Il noir secondo Alberto Eva (Parte 1)


OLYMPUS DIGITAL CAMERAAlberto Eva, classe 1939,fiorentino, è un grande esperto del noir italiano. L’abbiamo invitato a arlarcene e lui, con la consueta parlantina che lo contraddistingue, non si è tirato indietro. Pubblchiamo oggi la prima parte di una lunga intervista sul poliziesco italiano. Buona lettura!

Noir Italiano: Buongiorno Alberto, benvenuto. Le posso offrire un caffè?

Alberto Eva: Alle sei dei mattino, avendone già sorbito uno e con la prospettiva di susinarmene almeno altri quattro nel corso della giornata? Meglio la colazione dei colonnelli del Kentucky: una bottiglia di bourbon, una bistecca e un cane. La bistecca è per il cane.

Noir italiano: Cosa significa per lei “noir?”

AE: Temo che la mia concezione del termine in parola abbia un senso completamente diverso, rispetto alla vulgata. E’ possibile che mi sia perso qualche fotogramma: rimane che secondo le mie convinzioni, il “noir” è la faccia di una medaglia. Sul fronte (o sul recto, a piacere) della medesima, sta la nozione di “giallo”. Quest’ultimo è un meccanismo a schema fisso: c’è un morto (non necessariamente all’inizio della storia, come qualcuno sostiene. E’ banale espediente per “agganciare il lettore”. Mercanzia che squalifica, per definizione. Usarla significa consegnarsi alla letteratura di serie B – di genere! – essendo incapaci di adoperare metodi atti a conseguire letteratura di prim’ordine – cfr: “The simple art of murder” di Raymond Chandler, a proposito di Dorothy Sayers), un’indagine, l’individuazione del colpevole, salvo eccentricità: nel “pasticciaccio” di Gadda, (tecnicamente, un giallo. Contemporaneamente, molte altre cose, ma questo è conto diverso) l’omicida non viene individuato.

Condotto alla sua essenza (nella mia, non solipsistica – in quanto da altri  condivisa, sicuramente in passato, forse al presente – visione), il “noir” è il contrario del “giallo”: il delitto visto dalla parte del responsabile. Di …? Una infrazione a, più spesso di quanto non sembri (lascio il resto ai forcaioli), generiche regole: in  quanto  tali, talvolta richiederebbero un gesuitico “distinguo”. Sottoposto ad un’osservazione meno tranchant, rispetto al mio proditorio incipit, ma conseguente alla seconda sua parte, il termine “noir” si presta, quindi, a molteplici declinazioni. Può, ad esempio, narrare storie malavitose, in specie, ma non necessariamente, di rapine (“dentro”, dovrebbe essere obbligatorio che ci sia molto altro. Non sempre avviene, e me ne dolgo): “The Asphalt Jungle” di W.R. Burnett, “Touchez pas au grisbi” di Albert Simonin (facente parte – si sta parlando di “noir”, o sbaglio? – della “Série noire”), “Rififi chez les hommes” di Auguste Le Breton ( e del resto, tutti i romanzi di questo Autore, purtroppo scritti in “argot”, quindi intraducibili in italiano. Ci provò Mondadori, inserendolo nei “Gialli”, con risultati che suscitarono molte risate e tanto imbarazzo. Ho qualche copia degli esiti, se interessa, ma solo per consultazione: non cedo i miei libri).

Da notarsi che mentre il giallo ha lo schema fisso sopra indicato, il “noir”, nell’accezione da me inquadrata, è molto più libero: quanto dire, parecchio “inquietante”; caratteristica indissolubile della libertà, in ogni possibile accezione (“se avesse dubbi, problemi ecc.” sul punto “non esiti a contattarmi”: uso la Sua formula per suggerirLe, ove si trovasse in imbarazzo di fronte ala mia affermazione, di interpellarmi per chiarimenti). Il giallo, in cui la legge e l’ordine (la mia osservazione, a seguire, prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che  Gadda era decisamente un eccentrico) trionfano, sono il “Paradiso”, luogo in cui, al termine di un percorso, tutti sono lì in quanto buoni, o divenuti tali causa il ricordato trionfo di law and order. Il reprobo, ove dimostrato tale fino in fondo, spedito a bruciare fra le fiamme eterne.  Un luogo (soggetto: il Paradiso), che si converrà essere parecchio noioso. Vuol mettere la libertà dell’inferno (pardon, del “noir”), luogo che odora di zolfo, di sudore, di peccato, di odori corporali, dove ognuno può raccontare quel che diavolo gli pare, spesso storie interessanti o ben affabulate (dipende dalla qualità del narrante), senza schemi prestabiliti, e da chi, poi? In Paradiso si prega (du’ palle…); all’Inferno  ci si racconta i propri reciproci peccati: roba che, a passarci secoli, hai voglia di sentir storie: da scriverci una montagna di romanzi…

