Collettivo Sabot @ Noir Italiano


Il nuovo che avanza. E lo fa con stile, carattere e con “le palle”. Questi sono i giovani del collettivo Sabot. Un gruppo di scrittura nato intorno alla figura di Massimo Carlotto e che si prefigge un compito. Sabotare, raccontare, portare alla luce le storture della società, utilizzando il noir. Un’intervista da non perdere!

Noir Italiano: Ciao ragazzi e benvenuti. Beh, io direi una bella Ichnusa per tutti?

Collettivo Sabot: Alla salute! L’ichnusa è stata anche protagonista di un noir di Carlotto sai?  Ma questa è un’altra storia…

NI: Cosa significa per voi noir?

CS: Noir è un termine potente, di cui si è abusato tantissimo, spesso a sproposito, soprattutto quando è diventato un prodotto vincente dal punto di vista delle vendite editoriali. E così è capitato che venisse sfruttato anche per romanzi che nulla avevano a che fare con il genere, ovvero il racconto del male dal punto di vista della sua rilevanza sociale, e soprattutto narrato dall’interno degli stessi meccanismi del male. Con Massimo Carlotto, da tanti anni, ormai ci confrontiamo anche su questo e riteniamo che probabilmente da una letteratura di genere si debba passare ad una letteratura di contenuti. Il caso della Collana Sabot/age ne è un esempio. Romanzi di generi tra loro diversi riescono a raccontare questo paese, le sue mutazioni, le dinamiche criminali pur senza che necessariamente gli si debba affibbiare l’etichetta di noir o un’etichetta in senso assoluto. In realtà già il noir è da molto tempo il crocevia di molteplici contaminazioni spesso anche di linguaggi apparentemente lontani: cinema, fumetto, musica, teatro. Anche Respiro Corto è un esempio di confini, anche geografici, che esplodono.

NI: Come vi siete conosciuti?

CS: Il Collettivo è nato attorno a Massimo Carlotto e alla libreria che aveva Colomba Rossi qui in Sardegna. Ognuno di noi ha conosciuto Massimo in periodi diversi. Chi collabora con lui da oltre 10 anni (Andrea Melis ),  chi per aver frequentato un suo corso di scrittura (Renato Troffa e Ciro Auriemma), chi per aver vinto un concorso letterario (Piergiorgio Pulixi e Michele Ledda) e chi ha avuto un confronto a partire da un manoscritto (Stefano Cosmo). La libreria è però il nostro luogo di formazione per eccellenza. Per anni lo è stato fisicamente e umanamente: chiacchierate infinite e confronti costanti su letture e novità editoriali.  Il romanzo Perdas de Fogu è quello che ci ha uniti professionalmente, una volta che Massimo ci ha coinvolto nel progetto.

NI: Sabot, come lo zoccolo gettato dagli operai negli ingranaggi produttivi (da qui il verbo sabotare). Perché avete scelto questo nome?

CS: Gli operai sabotavano con i loro zoccoli i meccanismi disumani delle fabbriche durante la rivoluzione industriale. Noi abbiamo voluto usare il termine Sabot perché, come loro, siamo stanchi  di venire stritolati dalla macchina della menzogna,  e per non morire di asfissia celebrale abbiamo deciso di lottare attraverso la letteratura. Dalla rivoluzione industriale a quella editoriale:  nella quale scrivere è lottare per la verità e leggere è sinonimo di resistere.

NI: Il vostro noir è dunque un noir di denuncia. Ma può davvero il noir scuotere le coscienze? Ha questa capacità oppure per il lettore rimane solo una letteratura d’evasione?

CS: Dipende, per alcuni è sicuramente letteratura di evasione. Ed è giusto che un libro possa essere fruito come uno meglio crede. D’altra parte il lettore è libero per definizione. Ma per tanti altri leggere significa scoprire dentro le trame di una storia avvincente, una realtà di cui non erano a conoscenza o grandi storie negate dai principali mezzi di informazione. Di questo abbiamo avuto tantissime testimonianze, specialmente durante i dibattiti che nascono alle presentazioni. Molto spesso il libro, Perdas de fogu ne è un esempio, viene utilizzato dalla società civile come cassa di risonanza per amplificarne l’attivismo e l’attività di denuncia, diventa appunto strumento di lotta per rafforzare le battaglie che comitati e cittadini svolgono sul territorio. Questo meccanismo virtuoso si innesca spontaneamente, tanto più penentrante quanto più una storia è potente. Quindi, sì. Secondo noi il noir può scuotere le coscienze, e costringerle a prendere posizione rispetto ai fatti narrati: una volta che sai, se ti giri dall’altra parte sei complice della menzogna e del silenzio.

