Filosofie editoriali (Parte 1)


Diego-ZandelContributo esclusivo dell’autore Diego Zandel, che ringraziamo per la disponibilità.

Negli anni Ottanta e per buona parte dei Novanta ho fatto il “lettore” di case editrici, cioè l’addetto alla lettura dei dattiloscritti che pervenivano alle case editrici. Ho cominciato con la Mondadori, il cui direttore per la narrativa italiana era Alcide Paolini, quindi per la Bompiani, quando il direttore editoriale era Mario Andreose e una giovane Elisabetta Sgarbi muoveva i primi passi nell’editoria, infine per la Rusconi, direttore Ferruccio Viviani.  Ho fatto il lettore in sequenza, per queste case editrici, non contemporaneamente, e sempre di narrativa. Ma il lavoro era sempre lo stesso: lettura dei manoscritti e relativa scheda, la quale doveva riportare tre elementi:

  1. una sinossi del romanzo;
  2. un giudizio letterario;
  3. un giudizio commerciale.

Non so con quale criterio i direttori editoriali decidevano di mandare a me questo o, non piuttosto, un altro dattiloscritto. Per Bompiani lo so: la casa editrice aveva a Roma, in via dei Greci, una sede, (non  quella generale che  era a Milano).  Ci stava l’ufficio stampa per i giornali romani e la televisione, una sala riunioni per i venditori, l’ufficio per il direttore editoriale quando scendeva a Roma e così via. Molti autori, o aspiranti tali, trovavano questo indirizzo sull’elenco telefonico e spedivano qui i dattiloscritti. Così, io avevo l’incarico di leggere quanto arrivava, si può dire  che sceglievo dal mucchio. Poi mandavo il tutto, dattiloscritti e schede, a Milano (per ogni lettura, mi pare, venivo pagato 35 mila lire, cioè una quindicina di euro oggi o poco più). Il criterio della Rusconi era un altro: quelli che mi arrivavano erano tutti dattiloscritti raccomandati da qualcuno importante, compreso Andreotti, gente a cui bisognava dare una risposta, la quale ovviamente, al di là delle parole di rito, doveva essere motivata relativamente all’eventuale e  probabile rifiuto. Il criterio della Mondadori non l’ho mai capito.
Ma con Mondadori e Rusconi, più ancora che Bompiani, dei cui manoscritti non conservo memoria di alcuno, con Mondadori e Rusconi ho però capito una cosa: che il mio giudizio, quale esso fosse, positivo o negativo, non contava ai fini della pubblicazione.

Perché dico questo? (e sia ben chiaro che la mia è solo un’ipotesi). Dico questo perché ho visto pubblicate opere che io avevo bocciato, mentre non così è stato per alcune  opere  che da me avevano avuto un giudizio positivo. E devo dire che, almeno nel caso della Mondadori, cioè di Alcide Paolini, ci vedevano giusto, perché non solo quelle opere che io avevo bocciato venivano pubblicate (una infinitesima parte ovviamente), ma alcune hanno avuto un successo notevole.
Per la Rusconi non era proprio così: ho visto pubblicare romanzi da me bocciati, ma l’autore  apparteneva  chiaramente alla cerchia del potere politico e dintorni. Quella di pubblicare quel genere di libri era una decisione forse presa a monte, dall’editore stesso, il vecchio Edilio, per equilibri politici suoi, e la mia lettura serviva solo a orientare sul tipo di romanzo che si andava pubblicando. Ciò non toglie che, accanto a questi libri, la Rusconi  non  pubblicasse  opere e autori di valore: l’elenco sarebbe molto più lungo di quelli preordinati, in fondo, questi ultimi, pochi, pochissimi.

Nell’un caso e nell’altro ho capito che la pubblicazione di un libro segue logiche tutte sue. Nel caso della Mondadori di allora contava certo, e ancora, l’aspetto letterario, ma più ancora le potenzialità commerciali del libro; nel caso della Rusconi, valeva forse il principio che i bilanci editoriali, oltre che con le vendite, si salvaguardavano  anche con un occhio al sistema politico  dei favori,  per ritorni economici di altro tipo. Faccio l’esempio del presidente di una grande azienda pubblica che uscì con un paio di libri con Rusconi e buona parte della tiratura fu acquistata dall’azienda stessa, andandone a riempire i magazzini.

Se l’argomento t’interessa allora dai un’occhiata a:

Intervista a Diego Zandel

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