Per chiarire il concetto generale: “Edipo Re” di Sofocle è un “giallo”; “Macbeth” di Shakespeare è un “noir”. So bene di essere in controtendenza, ma resto persuaso che attribuire l’etichetta di “noir” a qualsiasi storia che sia un tantino oscura e/o torbida, è semplicistico. Si ha la sensazione di voler creare un discrimine fra il giallo classico, genere Agata Tristi (sic), la cui funzione è di fornire al lettore un cadavere ed una quantità industriale di personaggi potenzialmente omicidi (se fossero tre, sarebbe troppo facile individuare l’assassino), ed il giallo moderno, sic et simpliciter nobilitato con la parolina magica, “noir”, giusto perché narra storie passabilmente violente, intricate, sporche, con sfumature che vanno dall’edipico al voluttuosamente sessuale (magari, solo in modo allusivo), inquietanti, che raccontano il lato oscuro di una o più personalità. Nessuna obiezione contro il discrimine, che considero sacrosanto, ma non gradisco l’uso di termini astratti come se avessero un significato concreto, per creare distinzioni che, usando questo stratagemma da tre soldi, difendono ragioni ottime con strumenti privi di senso.

E’ mio fondato parere che “gialla” sia una storia al termine della quale si   richiede un minimo di spiegazione/ricostruzione di quanto si è narrato. “Gialla” può essere tuttavia una storia contenente un mistero; nel suo dipanarsi (soggetto: la storia), rende ineluttabili le conclusioni alle quali essa perviene, e che possono quindi essere scritte nelle ultime venti righe dell’ultima pagina, senza chiarimenti troppo elaborati. “Noir” è una storia che non necessita di chiarimenti. E’ per questa ragione che difficilmente il giallo “funziona” al cinema (dover utilizzare gli ultimi venti minuti del film, per fornire una tonnellata di spiegazioni…), ma può essere utilizzato in televisione (i tempi TV sono dilatati, il mezzo è ipnotico per definizione, lo spettatore è comodamente seduto in poltrona, nella sua linda casetta… è  per giunta un rincoglionito stanco, disponibile a sorbirsi tutto quello che passa il convento. E’ probabilmente di mezza età… Notarsi: la pubblicità televisiva si rivolge a quel pubblico. Per prodotti di nicchia, di lusso, di élite – col cazzo: i Verdurin non saranno mai i Guermantes; e questa l’ha capita solo chi ha frequentato approfonditamente Marcel Proust – occorrono riviste patinate. Scorrere “L’Espresso”, che ormai acquisto per coazione a ripetere, visto che l’ho comprato fin dal primo numero; consapevole che non è più quello di una volta). Il grande schermo è (ma suppongo che occorrerà usare l’imperfetto: “era”), al contrario, terreno di caccia molto battuto dal “noir” (nell’accezione che ho indicato), perché meglio si presta al mezzo (come il thriller: Hitchcock per tutti, specialmente nel “periodo americano”): “Double Indemnity”, USA 1944 (sceneggiato da Raymond Chandler, che, in tutta evidenza, scriveva gialli ma si muoveva bene anche nel territorio del “noir”), inizia con la confessione di un omicida; in “Sunset Boulevard”, USA 1950, sempre di Wilder, l'”io narrante” è addirittura il morto… E l’elenco sarebbe interminabile. Denominatore comune: nessun mistero.

