Gian Carlo Fusco, l’illustre sconosciuto del noir italiano


Io non lo conscevo. Le grandi enciclopedie non lo nominano. Forse qualche blog, quà e là, ne da un acenno. Eppure ci hanno anche girato un film, sulla sua vita. E allora chi è stato questo Gian Carlo Fusco e perché è stato tanto importante da meritarsi un articolo su Noir Italiano?

Procediamo con ordine.

Gian Carlo Fusco nasce a La Spezia nel 1915. Come dirà poi nel romanzo (che voleva spacciare per autobiografico ma che è quasi tutto inventato di sana pianta) “Duri a Marsiglia”, nasce a cavallo tra la guerra italoturca e la prima guerra mondiale. E’ tante cose, Gian Carlo Fusco. E’ stato un sognatore, innanzitutto. Una sorta di D’Annunzio sfigato. Ovvero, di quelli che tentano di “far della propria vita un’opera d’arte” e finiscono solo per rimediare pugni in faccia. E di pugni, proprio in faccia, Fusco ne prende davvero troppi, perché tenta la carriera di pugile, finendo per perdere tutti i denti nell’unico incontro disputato. Da allora porterà sempre una dentiera. Fusco è un affabulatore. Un personaggio. Uno di quelli che, quando si è in tanti in un locale, splende di luce propria e intrattiene la tavolata con racconti più o meno mirabolanti. E nessuno che osi interromperlo. E’ un viveur, Fusco. Amala vita, soprattutto quella notturna. Il puzzo dei sigari, il profumo delle entreineuses, l’aver a che fare con malavitosi o presunti tali, lo champagne servito nei cestelli ghiacciati nei night liguri, marsigliesi e romani.

Dopo aver combattuto sul fronte greco, vestendo la divisa degli Alpini mandati a morire nel fango dell’Epiro, diventa giornalista. Sarà un reporter eccezionale, forse il migliore di quel tempo (anche se, come richiedeva il suo personaggio, non s’iscrisse mai all’albo). E scriverà tanto, Fusco, compresi romanzi e articoli.

Nel 1974 pubblica “Duri a Marsiglia”, un romanzo noir che si rifà alla tradizione del feuilleton d’inizio secolo. L’iniziazione al crimine da parte di un giovane anarchico fuggito dalla Liguria per scappare alle tenaglie della repressione fascista. Charles Fiori, che Fusco vorrebbe far passare per sè stesso, si rifugia a Marsiglia e cerca ospitalità nei circoli anarchici dei fuoriusciti italiani. E’ un giovane scafato e senza scrupoli e finisce per diventare sgherro del clan calabrese, in lotta (dopo un periodo di tregua voluto dal prefetto di polizia in persona) con i clan dei còrsi e dei catalani. Un romanzo irresistibile, fatto di dialoghi trasognati, scritti in un misto d’italiano, francese, spagnolo e calabrese. Un romanzo sul mileu, sulla mala, o sull’idea romantica che si ha di essa.

Così lo descrive Giovanni Arpino in una nota:

“un feuilleton inesausto, tutto giocato sull’onda del filone nero francioso, un po’ Gabin e un po’ teatro d’abord, tanto cinema in sequenza e grani di Prevert sparsi quà e là, o accatastati come il crescione a fianco della bistecca parigina”.

Fusco morirà nel 1984. Verrà presto dimenticato da tutti, come succede spesso a quelle persone troppo uniche, inimitabili, che fanno impallidire il resto del mondo. Eppure, se fosse vivo ora, Fusco sarebbe uno di quei personaggi contesi dai talk-show del pomeriggio e della sera, sarebbe onnipresente in tv, avrebbe milioni di follower su Twitter e un suo post su Facebook riceverebbe centinaia di commenti. Sarebbe un’icona, Fusco. Icona di come vivere la propria vita come un’opera d’arte o, perlomeno, provarci.

Però, per noi amanti del noir, “Duri a Marsiglia” può venir considerato un primo esempio di noir mediterraneo. Anche se l’idea di Fusco non era certo quella di denunciare il lato oscuro di Marsiglia (caratteristica che sarà poi essenziale nelle opere di Izzo). Però c’è il mare, c’è il sangue, c’è azione, ci sono criminali e persone perbene.

Quindi è noir e mediterraneo. Per la prima volta.

Per questo grazie, caro Gian Carlo Fusco, illustre sconosciuto del noir italiano.

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