Appunti di un venditore di donne


Autore: Giorgio Faletti

Tipologia: noir

Luogo: Milano

Filo conduttore: fatti e misfatti della malavita milanese

Ambientazione: anni ’80

Protagonista: Bravo

Narrazione: In prima persona

Cosa impari dopo averlo letto: che gli anni ’80 non potranno mai tornare

Giudizio nero:  Amaro Noir che è anche una piacevole conquista

L’incipit è secco, deciso, quasi un pugno in faccia che a modo suo incolla il lettore con tanta crudezza: “Io mi chiamo Bravo e non ho il cazzo”. Non so se sia una strategia di Faletti, ma i casi sono due, o rimani scioccato e chiudi il libro o ne vuoi sapere di più. Inutile dire che io ne ho voluto sapere di più e non me ne pento, ho chiuso l’ultima pagina soddisfatto, perché Faletti alla fine ti spiega tutto. Non rimangono personaggi dispersi nella narrazione, non c’è qualcuno che non si sa’ che fine ha fatto, non c’è un risvolto della trama che rimane oscuro, e questo per me è un pregio. Spesso ci troviamo a leggere libri dove alla fine ti chiedi, ma che fine ha fatto il tale? Non che ci siano delle particolari mancanze, magari però l’autore ti fa’ solo intuire che fine ha fatto quel tizio che a un certo punto sparisce dalla storia. Faletti no. Faletti ti spiega per filo e per segno come va’ a finire, segno distintivo che ho trovato anche in “Io uccido”, e mentre lì l’epilogo l’ho trovato forse un po’ troppo lungo, qui ci sta tutto, e anzi prolunga la soddisfazione.

La trama è articolata, anzi molto ben articolata, e le vicende s’intrecciano con una precisione, che rivela un lavoro tecnicamente inappuntabile, ma non per questo artefatto. Non è un libro per donnicciole, nel senso che il linguaggio usato è diretto, schietto, così come l’inizio. Ma è l’argomento trattato a essere crudo e crudele, e non solo il suo modo di narrarlo. Non ci sono sconti verso nessuno. Le prostitute sono prostitute, chi per necessità chi per piacere dei facili guadagni. I politici corrotti e i malavitosi, sono gente senza scrupoli. Quindi i pochi fronzoli, sono una prerogativa che Faletti pone in primo piano per raccontare una storia che diversamente non sarebbe stata questa storia.

Il ritmo inizialmente è descrittivo, introduttivo dei luoghi e dei vari personaggi, con una certa dose d’introspezione che però non da’ fastidio. Si viene calati in una realtà storica che Faletti ci fa assaporare con pienezza, e forse per uno come me che era ancora troppo piccolo per vivere gli anni ’80 in quel modo, c’è una doppia soddisfazione perché ancora bambino all’epoca, me li ricordo e ne rimango affezionato. C’è la Ferrari 308 GTB, la Renault R4, la Citroen CX, la Mini Innocenti blu, la Simca 1000, la FIAT 131, ma non solo, ci sono le cabine telefoniche e il mitico gettone, dove il cercapersone è un oggetto all’avanguardia. Sono i giorni del sequestro di Aldo Moro, i tempi delle Brigate Rosse ma anche di Loredana Bertè e di Atlas Ufo Robot. Sono dettagli, sfumature, particolari, descrizioni che si trovano in tutto il libro, e poi c’è la Milano quella in cui “…dopo una certa ora di notte, in giro ci sono solo poliziotti, artisti, delinquenti e puttane.”, le puttane appunto. Bravo, il protagonista, è un magnaccia, anzì no, è un intermediario del sesso che per questa sua dote riceve un corrispettivo, che per questa sua dote si metterà nei guai. Un ragazzo bello e intelligente, appassionato di crittografia, con una menomazione fisica che pesa e condiziona ciò che lui è diventato. La sua esistenza, in un mondo che a modo suo credeva di governare, riceve uno scossone quando comincerà a infrangere quelle regole che lui si è posto.

Recensione a cura dell’ormai indispensabile Marco IschiaVerso la metà della narrazione cambia il ritmo, dove gli eventi si accavallano e si susseguono spezzando il fiato, facendo venire la voglia di voltare pagina sperando che poi ne rimanga ancora una e quando arrivi alla fine, puoi dire d’aver letto proprio l’intera storia.

Perchè leggerlo: per rivivere gli anni ’80 come non si sono vissuti

Perchè non leggerlo: per lo “shock” dell’incipit

Cos’ho pensato quando l’ho finito: …è già finito?

Recensione a cura dell’ormai indispensabile Marco Ischia

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