Paradigma resta, tuttavia, “The Postman Always Rings Twice” di James Cain. Una torbida storia che ha valore universale. Non è semplice opinione. Dal romanzo, è stato tratto un primo film ambientato in Francia (Le dernier tournant”, regia di Pierre Chenal, inedito in Italia); a seguire, “Ossessione” di Visconti, 1943, che trasferisce nella Bassa Padana, senza alcuna scossa, un romanzo americano (il catalizzatore è la storia, nemmeno tanto il regista, che ha saputo far di meglio; qui era all’esordio), e la versione americana 1946, di Tay Garnett, con una splendida Lana Turner (“La Lana costa più a letto che al chilo”: battuta giurassica) ed un indimenticabile John Garfield (morto giovane. Suo morale assassino, è il famigerato Senatore Mc Carthy). La quarta, americana, da dimenticare, nonostante Nicholson: come buttava via le battute Garfield (recuperare la versione in lingua originale), non è mai più riuscito a nessuno.

Unicamente per pignoleria (sono un notorio rompicoglioni) avverto che, nel Boch (dizionario francese italiano e viceversa), al termine “noir” sono dedicate 42 righe: pèste se mezza riguarda l'”oggetto” del quale stiamo parlando. Ovviamente esiste “polar”, ma lo traduce “giallo”, e si ferma. Il Garzanti Hazon (inglese/italiano, e rovesciare) ignora il termine. Curioso è che, invece, “noir” si trovi nel Devoto Oli. Nell’edizione 2012, si contempla: “Genere di racconto o film con caratteristiche vicine a quelle del giallo e del thrilling, impostato sulla risoluzione di enigmi tenebrosi e fuorvianti”. Data della prima attestazione: 1989. Complessivamente, non si definisce un piffero. Se c’è un enigma, non siamo vicini al giallo, ma dentro il medesimo. “Fuorviante”, è perla di espressione: più o meno dignitosamente, tali sono tutti i gialli; ci muoviamo quindi, ancora, in quel territorio. “Tenebroso” può riguardare il giallo, ma non sempre: per rimanere a testi che tutti conosciamo, vale per “The Maltese Falcon” di Hammett (è stato detto che, in quel romanzo, anche i muri, mentono…); non per “The Big Sleep” di Chandler (per il quale, al massimo, si è potuto sostenere che trattasi di testo “decadente”. In realtà, è tale la famiglia Sternwood ed il mausoleo in cui vive; non lo è quel verginone di Philip Marlowe; personaggio, semmai, improbabile, nonostante la strenua difesa del “ragazzo”, opposta dal suo Autore in “The Simple art of Murder”). “Tenebroso” è, con assoluta certezza (e se glielo scrive un tipo che vive di dubbi, ci può credere), il “noir”: anche quando affronta storie di malavita, non giunge mai al pollice verso, alla condanna totale (altrimenti non sarebbe tenebroso). Riconosce le – discutibili? E’ questione da esaminare in termini sociologici, partendo beninteso da Jean Jacques Rousseau – “ragioni degli altri”. Veda di procurarsi l’antologia “Il fumo uccide”, Edizioni Effigi, Arcidosso (Grosseto) 2012: contiene un racconto, “Off Limits”, di Daniele Cambiaso, che tutto questo contiene. Ove ritenga defatigante porsi alla ricerca del volumetto, Le lascio una frase di Humphrey Bogart: “Quando il cattivo, carico di crimini e di amarezze, si ricuce le ferite e parla, con la sua voce brusca, della vita e della morte che ci aspetta tutti, il pubblico è suo e solo suo”. Parafrasando (ancora!) Bogart in “Deadline USA”, USA 1952, di Richard Brooks (sua, anche la sceneggiatura. Gente che sapeva scrivere. Altri tempi), “E’ il “noir”, bellezza, il “noir”. E tu non puoi farci niente… niente”.

Non ho voglia di prendere la scala per salire fino a tre metri e mezzo di altezza; al vertice del mensolone che accoglie, fra gli altri, un saggio di Boileau e Narcejac, per vedere se hanno qualcosa da raccontarci, sul tema “noir”/”giallo”. Consola l’improvviso attacco di oblomovismo che mi coglie, la considerazione che se, putacaso, i due avessero argomenti atti ad essere qui usati, sarebbero obsoleti, trattandosi di testo vecchissimo, pubblicato solo in quanto ai due toccò l’insperata fortuna di veder scelto da Hitchcock, il loro romanzo “La donna che visse due volte”, per trarne un film (forse, il suo migliore).

