Il noir secondo Alberto Eva (parte 3)


NI: In un panorama così affollato di autori, tra marescialli, poliziotti, detective, gente comune, medici…è ancora possibile essere originali e trovare soluzioni innovative oppure il noir è destinato a ripetersi?

AE: Per quanto mi riguarda… Circa i personaggi, ho cercato di svicolare. I protagonisti dei miei quattro romanzi sono: un assicuratore, un giornalista che lavora per una radio libera, che equivale a privata (anno 1982; oggi, non sarebbe credibile), un arredatore anche gigolo, un commercialista. Per il lavoro in corso, l’eroe è un tappezziere in stoffa. Ho deciso di promuovere ad il mio mestiere, solitamente non molto considerato (la mamma degli imbecilli è sempre incinta. Ovvero: cfr. Barnum). Non sono professioni molto frequentate, fra gli Autori in corso.

Per i giallo, dato lo schema, se l’Autore ha voglia, è informato ed è capace, ha  molto da lavorare sui personaggi… Dati i rozzi testi che circolano, sarebbe una soluzione innovativa. Difficile, semmai, raccontare il tempo in cui viviamo, così frammentato. Conviene coglierne uno spicchio; poi, se possibile, da un microcosmo ricavare un macro-. Seppellire lo schema del giallo sotto una montagna di fatti, ragionamenti, personaggi, in modo che il giallo sia l’ultima cosa alla quale il lettore pensa, attratto com’è (come dovrebbe essere) dalla letteratura. Il contenuto deve essere posto in grado di non avere nulla da invidiare ad un romanzo tout court, di non essere soggetto ad alcun complesso d’inferiorità. Chandler osserva “la storia ideale è quella che leggereste anche se mancasse la fine”: si riferiva al giallo, ed è facile comprendere che un oggetto del genere, per essere accettato senza l’individuazione del colpevole, deve avere grandi qualità. Non arrivo a domandare la non menzione dell’omicida (pur sapendo che l’Ingegner Gadda… nel “pasticciaccio”… vedi sopra): solo a chiedere altrettante, grandi qualità; pur confessandomi autore di un racconto in cui c’è una colluttazione, ci scappa il morto ma… non si sa quale dei due personaggi posti in scena sopravvive in quanto responsabile della morte inflitta all’avversario.

Altro terreno sul quale muoversi? Uno, attualmente poco frequentato, lo suggerisce Lei: il risveglio delle coscienze. Confermo che per quella via, in sé, non credo si possano ottenere risultati. Suggerisco pertanto di usare il risveglio quale cavallo di Troia. Suo tramite, ottenere una “presa di coscienza”: far misurare al lettore il modo scervellato in cui sta vivendo (poi, da scommetterci che non muterà stile di vita; ma un minimo di consapevolezza…!); come buona parte degli abitanti del “Primo Mondo”. Un’altra parte, è costituita da quelli che vorrebbero vivere come i primi, solo che non se lo possono permettere e crepano d’invidia. Fuori mi chiamo: sono un “prodotto di nicchia”. Ho molti conoscenti, ma solo tre amici; non ho più nemmeno moglie: una malattia me l’ha tolta. Cosa vuole che me ne importi, di condurre una vita dispendiosa almeno quanto imbecille? Ho i miei libri, scrivo, lavoro, un figlio che è un modello di virtù… mi basta. Non fosse per la morte di una moglie che è stata fin da subito il grande amore della mia vita, sarei perfino un uomo felice.

Il suggerimento relativo al risveglio usato quale cavallo di Troia, potrebbe ottenersi per semplice rispecchiamento (aderenza alla realtà dei personaggi posti in scena). Concedo tuttavia che al lettore potrebbe risultare impervio riconoscersi nella pagina scritta, e senza questo, la “presa di coscienza” andrebbe a farsi ad escort: ma è una partita che potrebbe essere degna di essere giocata… Ove (come capita al sottoscritto: vedi sopra, a proposito della mia verbosità) non si abbia fiducia nel comprendonio delle persone, si potrebbe ricorrere all’espediente brechtiano dello “straniamento”: l’attore (nella fattispecie, il personaggio) “recita” la sua parte, guardando “dall’esterno” il soggetto che impersona, ovvero giudicandolo e, se del caso, sbeffeggiandolo, mantenendolo sopra le righe per sua esplicita volontà (e per quella del regista/ dell’Autore), ottenendo in questo modo che il rispecchiamento assuma tale profondità che solo un cretino congenito potrebbe non riuscire ad afferrare il concetto (ma può capitare. A Firenze si dice: se l’intelligenza fosse posta in vendita, ci sarebbe sempre, qualcuno talmente imbecille da non recarsi ad acquistarla).

