Troppi caffé per Sarti Antonio? (Parte 3)


Quali sono le caratteristiche tipo di un personaggio seriale? E’ difficile stilare una lista che vada bene per tutti quanti. Possiamo dire che, in linea di massima, si tratta di personaggi positivi (c’è un’eccezione: Giorgio Pellegrini di Massimo Carlotto), che hanno questioni in sospeso (un amore, un problema lavorativo, una malattia) che si protrae e si sviluppa lungo l’intera seria di romanzi, in modo da creare un sentimento di attesa nei lettori. E’ impossibile, per non dire controproducente, che le “informazioni” su un personaggio vengano esaurite nel primo romanzo, altrimenti il lettore sa tutto quello che dovrebbe sapere e non ha più stimoli per continuare. L’autore deve creare nell’animo del lettore una sorta di “sono curioso di vedere come va a finire”, che lo porterà ad appassionarsi alle vicende del protagonista, al di fuori del contesto, come già spiegato in precedenza, della vicenda poliziesca trattata nel romanzo.

Per Sarti Antonio la serialità è nata dalla mia simpatia per il personaggio e non era stata programmata nel momento di preparazione del romanzo, per il già citato Poli Ugo, la serialità era stata programmata, tant’è che ho pubblicato almeno tre romanzi con lo stesso Archivista. L’ironia del destino (che è sempre pronto a beffarsi di noi) ha voluto che per Poli Ugo non ci fosse futuro. Mi dispiace perché era un personaggio nel quale credevo. Ripensandoci oggi, ritengo di non averlo proposto ai lettori nel momento favorevole a quel tipo di personaggio. “Troppo fascista” mi disse l’editor della Garzanti quando mi consigliò di lasciarlo al suo destino.

Ancora oggi sono convinto che non fosse così. Era semplicemente un uomo frustrato, arrabbiato con il mondo che gli stava attorno e che gliene aveva fatte d’ogni sorta. Arrabbiato come dovremmo essere arrabbiati tutti noi. Oggi Poli Ugo, sono certo, sarebbe ben accolto dai lettori. Ma lasciamolo nel limbo che si è scelto.

Esiste però anche l’altra faccia della luna (per citare gli amati Pink Floyd). I personaggi seriali stancano.

Ci sono romanzi che sembrano copie di quelli precedenti, nei quali l’autore fatica a trovare nuove idee e da l’impressione di sentirsi intrappolato nella stessa maschera che ha creato. Inoltre una questione importante (lo è perché in Italia la denigrazione è una sorta di sport nazionale): un personaggio seriale, quando incontra il favore di pubblico e s’illumina delle “luci della ribalta” letteraria, diviene inviso alla critica. Sia quella giornalistica, i blog o anche gli stessi lettori. Riprendendo l’esempio di Macchiavelli, Sarti Antonio era diventato patetico (sempre secondo la critica). Troppi caffè, la colite perenne, Raimondi Cesare che si vantava di successi immeritati, Rosas che sapeva sempre cavare dai guai il nostro questurino. Aggiungiamoci la relazione con una prostituta come la Biondina e il gioco è fatto: Sarti Antonio è noioso, ripetitivo, stanco.

Pensate che un critico, recensendo il romanzo nel quale Sarti Antonio muore, ha scritto:

“Il sergente colitico Antonio Sarti finalmente sparisce, muore ammazzato all’ultima pagina, e con lui speriamo spariscano anche gli altri piccoli attori che lo circondano (…) nel teatrino delle solite commedie provinciali”.

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

La lezione di Macchiavelli

Recensione de “Fiori alla memoria”

Recensione de “Passato, presente e chissà”

Recensione de “I sotterranei di Bologna”

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