Il noir secondo Alberto Eva (Parte 2)


NI: Le caratteristiche che deve avere un autore di noir?

AE: Saper scrivere. Pare uno scherzo, ma la questione è seria. Si tratta di una dote che si ha, o non si ha. Mi piacerebbe, frequentare una scuola in cui si insegna a farlo: per vedere come funziona, e per farmi quattro risate. Non alla faccia dei quattro sfigati che la frequentano; ma degli insegnanti. A me, per esempio, non mi ha “imparato” (sic: l’ho sentito dire) nessuno. Scrivo, e bene, fin dalle elementari; forse perché, a causa di circostanze particolari, leggo dall’età di quattro anni e, giunto a scuola, avevo assorbito un minimo di tecnica narrativa. Ho il bernoccolo. Il fatto che io sia verboso, ridondante, barocco, è altro conto. Attiene ad una sorta di complesso di superiorità del quale non riesco a liberarmi; probabilmente, non voglio. Funziona così: poiché non ho alcuna fiducia nel comprendonio della gente, mi scrivo addosso per cercare di essere chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. Per quanto riguarda la forma. a volte è involuta perché nella scrittura ho tre bestie nere: le allitterazioni, le assonanze e le ripetizioni (già mi costa, allineare in tre parole due termini che finiscono per “-zioni”), e quindi devo girarci intorno. Sempre meglio che stendere testi che sono il festival del dilettante allo sbaraglio, scritti alla brava, senza nessun mestiere, spesso sintatticamente zoppicanti. Sembrano scritti da analfabeti di ritorno; meglio: di andata e ritorno. Non sorprende: ad un concorso per entrare in giurisprudenza, hanno buttato fuori tutti gli aspiranti: avevano fornito testi scritti che contenevano perfino errori di ortografia…

Aggiungo: sapere di cosa si scrive. Una volta Erich Linder, compianto Agente letterario, mi disse: “Lei conosce il suo salumaio? Scriva del suo salumaio”. Quindi, oltre che padroni della lingua, occorre essere padroni della materia. Nessuno sa tutto (salvo il sottoscritto… scusi la battutaccia), però ci si può informare, ed è anzi bene farlo. Per esempio, in un romanzo ho letto che, il 28 ottobre di un anno preciso che non indico altrimenti si capisce a quale rinomato Autore mi riferisco, un gruppo di nostalgici del fascismo si reca a Predappio per celebrare, sulla tomba del duce, l’anniversario della marcia su Roma. Va tutto bene: solo che, successivamente, i rincoglioniti vanno a mangiare al ristorante e si ubriacano di lambrusco. Ora: è pur vero che ognuno ha il diritto di ubriacarsi con quel che vuole, barolo, barbera, champagne… Resta che in Romagna si beve il Sangiovese. Ho chiesto ad una mia cucitrice, nata a Rocca San Casciano, se dalle sue parti bevevano lambrusco: mi ha chiesto se ero matto (nemmeno a Firenze, è facile trovarlo, se non in qualche enoteca). Per carità di patria tralascio di considerare che il lambrusco è vino di bassa gradazione; per ubriacarsi occorre pertanto assumerlo in quantità industriale.

Completo: avendo davvero, qualcosa da raccontare; che valga la pena, di essere raccontato. Sento a “Fahrenheit” (Raitre: da buon artigiano, ascolto moltissimo la radio) che giallo/”noir” è il 60% dei libri pubblicati in Italia. Troppa gente si è buttata a capofitto sul genere; e si sa che la moneta cattiva scaccia quella buona, specialmente quando c’è (come c’è) inflazione di Autori che sgomitano, che in compenso non hanno nulla da dire, ma lo vogliono dire lo stesso, e subito. Del resto: è chiaro. Quando si parla in termine di “genere”, si è fatalmente votati alla serie B, all’intrattenimento… E non sto a ripetere quanto ho scritto sopra. Ho provato a leggere qualcosa, ma i risultati sono apparsi disastrosi fin da subito. C’è qualcosa di sordido, di ripugnante, in tutto questo pubblicare Autori che non sanno tenere la penna in mano. Tipi che s’inventano trame improbabili o prive di logica… Ho letto un racconto in cui un uomo uccide la moglie, perché non disposta a concedergli il divorzio: assurdo, visto che in Italia il divorzio si ottiene indipendentemente dalla volontà della controparte (occorreranno tempo, soldi, avvocati, ma il risultato finale non cambia). Oppure, trame condite di soprannaturale e/o esoterico, quanto dire la morte del giallo/”noir”, che deve raccontare (l’ha proposto Lei…) le storture della società, o le storture dell’uomo in quanto prodotto della società di merda, della crisi di valori in cui viviamo. Valuti che una volta i politici rubavano per il partito (Craxi, anche un po’ per sé, ma lasciamo correre), ora per arricchirsi personalmente: è un derivato della società così come è andata conformandosi, grosso modo, dal 1980 a oggi. Qualcuno, all’epoca, aveva preso sul serio quei coglioni dei brigatisti rossi, che volevano portare alle estreme conseguenze le contraddizioni del sistema, e delle multinazionali, e scatenare la rivoluzione (In Italia, impossibile: vedi sopra) e, per acquietare le acque, si è cominciato ad allungare un po’ di soldi in giro… ritorno al privato, riflusso… rivoluzione, solo sognata, al macero. Sarebbe avvenuto comunque: solo che aver raggiunto il risultato facendo circolare moneta fasulla (inflazione) ha portato all’accumulo, nel decennio ’80 per l’appunto, dei primi due milioni di miliardi di debito pubblico (quelli che hanno rubato, sono spiccioli; e lo sono tuttora. Naturalmente, questo non giustifica il furto. E’ che il buco senza fondo ha altre origini).

