Una birra con Gianfranco Nerozzi


IFIl bolognese Gianfranco Nerozzi è un artista completo. Scrittore, compositore, batterista e scultore. Noi oggi vogliamo raccontarvi l’autore noir. Buona lettura!

Noir Italiano: Ciao Gianfranco e benvenuto. Io prendo una Menabrea ambrata, tu?

Gianfranco Nerozzi: io un’Adelscott please…

NI: Cominciamo: cosa significa per te noir?

GN: Una forma di identità, considerando come mi chiamano di solito, quando si dice: nomen omen… Il nero definisce l’impressione che si sperimenta quando nessuna luce visibile raggiunge i nostri occhi, la combinazione di tutti i colori dello spettro che stimolano in maniera uguale i recettori sensibili ai colori. I pigmenti che assorbono la luce invece che rifletterla, danno luogo, appunto, al “nero”. Il nero in un certo senso è la mancanza e la summa di tutti i colori… Ecco, questa cosa io l’applico alla mia scrittura. Il mio noir è un genere degenere che cerca di contemplare tutte le sfumature possibili, agitando e non mescolando come in un buon cocktail Martini alla James Bond, l’horror, la fantascienza, il poliziesco, l’action story… solo per annullarle. Il genere lo interpreto come una gabbia da cui cercare di evadere, un cerchio di combattimento, per sfidare il buio e sopravvivere alla notte.

NI: Io ho conosciuto il lato oscuro di Bologna tramite i romanzi di Macchiavelli. Cosa rende questa città un luogo noir?

GN: Bologna è considerata da sempre come una sorta di isola felice e quindi possiede per antitesi una metà oscura molto forte. Un gioco di contrasti che rende tutto più appassionante e vero.  La paura nasce sempre da un senso di spiazzamento, all’improvviso lo status quo viene alterato da un avvenimento imprevisto… e l’equilibrio che da sicurezza va a farsi sfottere. Se partiamo da un contesto ridente, l’effetto terrorizzante diventa per forza di cose più forte. Sentire un assassino parlare con l’esse bolognese è davvero impressionante ed efficace. Ce lo ha mostrato Pupi Avati con il celeberrimo La casa dalle finestre che ridono. Così come nei romanzi di Loriano o di Carlo Lucarelli, così come nei miei.

NI: Come nascono i tuoi romanzi?

GN: le storie sono già dentro di me, che aspettano, le tiro fuori quando sento che è il momento giusto… Il mio personale kairos della scintilla creativa…

NI:Ventuno romanzi sono davvero un gran bel numero. Non hai mai avuto il timore di ripeterti?

GN: È impossibile ripetermi. Perché tutte le cose che scrivo sono collegate una all’altra come i frammenti di un puzzle… È come se stessi assemblando un unico immenso romanzo costituto da tante parti, identità diverse che si uniscono…

NI:Il noir è soltanto letteratura d’intrattenimento oppure può diventare lo strumento per portare a galla verità scomode?

GN: può essere tutto e niente, dipende dalle intenzioni dell’autore… Quello che voglio fare io è (in)trattenere, nel senso di catturare il lettore. E torturalo, in senso buono, per fargli scorrere il sangue più forte nelle vene e costringerlo a confessare, ad ammettere colpevolezze o innocenze. Usare la scrittura come se fosse una specie di lingua che batte su un nervo scoperto. Individuare le parti malate per cercare di curarle. Una presa di coscienza che è sempre un primo passo verso la libertà e la redenzione.

NI: Un consiglio che daresti a un autore che volesse cimentarsi con il noir?

GN: prima di tutto consiglio di non pensare di cimentarsi con il noir. Di scrivere e basta, sinceramente, ascoltando i suggerimenti del cuore tenendo a braccetto la propria metà oscura. Il noir, la letteratura in generale, deve essere prima di tutto un processo naturale che parte dal nostro id, inderogabile come un respiro. Poi ci vorrà un minimo di mestiere per rendere il tutto degno di essere vissuto. E allora potrà servire leggere molto. Prendere esempi e scintille da altri autori… Ma anche vedere tanti film e ascoltare musica. Immergersi dentro le forme creative più disparate per trovare posti dove andare partendo dalle mete già raggiunte da altri. Li vogliamo chiamare presupposti? solo per trovare la propria identità di artista.

NI: La realtà 2.0 ha accorciato di molto le distanze tra lettore e autore. Qual è il tuo rapporto con i lettori? Ritieni sia importante lo scambio di idee tra chi scrive e chi legge?

GN: oh sì certo… Bisogna saper ascoltare tutti e tutto, e accettare di mettersi sempre in discussione. Nessuno può dirsi in grado di aver visto la luce. Tutti la debbono cercare, modestamente. E il confronto coi lettori può servire per aggiustare il tiro, oltre che lo sguardo. A volte i confronti sono dolorosi e a volte fastidiosi. A volte ti arrivano critiche senza capo né coda, gente che cerca di denigrarti a prescindere… e che magari commenta un tuo romanzo senza manco averlo letto o dopo essersi fermato, tipo, a pagina 94… pretendendo di aver visto la tua non luce attraverso la sua grande luce critica, niente di costruttivo… Nel bene e nel male, la rete ti rende comunque parte di un grande gioco collettivo, ribaltando un mestiere che fino a qualche tempo fa era tipicamente da solitario. Lo scrittore, la pagina bianca e tutto il mondo fuori…

NI: Si scrive spinti da desideri differenti. Qual è il tuo?

GN: hai detto bene, desideri differenti, non uno solo, quello di non morire, quello di non soffocare, la speranza di un brivido e di un’evasione… L’esigenza primaria di condividere emozioni e grida. E tutto questo, si chiama: magia, roba per cui vale la pena boccheggiare

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

GN: only for your heart.:  frammenti di anima scura, come lacrime di buio, in una notte di pioggia.
E brindiamo al brivido, prima che l’Adelscott si sia scaldata… Salud Amigos!

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