Un brandy con Lorenzo Mazzoni


LMazzoni

Oggi incontriamo l’autore ferrarese Lorenzo Mazzoni, creatore del personaggio del commissario anarchico e poco ordinario Malatesta.

Noir Italiano: Ciao Lorenzo, benvenuto a Noir Italiano. Che ci beviamo? Per me una grappa, che scalda bene. Tu?

Lorenzo Mazzoni: Io vado con un brandy, o uno stravecchio, o come vogliamo chiamarlo.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

LM: Liberazione, anche se credo che questo sia un termine che possa essere esteso a ogni opera letteraria. significa un mondo più reale del reale, divertimento, suspense, strade, odori, il cuore pulsante dei peggiori e migliori stati d’animo della razza umana. significa grandi narratori, per me anche graham greene ed emilio salgari sono noir. significa un luogo ideale nella mente.

NI: Cosa rende Ferrare una città da noir?

LM: Il suo provincialismo alle prese con la globalizzazione. Credo che in una metropoli sia più facile ambientare un noir come siamo abituati a leggere. La provincia, questa provincia, ha sconcerie e atmosfere noir forse più nascoste, ma più originali se uno riesce ad individuarle. Ferrara è un grande noir in bicicletta, comunità di stranieri grandi come un villaggio lillipuziano, strade deserte dove dopo mezzanotte i poliziotti massacrano ragazzi indifesi, night club di campagna, teppisti in età da pensione, appalti edilizi in Albert Speer Style a ridosso del centro storico, a violentare ciò che di buono la Storia ha edificato. È l’eco dei complotti e del marciume portato avanti dall’illuminata corte Estense, con le sue segrete, gli omicidi, i tradimenti.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

LM: Avevo due scelte: o mi suicidavo o trovavo un modo per migliorare ciò che mi stava intorno. Ho scelto la seconda strada, e l’ho scelta a sei anni, quando ho regalato a mia mamma il mio primo racconto, una storia incredibile influenzata dall’Odissea televisiva dove 23 greci partivano in cerca di avventure e riuscivo a farne morire 54. Che meraviglia l’infanzia. Non ho più smesso, di scrivere e soprattutto di leggere. La letteratura è davvero il mio antidoto a una società che mi fa rabbrividire, il mio modo di raccontare quello che osservo, quello che studio, i miei sogni, i miei viaggi, la mia protesta. La letteratura mi ha salvato la vita e continua a farlo.

NI: Perché, tra tutti i generi, hai scelto proprio il noir?

LM: Credo che la buona narrativa popolare (non so se la mia lo sia, buona, intendo) dovrebbe parlare a tutti e dare dei messaggi. Deve contenere qualcosa che ha a che fare con la rivoluzione in tutte le sue forme. Il noir, per le dinamiche del genere, per la sua possibilità di investigare sui peggiori istinti dell’uomo, è un genere perfetto per lasciare messaggi. Inoltre nonostante io legga di tutto sono molto legato ad autori prevalentemente noir, un’influenza che mi porto dentro in modo quasi endemico.

NI: Parliamo di noir in sè stesso. Credi che si tratti solo di letteratura d’evasione o sia un modo che gli autori hanno per mostrare verità ritenute scomode?

LM: Come ha scritto anche uno dei miei tanti eroi, Paco Ignacio Taibo II, io non credo esista la letteratura d’evasione. Quando io leggo mi libero, non evado, non ho paura di essere ripreso. Come scrittore mostro al lettore realtà scomode, e credo sia l’intento che ogni autore noir ha, in un modo o nell’altro. Come ho detto prima, si tratta di inscenare un processo rivoluzionario, una battaglia contro il mondo. Sono anche convinto che se il mondo ti piace così com’è non scrivi, fai altro, vai a raccogliere margherite o a prendere il sole in riviera romagnola, di conseguenza sì, è un modo magnifico e sovversivo di mostrare realtà ritenute scomode.

NI: Quando scrivi, preferisci seguire una scaletta o lasci che sia la scrittura a guidarti?

LM: Dipende molto da cosa sto scrivendo. Generalmente prendo molti appunti su blocchetti, fogli sparsi, scontrini, poi li sistemo in un secondo tempo al computer. Nel caso di “Malatesta, sbirro anarchico”, parto da un’idea labile, ma poi entra in gioco subito la scaletta. È un personaggio che conosco bene e so come strutturare e far evolvere le sue indagini. In altri contesti ho lasciato che fosse la scrittura a guidarmi, a volte anche il caso, o il luogo dove stavo scrivendo.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

LM: Buona parte delle mie giornate, generalmente il mattino e il pomeriggio, quotidianamente. Se non sono al computer leggo o studio o faccio ricerca o ascolto musica o passeggio o prendo un treno, viaggio. Tutte pratiche legate alla scrittura a mio modo di vedere. È un lavoro costante di sopravvivenza, non parlo dell’aspetto economico, ma di quello mentale.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

LM: Grazie a voi. Te la dico in ferrarese: A ghè un nebion che anc i pasarin i va a piè. Significa: C’è una nebbia che anche i passerotti vanno a piedi.

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