.

NI: Si scrive spinti da desideri differenti. Qual è il tuo?

VB: Il mio desiderio più grande è quello di essere letto dai ragazzi. O meglio desidero che i ragazzi sappiano com’è stata l’Italia negli anni passati, vista però dalla parte delle radici. È la mia maggiore aspirazione. Infatti raccontando le atmosfere degli anni Settanta, i commenti che più mi fanno piacere è quando i lettori mi dicono: «Mamma mia, non pensavo che fossero successe quelle cose!»

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

VB: Cerco il bene dove si trova il male.

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