Ultimo suggerimento, per uscire dalla massa indistinta dei marescialli (du’ palle!): usare tecniche narrative peculiari. Le prime 62 pagine (nella “Medusa” Mondadori che possiedo) di “The Sound and the Fury”, il monologo finale di Molly Bloom (tecnica che ho parzialmente usato nel mio racconto che non rivela il nome dell’0micida, sopra ricordato) in “Ulysses” di Joyce, il flusso di coscienza di Virginia Woolf, le parentesi tonde e quadre (parentesi dentro parentesi, per urgenza di porre su carta l’impeto di quel che percepisce, contemporaneamente e in più direzioni, la mente dell’Autore: qualcosa di simile all’instant painting di Jackson Pollock) di David Foster Wallace, con buona pace di quel coglione fallito e vigliacco (gli attacchi post mortem, meritano che il loro autore venga così definito) di Breast Easton Ellis. Tecniche da recepire ed utilizzare. Sento intorno sussurrarmi che per usarle occorre saper scrivere. I sussurri arrivano secondi: l’ho già detto alla precedente domanda, che fra le caratteristiche richieste a chi scrive “noir” c’è anzitutto quella di saper scrivere… E’ una tautologia, ridotta all’osso: per scrivere occorre anzitutto saper scrivere. Conoscere l’alfabeto, immagino non sia sufficiente.

…E di fronte a tutto questo, volete farmi passare per innovazione un tipo che scrive in siciliano? Anzitutto, siamo alla scopiazzatura del solito “pasticciaccio” (non ho la fissazione: nel contesto, calza, e più volte, a pennello. Pur se sono conscio che “La cognizione del dolore” è di gran lunga il capolavoro di Gadda,, probabilmente il più grande Autore del nostro Novecento): il rifiuto di usare l’italiano. Inoltre, “il siciliano” non esiste. a Catania non si parla come a Trapani, così come a Livorno non ci si esprime come a Firenze già a livello di pronuncia dello stesso termine. E non mi venite a dire che il bergamasco (autorevolmente considerato il dialetto più incomprensibile d’Italia) somiglia al milanese… L’Italia è il paese delle cento padelle: inutile girarci attorno.

…Meglio va con il “noir”: indagare le oscure ragioni che spingono ad intraprendere certe strade… Cosa, ha davvero spinto Fiorito a fare quello che ha fatto? D’accordo, l’avidità: ma da cosa nasce, in quale contesto cresce, in quale società si  fa proterva e sbracata in maniera così priva di pudore, nei termini delle dimensioni? Frugare nella biancheria sporca di un anima che, neonata, era candida e buona quanto il selvaggio di Rousseau, individuarne il vulnus… “Delitto e castigo” di Dostoevskij è qualcosa di diverso? Dello stesso Autore segnalo il ricco, nerissimo intreccio dei “Karamazov”, con mort’ammazzato (Fjodor), un colpevole “giudiziario” (Dimitri. Dostoevskij anticipa John Grisham e il legal thriller!), un colpevole reale (Smerdjakov) che però non si può costringere a testimoniare in favore di Dimitri, per la ragione decisiva che si è suicidato; perfino un mandante morale, ma forse solo frainteso, Ivàn (anticipa Sofri? Scusi: so resistere a tutto, meno che alla possibilità di spetardare battutacce). Naturale, infine, che i buoni (solo uno, nella fattispecie: Aleksièj) siano tratti a salvamento. Per fatto personale, mi tocca infine citare, quale “noir” esemplare dello stesso Dostoevskij, “I Demoni” (anche “Gli Indemoniati”. dipende dal traduttore; titolo originale, “Besy”): agli albori del ’68, sentii circolare certi discorsi che mi fecero esclamare: qui finisce a revolverate. Prima o poi, spuntano “I Demoni”. Di lì a poco ne uscì quella parodia tutta italiana nomata “Brigate Rosse”…

NI: Come vede il futuro del romanzo poliziesco italiano?