NI: Il noir è solo letteratura d’intrattenimento oppure può anche essere strumento per un “risveglio delle coscienze” e per raccontare le storture della società?

AE:  Anzitutto: quando ragiona in termini di “noir”, do per scontato che Lei stia parlando, in contemporanea (sulla base di quanto precede), di giallo   e “noir”. Ebbene, sono persuaso che “Tra le scemenze monosillabiche dei fumetti e le anemiche sottigliezze dei letterati esiste una vasta zona d’intervallo in cui la narrativa poliziesca può costituire (o non costituire) un grosso fatto”. Fin qui, Raymond Chandler. Subentra il rissoso Alberto Eva. Il “noir”, il “giallo”, vanno a costituire letteratura d’intrattenimento (= di genere = di serie B) solo quando ad essere tale i loro autori li votano. Sono così definibili, in massima parte, le opere dei pionieri: per dirne uno, Conan Doyle, con buona pace dei suoi estimatori (per non parlare del numero stucchevole di epigoni che, periodicamente, si esercitano in apocrifi sempre più stanchi, e stantii). Però. già al tempo, esistevano gli anticorpi: Wilkie Collins (“The Moonstone”), Nathaniel Hawthorne (“The House of the seven Gables”, splendida connotazione di “noir”), R.L. Stevenson (“The Master of Ballantrae”: la faccia raffinata, quasi pirandelliana ante litteram, del “Jekyll//Hyde” Il tema è lo stesso: bene/male, la materia con la quale l’uomo è impastato; nel secondo, portato alle estreme conseguenze e volutamente usando  l’accetta.Un tema che ha sempre ossessionato Stevenson, e che sta alla base del “noir” quale io lo intendo. Ci faccia caso: nemmeno Long John Silver viene fuori quale “vilain” integrale). Aggiungo Poe (tutta la prosa; quanto alla poesia, sarebbe interessante, avere il tempo di scavare…), Melville (“Billy Budd”) ed un paio di Conrad (“The Secret Agent”, da cui è tratto “”Sabotage”, GB 1936, di Alfred Hitchcock, e “Lord Jim”; storia di una redenzione, ma splendido “noir” scritto con la raffinatissima penna di un grande Autore). Va detto d’altronde che Conan Doyle e discepoli, nient’altro si proponevano di scrivere se non romanzi popolari, andando a costituire un filone collaterale al romanzo d’appendice, che si snoda fra Eugène Sue, Ponson du Terrail (l’inventore del personaggio di “Rocambole”), Maurice Lebianc (“Arsène Lupin). Ma anche qui, esistono facce più presentabili: il Dumas migliore, Dickens, Hugo: “Les Misérables” fu pubblicato a puntate, ed ha tutte le “qualità”, i “tic” della letteratura di genere; solo che riesce a fuoriuscirne.

Ecco la parola magica. Quella che serve a scardinare il giallo quale intrattenimento.

Molto più facile con il “noir”/mia accezione: è l’Inferno, quindi una condanna; per ineluttabile conseguenza, libertà prometeica: essere puniti ma ribaltare le buone regole borghesi (a cosa altro servono, le regole, tutte, se non per essere ribaltate, stravolte, CANCELLATE?), rubo il fuoco agli dei per regalarlo agli uomini (= un balenio di verità in tanta mistificazione); poi, che un’aquila mi mangi pure il fegato (spero in un Eracle disposto a liberarmi ed a farmi ammettere nell’Olimpo, come Promèteo; ma se non passa dalle mie parti, non me ne cruccio: ho scritto quello che andava scritto); oppure, che marcisca nel buco nero dell’inferno, insieme a ladri e prostitute (e vai col bunga bunga! Da farci un pensierino).

Meno semplice, col giallo, che ha lo schema fisso già ricordato. Ma, al fondo, è solo una intelaiatura, attraverso la quale si può passare con tessuti sontuosi (scusi il paragone, d’altronde degno del tappezziere in stoffa che sono), drappeggiandoli, intrecciandoli, inventando soluzioni (tipica proposta artigiana) inedite pur nella ristrettezza dello schema dato. Per fuoriuscirne; sia pure non per intero: può seppellirlo sotto una caterva di chiacchiere (pardon, di tessuti, eventualmente ad alto prezzo), ma non annullarlo. Nè, al fondo, se ne prova la necessità. Tutto sta nella storia narrata, nei personaggi, nella forma, nella qualità della scrittura.

