Jean Patrick Manchette – L’uomo del neo-polar


MANCHETTE Jean PatrickCi sono autori che, quando pubblicano il loro primo romanzo, si capisce subito che quel libro sarà uno spartiacque tra quello che c’era prima e ciò che verrà dopo. Perché hanno saputo anticipare le tematiche future, svilupparle anche, perché cavalcano una moda che negli anni a venire sarà dominante oppure perché quel libro è talmente stravagante, originale, da scombussolare l’esistenza stessa del genere letterario che tratta. E’ successo in Italia, con Loriano Macchiavelli e ve l’abbiamo già raccontato. Con quest’articolo vi parliamo di un altro rivoluzionario. Questa è la storia di Jean-Patrick Manchette, l’uomo del neo-polar.

Il genere poliziesco ha preso in prestito molte parole dalla lingua francese. Una su tutte è proprio noir, nero, che n’è diventata la parola simbolo, quasi una definizione in quattro lettere. E’ noir, punto, che altro si deve aggiungere. Ce n’è un’altra di parola francese molto utilizzata. E’ la contrazione della definizione “roman policier”, che significa romanzo poliziesco, appunto. Questa parola è polar. Un po’ come giallo, qui da noi, che sta a indicare un tipo di romanzo poliziesco, quello dell’enigma da risolvere. Bene, il polar, in Francia è il romanzo dell’intrigo. Questo genere nasce nel secondo dopoguerra, a opera di scrittori come Leo Malet, che nel 1943 pubblica “120, Rue de la Gare”, primo romanzo nero dove fa la comparsa l’investigatore Nestor Burma. Ne seguiranno tanti altri. Come Raf Valet, in “Morte di uno sbirro”, Andrè Helena con “Gli sbirri hanno sempre ragione”. Storie nere di violenze e di sbandati, criminali e poliziotti feroci. Il roman polar, in Francia, ha valenza di denuncia, perché fa saltare all’occhio del lettore quello che non va. Ma i tempi cambiano.

Siamo agli inizi degli anni ’70. I tempi sono davvero cambiati. Il dopoguerra è lontano e uomini come Nestor Burma sarebbero vecchi e incapaci di capire le dinamiche della società. Le lotte studentesche, le manifestazioni per i diritti civili in America, le guerre d’indipendenza delle colonie francese, inglesi, belghe o portoghesi. Il movimento femminista, la crisi energetica. Il mondo è diverso. E il polar, ciosì com’è stato concepito, non va più bene, non rappresenta più niente. E’ tempo di dare uno scossone. Che arriva, grazie a un autore chiamato Jean-Patrick Manchette.AVT_Jean-Patrick-Manchette_3409

Manchette nasce nel 1942 a Marsiglia, città che si conferma capitale mondiale del noir. E’ un traduttore che si diletta a suonare in un complesso jazz, che fa musica Bebob, quello stile molto veloce, fatto di armoniche ritmate e innovative, il jazz di Dizzie Gillespie e Miles Davis, tanto per capirci. Manchette è di sinistra, e lo si capirà leggendo i romanzi che scriverà. S’ispira al romanzo nero americano, quello dell’hard-boiled e lo fa cogliendone gli aspetti violenti e feroci, applicando alla scrittura il ritmo tipico del bebop. Scene lente che si alternano a sparatorie violente, dialoghi serrati, personaggi ben definiti. Una sorta di montagna russa, che sale, si ferma, e poi scende.

Il suo primo romanzo s’intitola “Lassez bronzer les cadavres”. Storia di quattro amici cinquantenni e di 200kg d’oro, che si svolge in un’unica giornata, dove i capitoli indicano l’ora dello svolgimento. Poi è il momento de “L’affare N Gustro”, storia di un politico africano in esilio e del suo omicidio. Qui s’ispira alla vicenda nera di Ben Barka, leader della resistenza marocchina rifugiato a Parigi e misteriosamente scomparso sotto gli occhi conniventi dei servizi segreti francesi. Ne seguiranno tanti, di romanzi. Undici, per la precisione. Tutti brevi, intensi e rabbiosi come un brano bebop, di quelli delle rincorse tra tromba e sassofono. Ecco, il pubblico lo capisce che quel Manchette è differente, che non è un autore come gli altri. Che le sue storie sono nere, oscure ma non ricordano quelle degli autori venuti prima di lui. Ma dentro quei romanzi ci sono tutti gli anni ’70, con il loro carico di contraddizioni e di rivoluzioni sociali come nessuno aveva fatto prima. Allora se non è polar, che cos’è? Semplice, è neo-polar.

41Ytv+HfhzL._SL500_Prendete quattro anarchici francese e uno catalano, che tutti chiamano Bonaventura. Metteteli dentro un’auto a Parigi. Mettete l’auto di fronte all’ambasciata americana in Francia. Poi lasciate che sia Manchette a raccontarvi come va a finire. Finisce che i quattro assaltano l’ambasciata e rapiscono l’ambasciatore americano, facendosi beffe dell’intera polizia parigina. Poi la Polizia, per usare un termine molto frequente nei polizieschi anni ’70, s’incazza. E li uccide tutti.

Cambiate scena. Entrate nello studio di Talpon, un detective privato scanzonato e poco portato all’indagine investigativa. Fate in modo che in quello stesso studio ci sia un commissario di polizia e che questi tenga in mano una pistola. Poi fate che sia Tarpon a sparare per primo e poi a scappare. Fatelo arrivare a la Gare de Nord, dove deve incontrare il suo cliente. Che però viene freddato da un cecchino, che gli fa saltare la testa con un proiettile a espansione.

Queste che vi ho appena raccontato sono alcune tra le storie più belle, divertenti e godibili della produzione di Jean Patrick Manchette, l’uomo e scrittore capace di sovvertire i canoni del polar francese. C’è una cosa che però rende Manchette uno scrittore spesso ignorato. I suoi romanzi non hanno la valenza politica che sarà inserita nel noir solo da Izzo. Per cui i romanzi di Manchette rimangono solo belle storie, divertenti e godibili. Ma solo storie.

Perché parlarvi di Jean patrick Manchette e del suo modo unico di rivoluzionare il romanzo poliziesco francese? Semplice. Io l’ho scoperto per caso e me ne sono innamorato. I suoi romanzi breve e intensi, pieni di colpi di scena e tamburellanti di dialoghi serrati, mi hanno divertito e appassionato. Per questo ho voluto raccontarvi questo autore, perché le cose belle vanno condivise.

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