AE: Ha da passà’ ‘a nuttata. Allo stato, c’è una pletora di soi-disant scrittori che, avendo tempo, mi piacerebbe recensire, così “gni pass’ì’ bbischero di pe’ ì’ ccapo” detto in fiorentino (in italiano: “passano loro, le cattive idee dalla testa”. Avverto: il fiorentino che uso parlando, e scrivendo qualche volta, è un “apparecchio” che non ha nessuna relazione con l’italiano. Il Conte Manzoni venne a risciacquare i panni in Arno, ma si limitò a farlo frequentando le classi colte; il Conte Gino Capponi, per esempio. Fosse sceso in strada, si sarebbe sentito “sepolto in un mare di cacca / non so se d’uomo oppure di vacca…”, come si cantava qui, più tardi, ovvero subito dopo l’alluvione del ’66. E’ per questo, che leggere di due lecchesi probabilmente analfabeti che parlano come il Conte Capponi mi ha sempre fatto sorridere. Resta che “I Promessi Sposi” è un capolavoro). Spariranno. Sostituiti da altri? “Leva e non metti, ogni gran monte scema…”.

Intanto si osserva, alla Buchmesse (fonte: Radiorai), che le vendite di libri diminuiscono (in tempi di crisi, si tagliano i generi non di prima necessità), anche presso i lettori forti, e non sono compensate, in termini di “pezzi smerciati”, dai libri elettronici (è un altro mercato, riguarda i giovani; ma quanti giovani leggono? E quanti di essi frequentano il romanzo poliziesco?). Questo indurrà gli Editori ad essere meno spericolati; addirittura, ridurrà il numero degli Editori. Altra pletora. Leggo, in antologie di racconti alle quali ho partecipato con miei testi, di colleghi che, presentandosi al Lettore, segnalano di aver pubblicato con Case Editrici svolgenti la loro attività nei luoghi più impensati, e di aver vinto un premio, od essere stati segnalati ai più improbabili concorsi letterari… Ogni assessore alla cultura dei vari Comuni “di Roccacannuccia” sente la necessità di indire manifestazioni del genere, che sono in realtà semplici “riffe”: si fa pagare la lettura, ed il ricavato, tolte alcune spese, si mette in palio: che so, mille euro… Sessanta disperati disposti a pagare 20 euro a testa si trovano sempre…

Sparirà la ribongia (altro fiorentinismo; più o meno, si traduce “robaccia”), rimarranno i più bravi, oppure i più conosciuti, i più accreditati (tre tipologie diverse fra loro, non apparentabili); per i nuovi, ci sarà maggior selezione presso gli Editori non improvvisati rimasti in circolazione. Il rischio è che se a qualcuno di loro piace una storia inventata da un Autore che però scrive da cani, il testo viene comprato e subito sottoposto ad un editing micidiale: i grandi Editori sono attrezzati per questo tipo di operazione. Bello, e magari cartonato, il testo esce… In tutto simile ad altro testo, curato dallo stesso editor o da un suo confratello, un operatore professionale abituato a produrre testi cadaverici (il suo fine non è la meraviglia, come per i poeti. Solo di ridurre un testo ad un italiano “commestibile” ai più; possibilmente, ai rincoglioniti che parlano il televisionese). Tutto questo perché – di base, all’origine del testo – non c’è un Autore: ci sono (talune) qualità, solo che manca l’uomo (un tipo che sappia tenere la penna in mano), direbbe Robert Musil. Il talento autoriale, c’è o non c’è: nel primo caso, se ne deve sentire l’odore (i Dioscuri dell’hard boiled, Chandler ed Hammett, sono tali, ma scrivono in modo totalmente diverso l’uno dall’altro); nel secondo, si ha solo puzzo. E’ usando l’editor che, anche attualmente, si ottengono “libri di plastica”, cosa crede? Il bello è che l’Autore, non forzato a farlo dall’Editore (che è un coglione: in questo modo si svela il trucco… E’ come se Sylvan spiegasse i suoi giochi di prestigio, che mi fanno incazzare come un pinguino perché non mi spiego come riescano, dov’è che mi frega), pubblicamente ringrazia.