NI: A cosa è dovuto, secondo lei, il successo di pubblico che sta avendo il giallo italiano in questo periodo?

AE: Dato che (vedi sopra) il 60% dei testi pubblicati si muove nel territorio del giallo/”noir”, mi sembra che il termine “successo”, da Lei usato, sia calzante: essendo l’edito di quella mole, il volume complessivo delle vendite è di necessità cospicuo. E’ tuttavia un successo che ha luci ed ombre. Una persona mi ha girato una serie di messaggi indirizzati ai “Gialli Mondadori”, da lettori che, piuttosto incazzucchiati per la pubblicazione di “Carabinieri in Giallo/4”, hanno sparato a zero sugli italiani. Forse sono tradizionalisti (anche se i tempi d’oro della Mondadori sono passati; per un cumulo di circostanze, e di bischeri, che sarebbe troppo lungo spiegare qui – circostanze, ed anche bischeri -, ma che conosco in dettaglio vista la mia anzianità di servizio: il primo romanzo è uscito proprio nei Gialli Mondadori nel 1980); ma è pur vero che buona parte dei testi pubblicati puzza di dilettanti allo sbaraglio. Può darsi che questo è ciò che passa il convento: ma a questo punto, forse converrebbe chiuder bottega… Vedremo come andrà la prossima edizione che, dietro insistenza della persona di cui sopra, è onorata dalla presenza in concorso di un mio testo. E’ un testo piuttosto peculiare, e non conto molto che verrà apprezzato, almeno sulla scorta della qualità di quanto pubblicato quest’anno (tener conto che “questo passa il convento” è vero fino ad un certo limite: costituito dal temperamento dei singoli giurati. Ogni concorso del genere è imprevedibile).

In forza di quanto precede, piacerebbe sapere quali sono i risultati di acquisto delle singole opere (per esempio, i miei sono bassissimi; ma è pur vero che non bazzico grandi Editori: la distribuzione è quindi limitata; nessun battage). E’ certo che un discreto gruppo di Autori ha un proprio seguito, anche se talvolta non riesco a spiegarmene il motivo. E’ possibile che i miei giudizi siano errati, vecchi, superati. Su questo punto mi permetto tuttavia di esprimere qualche dubbio. Capisco che apprezzando Raffaello Sanzio (peraltro, un malfattore, secondo i futuristi…) si possa rimaner turbati da “Guernica” di Picasso, esistendo fra i due Autori una differenza tecnico/espressiva abissale. Quella che, in termini narrativi, di tecnica appunto, di metodo, relazionata ai grandi del passato, non vedo nei nostri più accreditati Autori di giallo/”noir”: tutto considerato, l’archetipo, il “mood”, è più o meno ottocentesco (alla faccia della novità…), con buona pace di un tizietto famoso che, intervistato alla radio, affermò che, fuori dal genere (!), apprezzava John Fante ma non Faulkner in quanto, a suo dire, appunto ottocentesco. L’ho incontrato, e gli ho chiesto se aveva letto “The Sound and the Fury”, o “As I Lay Dying”. Negativo: solo i racconti gialli (“e per questo, signori giurati, ho ucciso”)…

In generale, mi pare che ci siano in giro alcuni furbacchioni che hanno appreso a puntino la lezione americana intorno al confezionamento di un best seller. Altri, seguono le più bieche tendenze dello spettabile pubblico. Si tratta di due facce della stessa medaglia; ovvero, tutto confluisce a dare sostanza al teorema di Barnum. Al fondatore dell’omonimo circo, un lord inglese domandò in qual modo, partendo da zero, fosse riuscito a mettere insieme una cospicua fortuna. “Glielo spiego subito. Secondo lei, quante persone transitano, in una giornata, da Trafalgar Square?” “Non saprei… Facciamo cinquemila”. “Bene. Di quelle, quante si potrebbero definire intelligenti?” “Cinquecento”. “Ecco: io ho fatto i soldi con le altre 4500” (fra parentesi, questa è la fregatura della democrazia. Vincerà sempre l’opinione dei mediocri. Andrebbero fatti “crescere” mentalmente: ma non conviene a nessuno che sia in politica…).

In ogni caso, tenga conto che si tratta di un successo relativamente recente: risale alla società affluente fine anni ’80 – primi ’90, che si è data il “lustro” comprando libri sì, ma gialli/”noir” (senza distinguere: vedi sopra), che salvano le apparenze rendendosi sbrelluccicanti, ma volgari, come i varietà televisivi delle emittenti commerciali. Possibilmente, romanzi di robuste dimensioni e/o pubblicati da Editori di un certo peso. Fuoriscire dal genere, risvegliare le coscienze, le storture della società…(Le pare che, tanto per non far nomi ma solo cognomi, ci sia traccia di qualcosa del genere in Montalbano?)? Cos’è, roba che si mangia? Gli sceneggiati (fumeggiati, li chiamava Sergio Saviane ai suoi bei dì, sull'”Espresso”) televisivi hanno completato il disastro.

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