Per esempio, sono convinto che, dalla metà degli anni ’60 ad oggi, il giallo abbia raccontato l’Italia, la sua storia, il suo divenire, assai meglio di quanto sia riuscita a fare la letteratura non di genere. Veda: parecchi anni or sono, la RAI mise in onda un programma dal titolo “Storia di un italiano”. Raccontava quasi un secolo di storia d’Italia… ricucendo insieme una serie di spezzoni di film che avevano un solo protagonista: Alberto Sordi. Un’operazione del genere sarebbe impossibile utilizzando la letteratura; realizzabile seguendo il “filo giallo”. Ci sono degli antesignani, ma facciamo che non esistano. Partiamo da Scerbanenco, e via andare… Si avrebbero sorprese spesso dolorose. La Milano di – appunto – Scerbanenco non esiste più; né la Torino di Olivieri e di Fruttero & Lucentini, la Napoli di Veraldi, o le varie location di Enzo Russo – un Autore ingiustamente dimenticato -. Vale anche per la Bologna del mio antichissimo amico Loriano Macchiavelli e, si parva licet componere magnis, la Firenze di Alberto Eva. Ma questo, oltre a dimostrare banalmente che “As Time Goes By”, segna le distanze, fra quello che eravamo e quel che siamo diventati (la storia d’Italia, si diceva…). Ogni commento puzzerebbe di moralismo: taccio. “Quel che siamo diventati” include naturalmente una disamina degli Autori in circolazione. Suggerisco, in particolare, Massimo Carlotto, che apprezzo moltissimo, oltre all’immarcescibile, solito, Macchiavelli sopra ricordato. Altri nomi non faccio, perché troppi ce ne sono in giro e non tutti conosco (di qualcuno in cui sono “inciampato”, posso dire che avrei fatto volentieri a meno di leggerlo – Vedi risposta alla domanda successiva).

Il limite di Scerbanenco quale base di partenza della disamina/narrazione potrebbe utilmente retrodatarsi di anni, addirittura di secoli, ove prendessimo in considerazione i cosiddetti “Gialli Storici”. Potremmo utilmente farlo se fosse mercanzia seria. Non frequento molto il genere, quale lettore, ma per motivi anagrafici e storie varie ed assortite di famiglia conosco piuttosto bene la storia d’Italia, e soprattutto i suoi rivolgimenti politici, dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi (ho inoltre, con me, una testimone vivente, ancora arzilla e sufficientemente lucida: mia madre, classe 1913), e posso assicurarLe (accetto discussioni, in merito) che sono onuste di cazzate (scusi se adopero il castigliano antico), e nemmeno si sognano, di avere “il sapore del tempo”: ed è il minimo che mi sento di chiedere. Raccontano lo “ieri” come se fosse “oggi”. E non sarebbe questo gran male (anzi, sarebbe cosa buona e giusta), se la storia venisse narrata “coniugata al presente”, secondo raccomandazione di Gramsci. Purtroppo, non è questa, la profondità di campo che si usa. Il documentario (oltretutto, montato da cani, quando “è noto all’universo e in altri siti” che è col montaggio si può raccontare tutto; purtroppo, anche il contrario di tutto, come ben sapeva Leni Riefenstahl) viene quindi proiettato senza commento; se non fosse per la pellicola sgranata, sembrerebbe girato l’altro ieri. Ma forse la questione è che io sono vecchio, e che l’operazione di coniugare la storia al presente non è di alcuna utilità… E’ tuttavia pur vero che Lei mi parla di “risveglio delle coscienze”: significa che, almeno in teoria, siamo in due a ritenere che la coniugazione della storia al presente abbia un senso, in quanto strumento per – appunto! – il “risveglio delle coscienze”.