Veda: è un po’ come la storia dei dischi a 45 giri. Negli anni ’60, produrli costava pochissimo. Si prendeva un cantante magari raccattato dalla strada, gli si faceva incidere il suo bravo 45 giri, che si metteva in commercio; se aveva successo, altro disco e via andare; altrimenti, fuori ed avanti un altro. I 33 giri dell’epoca erano, solitamente, formati dai lati A e B di sei 45 giri. Il gioco si fece serio quando gli Autori chiesero di poter esprimere la loro arte in un 33 giri  contenente pezzi uniti da un filo conduttore, o da un comune sentire. Produrre un attrezzo del genere era costereccio, il rischio grosso: niente più soggetti raccattati dalla strada, ma Autori con le palle, o che potevano assicurare un rientro ed un onesto profitto. Avverrà anche con i libri.

Ai disperati in cerca di effimera notorietà, resterà (come in antico) la pubblicazione a proprie spese (Alberto Moravia pubblicò in tal modo “Gli Indifferenti”; solo che che è un caso unico; tuttavia c’è ancora chi si scalda a questa fascina), oppure il più moderno libro elettronico: ma anche in questo settore, saremo di nuovo all’orgia, alla ribongia, passerà di tutto e di più, senza il filtro preventivo di un Editore sia pure improvvisato… Della capacità, da parte dell’Autore, di vergognarsi di quel che ha scritto, di autocontrollarsi e autoregolarsi e quindi di decidere criticamente di tenere il suo testo di merda chiuso nell’archivio elettronico, non mi fido: anzitutto, ogni scarrafone è bell’a mamma soja; in più, tenuto conto dei rabbrividenti testi in circolazione, c’è da immaginarsi che a certi soggetti sono partiti i freni inibitori, sono vittime di un delirio di potenza che si avvicina a quello di Hitler, Come selezionare i testi da acquistare? Col passaparola di facebook, twittando… ma chi ci assicura che qualcuno non faccia il furbo, e si valga di amicizie per ottenere una disonesta notorietà, un lurido guadagno?

Resta che, in generale, il futuro del poliziesco, si riduce alla considerazione che: o si fa della letteratura, o si muore. Rileggere il testo che precede, intorno alle caratteristiche da imprimere al giallo/”noir”. Fuoriuscire, inventarsi linguaggi nuovi, usare tecniche narrative non molto frequentate, INVENTARNE DI NUOVE (le indicazioni che ho fornito certo non esauriscono il ventaglio delle possibilità! Presuntuoso va bene, ma non fino al punto di considerare esaustive le tecniche indicate), lasciare spazio al lettore. Nel mio testo “in progress”, le descrizioni sono pressoché abolite. E’ quasi tutto dialogo; e riflessioni dei personaggi, che pensano e parlano in italiano, ma in base alla loro estrazione sociale (qualche incursione, in fiorentino en-travesti. Vasco Pratolini ha scritto in questo modo per tutta la vita, per una volta sarà consentito a me?); è dalle loro parole, che deve scaturire il carattere del tipo che ho messo in scena; e se il Lettore non lo capisce, al diavolo il Lettore. Ovviamente, ho cercato di evitare l'”effetto sceneggiatura”, ed in questo mi dà un forte aiuto lo stile della mia scrittura, troppo personale e letterario; nel bene e nel male, riconoscibile. E’ la mia cifra, la mia firma. Per questo, non tollero interventi degli Editori. Alla Editor di una Casa che stava preparando un’antologia contenente un mio testo, ho indirizzato – lasciandola allibita: testuali parole contenute nella risposta – una lettera di sette cartelle, per spiegarle il senso di quello che avevo scritto, e per far presente che non era consentito di toccare nemmeno una virgola; in caso contrario, il racconto tornava a casa mia e chiuso l’incidente. Lo hanno pubblicato.

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