Il noir e il territorio


26540-1Giorgio Scerbanenco, considerato il fondatore del noir in Italia, sosteneva che un autore debba raccontare le vicende del territorio in cui vive, se vuole che appaiano verosimili al lettore. Narrare il territorio. Gli umori, le opinioni, gli scorci e le contraddizioni di luoghi che abita. Altrimenti non è noir, è un giallo e di fantasia. Cosa rende dunque il noir lo strumento adatto a fotografare la realtà dei luoghi e i crimini che, malgrado tutto, li compongono?

Il Noir mediterraneo si fonda su una formula precisa: unire gli elementi di informazione all’ intreccio narrativo, e denunciare alcuni aspetti del sistema istituzionale che hanno consentito alla criminalità di infiltrarsi e radicarsi nel tessuto sociale. Alla base di questa riflessione c’è la consapevolezza del cambiamento della criminalità rispetto al passato, e di come abbia avuto un’intuizione fondamentale: per poter agire in maniera ottimale è necessario agire con lo Stato e non più contro di esso, ed è proprio questa la linea di demarcazione tra la nuova e la vecchia criminalità.

Dal Manchette che raccontava una Parigi violenta e senza scrupoli, che non si fa problemi a “non vedere” il rapimento di un politico di un paese africano (ne “Il caso N’Gustro”) al catalano Montalbàn che denunciava gli sprechi e le miserie della Barcellona preolimpica. Si passa poi a Jean-Claude Izzo, che concluse la trilogia marsigliese con Solea  facendo morire il suo protagonista Fabio Montale, che incarna la speranza nel cambiamento. La sua morte è un avvertimento, una precognizione sul destino che accomuna tutti coloro che vengono lasciati soli e senza speranza, un monito su come la società sia arrivata ad un punto tale di corruzione che nessuno sarà in grado di cambiare.

Massimo Carlotto ha proseguito il pensiero d Izzo e intuito che in Italia c’erano ancora molti misteri e verità scomode da raccontare, e in primo luogo tra questi il rapporto Stato–criminalità. La malavita vive paradossalmente grazie allo Stato, ma soprattutto grazie all’indifferenza mostrata verso alcuni temi particolarmente problematici che vengono ormai occultati anche dal sistema giornalistico:

“Sradicano la cultura perché  è pericolosa. Perché fornisce tutti gli strumenti per pensare. Sveglia le menti. Affina le coscienze. E questo per lo stato- e per le organizzazioni criminali- non va bene”

(Piergiorgio Pulixi, “L’eredità di Izzo”)

Fate conto che in Lombardia un assessore regionale è stato arrestato per aver comprato i voti dalla ‘ndrangheta e c’è ancora chi è convinto che la mafia sia “cosa del sud”. È in questa situazione di “mancanza d’informazione” che il noir mediterraneo alla tensione narrativa tipica del genere accosta la finalità della denuncia, per sensibilizzare e

“lasciare volutamente aperta la coscienza del lettore. Quando questi chiude l’ultima pagina del libro si trova di fronte a una scelta dicoscienza: o continuare a ignorare il problema pur sapendo la verità diventando un complice o muoversi per dare un contributo e cambiare lo stato delle cose.”

(Intervista ai Mama Sabot, Valeria Floris, giugno 2011).

L’obiettivo che si prefigge il noir mediterraneo è portare il lettore ad avere dei dubbi, ad informarsi, a confrontarsi con ciò che viene raccontato nel libro, ed essendo questo legato all’analisi della società, così come essa è in continua evoluzione anche il romanzo cambia e in qualche modo cresce insieme al mondo che racconta. Il suo impianto realistico mira a far emergere la complessità del mondo, delle relazioni sociali e delle gerarchie di potere.

“In questo paese si fa finta che le cose non esistono. C’è il silenzio. Il nostro ruolo è quello di informare con lo strumento del romanzo utilizzando informazioni  che avrebbero dovuto però riportare i giornalisti . In Italia c’è un fenomeno unico: i lettori ogni giorno suggeriscono agli autori quale storia raccontare: sono loro a chiamare, a raccontare ciò che vedono e vivono, a mostrare documenti piuttosto che articoli di giornali e testimonianze nelle interviste. Questo fenomeno è unico, perché non esiste in nessuna altra parte d’Europa”

(Massimo Carlotto, intervistato da Valeria Floris, Giugno 2011)

Una delle risorse che ha reso famoso a livello internazionale il noir mediterraneo consiste nell’aver valorizzato le differenze tra un territorio e l’altro. Ciò ha permesso di inserire nel tessuto sociale del territorio stesso delle vicende specifiche che lo caratterizzano. Jean-Claude Izzo racconta di una Marsiglia deturpata dall’industrializzazione incombente, dall’indifferenza verso gli emarginati della società con cui le coscienze civili dovrebbero lottare per ritrovare una dignità umana perduta in seguito alle trasformazioni conseguenti la globalizzazione. Petros Markaris fa muovere i passi del suo commissario Charitos in un’Atene piegata dalla crisi, dai debiti e dalla perdita del senso di nazione. Massimo Carlotto, conscio del fatto che non si può narrare di crimini  prescindendo dalla zona geografica e dalla contemporaneità in cui ha luogo il crimine, ha parlato di tanti territori. Il Nord-Est di alcune sue opere è caratteristico per la sua posizione di crocevia di grandi movimenti, accumulazione,di ricchezze e di interessi di mafie e istituzioni statali, spesso colluse. Montalbàn illuminò il volto maledetto di una Barcellona che si apprestava a diventare di gran carriera la città più ricca della Spagna post-franchista.

Raccontare un territorio attraverso il noir significa porre l’accento sugli aspetti ambientali, politici e sociali che vengono compromessi dal sistema economico e, come già citato, da quello istituzionale, puntando a una riqualificazione territoriale che miri a ridare dignità a chi lo vive.

Come sempre, Scerbanenco aveva ragione.

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