E’ un obiettivo che (quando più, quando meno: dipende da quanto presta la storia da raccontare; ogni tanto Loriano mi apprezza; altre volte segnala che sto regredendo: Ho massima stima del Macchiavelli, ma non mi lascio influenzare. Però Loriano mi serve da termometro: è sempre possibile che stia rincoglionendo… e l’aspetto perverso del fenomeno è che non ci se ne avvede…) perseguo abitualmente; pur sapendo che sono un Don Chisciotte. E’ mera coazione a ripetere Rovesciando un principio gramsciano, perseguo l’ottimismo della ragione, pur sapendo che da sempre è in circolazione il pessimismo della volontà (altrui). Non mi arrendo, ma sono consapevole; o forse, solo un bischero. Infatti, che tale risveglio sia ottenibile, mi sembra fuori dalla realtà (la coniugazione eccetera non è però, tenuto conto di quanto precede, da considerarsi masturbazione mentale. Serve a misurare le distanze, a dirci il donde e il dove: esattamente come una lettura della storia d’Italia attraverso il giallo/il “noir”, sopra suggerita). Domandina facile: quanto hanno inciso i – soi disant – gialli di Sciascia, sulla cultura, non dico italiana, ma almeno della Trinacria? Ed era il tipo che blaterava dei “professionisti dell’antimafia”, come se lui fosse riuscito ad essere qualcosa di realmente avverso…

Tenga conto che l’Italia è un Paese (la nozione di Nazione, scusi il bisticcio, è cosa del tutto diversa) tendenzialmente di destra, conservatore anche quando vota comunista (in Emilia, un tempo si diceva: “Qui, il comunismo è il capitalismo gestito da noi”). Ai suoi tempi, il Guicciardini sosteneva che l’italiano è attento solo al suo “particulare”: sono passati cinquecento anni, ma non ci si schioda. Aveva ragione Longanesi: sulla bandiera di ogni italiano sta scritto: “Tengo famiglia”. L’Italia è un paese dove si fanno pochissime, e per giunta effimere, rivoluzioni: il “Tumulto dei Ciompi” a Firenze, la Repubblica Partenopea a Napoli, per spazzar via la quale è stato sufficiente che il Cardinal Ruffo di Calabria armasse una truppa di analfabeti o quasi (dopotutto, Michele Pezza, da Itri, detto Fra’ Diavolo, qualche tempo in seminario c’era stato…) che, in nome della Santa Fede (da cui, Sanfedisti)… La Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi crollò sotto la spinta di soverchianti forze straniere: fu tentativo generoso instaurarla, ma la sua fine era scritta fin dall’inizio. Per ottenere l’Italia Una, abbiamo dovuto rivolgersi ad un re che conosceva il francese e il piemontese; poco l’italiano, e che non ebbe nemmeno la buona grazia di farsi nominare Vittorio Emanuele Primo (per il regno d’Italia, tale era). Acutamente, Gramsci osserva che fu conquista regia. L’Italia è buona solo per le controrivoluzioni; considerazione che include il fascismo. Risveglio delle coscienze, nix. Del resto, è risaputo che, in generale, la Rivoluzione la fa il 5% degli “aventi diritto” (faccia quattro conti: quanti erano i partigiani veri?)… Nemmeno la televisione (intesa quale mezzo: con tutti i canali puntati verso quell’obiettivo) riuscirebbe ad ottenerlo. E’ vero che ha rincoglionito gli italiani; ma non creda che sia così semplice, rovesciare la frittata: personalmente, come dicevano i vecchi dalle mie parti, “la veggo buia”. Ne usciremo solo dopo una grande catastrofe; quella che prima o poi colpirà il pianeta. I sopravvissuti, per continuare ad essere tali, dovranno decidersi a ragionare; bene e velocemente…

Quanto a raccontare le “storture della società” (tocca ripetere quanto precede. Coazione e risultati, identici), personalmente non faccio altro; è la ragione per cui scrivo, e che mi induce ad indirizzare, ai poveracci che mi capitano sotto mano (tipo un certo Omar… Che certo, sarà uomo parecchio bello… Lo dice la canzone: “Mira Omar quant’è bello…”, scusi la vetusta battuta, tratta da un film di Totò. Della possibilità che Lei sia bello davvero, me ne importa il giusto. A me piacciono le donne), lettere interminabili, che non mancano di affrontare questo argomento. Pur conscio che le mie scritture non cambieranno il mondo; né lo salveranno, in quanto solo “la bellezza, salverà il mondo!”, secondo Dostoevskij (“L’idiota”), beninteso.

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