Troppi caffé per Sarti Antonio? (Parte 2)


Se ci fate caso, il noir in Italia è pieno di personaggi seriali, che incontriamo per parecchi romanzi di fila. Il primo della lista fu il poco apprezzato (perché inviso al regime fascista) commissario De Vincenzi, creato dall’autore Augusto De Angelis. Un commissario controcorrente, che ascolta musica “ambigua e negroide” (questa la definizione del jazz durante il Ventennio). Moltissimi autori devono la propria fortuna letteraria alla creazione di un personaggio che faccia da “fil-rouge” tra i vari romanzi, al quale i lettori possano affezionarsi e identificarsi. Lo stesso Scerbanenco ha gettato le basi del noir in Italia utilizzando la figura di Duca Lamberti in quattro differenti romanzi, che avrebbero potuto essere sei (esistono solo le bozze di “Safari per un mostro” e de “Le sei assassine”, che si possono trovare nella raccolta “Il ritorno del Duca”).

Il personaggio ricorrente non nasce nel corso di un sol romanzo. Lo si costruisce storia dopo storia: ricordo ai lettori come il personaggio del maresciallo Benedetto Santovito (inventato assieme a Francesco Guccini) abbia trovato la sua completezza, cioè abbiamo saputo di lui, del suo passato e delle sue caratteristiche, al termine della serie di cinque libri. Noi stessi, come autori, lo andavamo scoprendo romanzo dopo romanzo. Mi piacerebbe dire che il personaggio si completa nonostante l’autore. Addirittura vive a dispetto dell’autore, com’è accaduto a me per Sarti Antonio, sergente. Sempre che sia un personaggio riuscito. E per riuscito intendo che entri nella fantasia dei lettori e ci resti anche dopo la fine del romanzo. Non accade sempre. Io sono stato fortunato: due dei miei tre personaggi continuano a vivere nella memoria dei chi l’ha conosciuto. Direi addirittura che continua a vivere in una vita parallela a quella reale (ma quale è la vita reale?) che sembra esistere per i personaggi e i mondi letterari.

Se io tengo presente queste cose, “avere già un personaggio pronto” non può che aiutarmi. È come se ritrovassi un amico ogni volta che mi metto alla scrittura.

A pensarci bene, così a memoria, i personaggi seriali nel noir italiano sono tantissimi. L’Alligatore di Massimo Carlotto, il commissario Soneri di Valerio Varesi, Giorgia Cantini di Verasani, il Gorilla di Sandrone Dazieri, la Guerrera di Marilù Oliva, la professoressa Baudino di Margherita Oggero, solo per citarne pochissimi. Questi personaggi hanno tutti in comune una particolarità: creano affetto tra i lettori, che si appassionano non solo alle trame poliziesche trattate nei vari romanzi ma anche alle vicende personali del protagonista.

Quindi creare un personaggio seriale è sinonimo di affezione del pubblico e quindi di maggiori possibilità di vendita?

Non sempre. Quanti sono i personaggi che, nelle speranze dell’autore, dovrebbero entrare nell’immaginario dei lettori e poi non accade? È successo anche a me con Poli Ugo, lo Zoppo, ma questa è un’atra storia, come direbbe l’amico Carlo.

In verità (e vi prego di credermi), non ho mai pensato alle vendite. Quando ho ripreso Sarti Antonio, sergente, per il secondo romanzo, ancora non sapevo (e non m’importava) quanto avesse venduto il primo. Mio problema era: l’editore mi stamperà anche questo? Nella domanda era implicito il problema delle vendite, ma non me l’ero posto nei termini giusti.

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

Troppi caffé per Sarti Antonio? (Parte 1)

La lezione di Macchiavelli

Recensione de “Fiori alla memoria”

Recensione de “Passato, presente e chissà”

Recensione de “I sotterranei di Bologna”

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