Uno spritz con Carlo Callegari


Ennesimo talento scoperto dalla fabbrica di autori che è l’associazione SugarPulp, Carlo Callegari è l’autore del romanzo “Che Dio ti aiuti, Bambola!”. L’abbiamo invitato per conoscerlo meglio e per sapere dalla sua viva voce cosa significa noir per lui.

Noir Italiano: Ciao Carlo e benvenuto. Ma ‘sto spritz è meglio prenderlo con il Campari o con l’Aperol?

Carlo Callegari: L’ideale sarebbe con il Campari, da veri duri, ma al secondo vieni catapultato in un mondo strano e allucinato. Quindi dico Aperol, ce ne stanno di più.

NI: Cosa significa per te noir?

CC: Il noir è un genere che in apparenza può sembrare abbastanza ingessato, mentre in realtà si può prestare, per chi lo scrive, a svariate interpretazioni. Una di queste interpretazioni è certamente il commedy noir, il genere che io preferisco.

Certo, esiste un filo comune a legare tutte queste sfumature, ma per lo scrittore lo spazio di manovra è davvero molto. Oltretutto, tutte queste varianti, si traducono in una vasta scelta per il lettore. Dai noir più puri alla Izzo e Ellroy, a quelli sempre abbastanza duri ma più scanzonati di Lansdale e Gilscher.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

CC: Credo di aver sempre avuto la passione della scrittura fin da piccolo. Amavo inventare storie, anche se allora rimanevano confinate nella mia mente. Ho cominciato a riversarle su carta durante il servizio militare. Era il sistema migliore per rimanere sveglio durante i lunghi turni di guardia notturni. Da allora non ho più smesso ed i cassetti della mia scrivania si sono un po’ per volta riempiti di appunti e fogli di ogni genere.

NI: Cosa rende il veneto una regione noir?

CC:

Il Veneto è una regione che ben si presta al noir. La nostra società qui da noi ha un volto pubblico, quello che tutti devono vedere e uno più nascosto e segreto. Un dualismo che porta allo scambiarsi un segno di pace la domenica in chiesa, per poi fregare il prossimo una volta finita la funzione. Del resto la ormai deragliata locomotiva nord est insegna molto. Lavoro nero, evasione e mazzette sono il lato nascosto di quello che venne chiamato il miracolo del nord est. Intendiamoci, non voglio generalizzare, ma solo descrivere quello per alcuni, fino a qualche anno fa, è stato un vero e proprio “Eldorado” da cui attingere con estrema disinvoltura. Ma aldilà delle macro realtà, per uno scrittore sono le micro realtà ad essere veramente interessanti. L’osservazione delle vite che scorrono fra i sonnolenti e nebbiosi paesini dispersi nella vastità della pianura. Luoghi dove tutte le persone si conoscono e dove vengono consumate le storie più torbide e indicibili.

Se è vero che chi scrive noir attinge sempre da un fondo di realtà, in Veneto c’è da attingere a piene mani.

NI: Quando scrivi lasci che sia la scrittura stessa a guidarti oppure stili una scaletta dettagliata da seguire?

CC:

Più che una scaletta io lo chiamerei uno scheletro. Quando scrivo decido in precedenza solamente l’ossatura del romanzo, o meglio, solo la spina dorsale. Il resto viene da solo. Mi può capitare di sentire un racconto per strada o leggere un articolo nel giornale e a quel punto nella mia testa prende vita una piccola scena, come in un film. in quel momento mi rendo conto che è nata una costola. Quando ho pronte una certa quantità di queste scene, comincio a montarle lungo la spina dorsale ed il tutto comincia a prendere forma.

Poi inizio a limare e raccordare, fino ad avere un qualcosa di omogeneo e scorrevole. Questo procedimento mi svincola dal seguire un ordine cronologico o una scaletta troppo rigida.

NI: Un noir è anche verosimiglianza. Come ti documenti per scrivere un romanzo?

CC: Cerco di scrivere e descrivere solamente ciò che conosco. Partendo dalle mie esperienze di vita, fino ad arrivare ai luoghi a me più comuni. Con un passato nel ramo delle investigazioni e della sicurezza, ho visto luoghi e conosciuto persone che decisamente ben si prestano al mio genere di scrittura. Di storie, credetemi, ce ne sarebbero da scrivere fino a stancarsi. Ad ogni modo in ogni cosa che scrivo c’è almeno un elemento di vita reale. Da li comincio poi a ricamare con la fantasia.

NI: Attraverso il noir è possibile fare denuncia sociale oppure si tratta di semplice letteratura d’evasione?

CC: Non credo che il noir sia semplice letteratura d’evasione, almeno non tutto. Credo anzi che si presti bene alla denuncia sociale. Lansdale, ma anche molti altri non mancano di affrontare temi come il razzismo o la discriminazione in quasi ogni loro romanzo. Proprio la violenza, sempre presente in maniera più o meno marcata nei noir, è un ottimo volano per denunciare e far riflettere il lettori. Lo stesso vale per i commedy noir. Sono fermamente convinto che anche con un sorriso si possa far riflettere una persona.

NI: Una volta gli autori erano ritenuti intellettuali inarrivabili. Oggi, grazie a blog, social network ecc. la distanza si è accorciata. Ritieni utile il confronto tra scrittore e lettori?

CC: Che la distanza si sia accorciata non può che essere un bene per tutti. Credo che l’idea dello scrittore intellettuale e confinato nei salotti bene, sia ormai polverosa ed anacronistica.

Io considero chi mi legge come un eroe. Una persona che in questa società così frenetica trova tempo e soldi da dedicarti, non può che essere così. E poi non c’è nulla di più stimolante del confronto e dello scambio di idee. Trovo che il condividere, fra chi legge e chi scrive, tenga vivo questo settore. Molte delle persone che conosco, grazie alle storie di vita che mi hanno raccontato, sono andate a finire dirette all’interno di qualche mio racconto. Se non è condivisione questa, allora non saprei!

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

CC: Grazie a voi. Una frase noir? Preferisco spruzzarla con un po’ di ironia. Provai la terribile sensazione di sentirmi come un coniglio nel bel mezzo di un’autostrada. Chiusi gli occhi e rimasi in attesa di quello che prima o poi sarebbe stato l’inevitabile.

Buona vita a tutti.

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