Salvatore Piscitelli @ Noir Italiano


SalvatorePiscicelliCineasta, regista e profondo osservatore della realtà che lo circonda, il napoletano Salvatore Piscicelli è l’autore dell’incredibile “Vita segreta di Maria Capasso”, un noir coi controfiocchi. Averlo come ospite per noi è un piacere!

Noir Italiano: Ciao Salvatore, benvenuto a Noir Italiano. Ci prendiamo un buon caffè napoletano?

Salvatore Piscicelli: Volentieri, a me piace forte e ben caldo, spero anche a voi.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

SP: Al di là delle disquisizioni tecniche sui generi, che interessano più i teorici della letteratura che i romanzieri o i lettori, per me è noir qualsiasi narrazione che ha a che fare con la parte oscura dell’animo umano, quel fondo buio che è in tutti noi e che ogni tanto, per un motivo o per l’altro, emerge, generando conflitti e mettendo in luce le dinamiche nascoste e le contraddizioni che governano i rapporti individuali e sociali. Non scelgo mai un genere a priori, è la storia, sono i personaggi che mi portano verso una determinata forma di narrazione, magari contaminata.

NI: Siamo sempre abituati a sentir dipingere la Campania a tinte fosche. E’ così noir la realtà campana?

SP: Napoli e la Campania offrono ancora, malgrado tutto, straordinari squarci di bellezza e di cultura, la gente ha calore umano, è accogliente e coinvolgente. Ma la realtà sociale e ambientale è nera: una devastazione messa in atto, in particolare nell’ultimo trentennio, da lobby più o meno malavitose in combutta con buona parte del ceto politico e favorita da un fondo culturale atavico, una sorta di fatalismo sedimentato da secoli di oppressione, che ci zavorra e ci impedisce di sollevare la testa. Ma tutto questo non riguarda soltanto Napoli e la Campania, riguarda in qualche misura l’intero paese. A Napoli questa devastazione, con i conflitti e le contraddizioni che implica, si manifesta con maggiore evidenza ed esemplarità, in forme più “spettacolari”, oserei dire. In questo senso, come ho detto altre volte, Napoli è uno specchio, appena un po’ deformato, dell’intero paese.

NI: Nel tuo romanzo parli di una donna che raggiunge i vertici della camorra. Qual è il ruolo della donna nelle associazioni criminali?

SP: In realtà la protagonista del mio romanzo non ha a che fare direttamente con la camorra, e la camorra stessa non è il tema centrale del libro. Ma in ogni caso, per rispondere alla tua domanda, dirò che le donne hanno sempre giocato un ruolo importante nelle organizzazioni criminali, per la buona ragione che queste sono strutturate quasi sempre, nel meridione, su base familiare. E nella famiglia meridionale la donna ha un ruolo centrale, è un fattore primario di coesione sia dal punto di vista dei rapporti e delle relazioni che dell’interesse economico; e ciò malgrado il fatto che la cultura prevalente sia intrisa di un profondo maschilismo. In tempi più recenti – con le trasformazioni sociali e di costume in atto, e quindi anche per l’avanzamento, sia pur faticoso, dell’emancipazione femminile – questo ruolo è diventato probabilmente ancora più decisivo. Avevo già sviscerato questa materia in alcuni miei film, e il tema ritorna forte, da una diversa angolazione, in questo romanzo.

NI: Quando scrivi parti da una scaletta oppure lasci che sia la scrittura a guidarti?

SP: Quando viene fuori un’idea di storia (per un romanzo o una sceneggiatura), la lascio maturare prendendo ogni tanto degli appunti. Alla fine di questo lavorio  sotterraneo e intermittente, che può durare anche a lungo, butto giù un testo breve (da una a 5/6 pagine), una specie di soggetto che contiene l’ossatura della storia e un abbozzo dei personaggi. Da lì parte il processo di scrittura, che dev’essere libero e talvolta mi spinge a modificare profondamente l’abbozzo iniziale. In un solo caso, per il romanzo “La neve a Napoli”, ho predisposto una scaletta lunga e dettagliata, ma si trattava di un thriller dalla trama piuttosto intricata.

NI: Il noir è solo letteratura d’intrattenimento o può essere lo strumento per denunciare le storture della società?

SP: Rispondo a questa domanda in termini più generali. Io penso che il primo dovere di un autore è quello di inventare personaggi credibili e accattivanti, di costruire storie appassionanti per i propri lettori o spettatori, personaggi e storie che suscitino emozioni e riflessioni. Io seguo soltanto il mio istinto, senza calcoli, nella speranza che le cose che interessano me possano interessare anche il pubblico dei lettori e degli spettatori. E il mio istinto mi porta a concentrarmi su storie e personaggi ambigui, spesso estremi. Debbo confessare che non ho mai amato particolarmente la letteratura o il cinema che si definisce di denuncia o di impegno civile (oggi peraltro questa funzione di denuncia viene svolta più puntualmente da altri media). Non perché sia contrario a questo impegno ma perché spesso tali opere, pur denunciando mali e storture della società, hanno come unico effetto quello di confermare nel lettore o nello spettatore la buona coscienza di essere dalla parte giusta. Questo effetto consolatorio, tipico di tanti film e romanzi mainstream, è assai meno presente nel noir, ed è un punto di forza del genere. Io concepisco la letteratura e il cinema in una dimensione critica, problematica. Un romanzo o un film devono soprattutto illuminare gli aspetti oscuri, ambigui, contraddittori dell’animo umano e della società, dove il confine tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non si può tagliare con l’accetta: per suscitare nel pubblico, oltre al piacere della fruizione, interrogativi salutarmente inquietanti.

NI: Ci siamo conosciuti in occasione di un festival, quindi ti chiedo: qual è il tuo rapporto con i lettori? Credi che social network, blog e la rete in generale sia uno strumento utili per gli scrittori?

SP: Quando un libro arriva al pubblico (vale anche per un film), io me ne sono già distaccato, per me è storia chiusa e sono preso da altre avventure (infatti non rileggo le mie cose, né rivedo i miei film, se non a distanza di molto tempo). A quel punto il libro è in mano al lettore che ne fa quello che vuole, lo rifiuta o se ne appropria a modo suo, e io non c’entro più. Al tempo stesso sono curioso e interessato a sentire le reazioni dei lettori, mi aiuta a riflettere sul mio lavoro, e in questo senso il web è molto utile. La rete offre questa e molte altre opportunità sia agli scrittori che ai lettori, e non sto qui a elencarle. Per lo scrittore c’è però anche il rischio che un’eccessiva presenza sui social network e sul web (dove non di rado corre la chiacchiera piuttosto che lo scambio d’idee), possa distoglierlo dalla necessaria concentrazione che richiede il lavoro letterario.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

SP: Abitualmente dedico ogni giorno tre o quattro ore alla scrittura, ma quando la stesura di un romanzo o di una sceneggiatura entra nel vivo, le ore diventano sei, otto e anche più.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

SP: “Il delitto perfetto non esiste,” disse Tom a Reeves. “Cercare di architettarne uno può essere al massimo un passatempo da salotto. Naturalmente tu potrai dirmi che ci sono molti casi rimasti insoluti, ma questa è un’altra faccenda.”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...