NI: Com’è organizzato il vostro lavoro?

CS: Utilizziamo lo stesso metodo di lavoro sia nel caso della scrittura singola che collettiva. Si parte da un’idea, ci si documenta a fondo sull’argomento, si scrive una trama fino a dettagliarla in scene definendo i personaggi e solo alla fine di questo processo si inizia a scrivere. Nella scrittura singola, il collettivo dà pareri, suggerimenti e contributi in tutte le fasi anche se le scelte finali spettano poi sempre all’autore. Nella scrittura collettiva il lavoro è il medesimo, ma il gruppo si riorganizza costantemente a seconda del progetto che si affronta. CHe sia scrittura o intreccio, raccolta del materiale dell’inchiesta o editing finale ciò che conta è  ciascuno contribuisca in modo efficace a ciò che gli è più congeniale. In una battuta: è la storia che riscrive di volta in volta i confini del collettivo di autori.

NI: Collaborare è sicuramente fonte di crescita ma anche di contrasti. Come appianate le divergenze?

CS: Le divergenze sono il punto di partenza di qualunque sintesi vincente. Ci confrontiamo, spesso  animatamente, sino allo sfinimento, su diversi aspetti del nostro lavoro. Cerchiamo di non compiacere mai l’altro ma di dire sempre quello che crediamo possa essere utile per la buona riuscita del nostro lavoro. Arrivano anche i contrasti che appianiamo semplicemente continuando il confronto. Se sai che una critica viene mossa per il tuo bene e per nessun altro secondo fine, sei più portato ad ascoltare e a metterti in discussione. Questo cerchiamo di non dimenticarlo mai.  La schiettezza è uno dei collanti Sabot: dalle nostre parti ci ricordiamo spesso che la ditta non regala niente.

NI: Grazie ai social network e ai blog, la distanza tra autori e lettori si è ridotta n+tevolmente. Com’è il vostro rapporto con i lettori? Ritenete che lo scambio di opinioni con i lettori sia importante?

CS: E’ vero, i social network hanno ridotto tantissimo le distanze, e accelerato i tempi del passa parola,  ma dobbiamo dire che essendo nati in una libreria, il nostro naturale momento di socializzazione resta quello molto poco virtuale delle presentazioni, quando il lettore si manifesta e il confronto si concretizza in modo diretto. Il lettori possono apprezzare, criticare e molto spesso arrivano a suggerire le storie da raccontare. Succede molto più spesso di quanto si creda. L’ultima volta questa estate per il nostro racconto scritto per Il Manifesto:  è nato proprio dalle confessioni di un attivista del mondo delle imprese agricole che ci ha svelato i meccanismi con cui aziende sane vengono stritolate dalle banche. Ci siamo documentati ed è nato il racconto grazie al suo prezioso contributo.

NI: La documentazione che sta dietro ai vostri romanzi è notevole, poiché un noir di denuncia richiede un’attinenza ai fatti assoluta. Come affrontate la cosa?

CS: E’ un momento estremamente delicato, che richiede spesso tanto tempo e molta attenzione. Le fonti possono essere tante, dai fatti di cronaca, alle ricerche di documentazione su vari canali. Quello che cerchiamo di fare sempre è arrivare alla fonte più diretta possibile e a incrociare sempre per verifica i dati raccolti. Non è semplice ma, come dici tu, dobbiamo essere certi dell’attinenza ai  fatti.

NI: Il vostro noir racconta di fatti veri, con persone vere o comunque riconoscibili. Non avete paura di venir querelati?

CS: Lo strumento della querela è di fatto quello che ha inferto un colpo durissimo al giornalismo di inchiesta. La Gabanelli potrebbe rispondere meglio di noi. Per ora i tentativi di querelare l’autore di un romanzo non hanno attecchito. D’altra parte “è un’opera frutto della sua fantasia”. Ma ti possiamo assicurare che nel caso di Perdas e altri romanzi scottanti ci hanno provato in tutti i modi. Esistono inoltre molti modi per farti arrivare pressioni e  messaggi  diciamo, poco incoraggianti. Spesso si usa la vecchia scorciatoia di screditare l’autore per cercare di affosarne il lavoro.

NI: Un noir come il vostro impone un ragionamento e una riflessione al lettore. Pensate che possa anche essere una molla per un “risveglio” dell’opinione pubblica di fronte a fatti spesso insabbiati?

CS: Quello che ci interessa è costringere le coscienze a polarizzarsi. Quando un lettore chiude l’ultima pagina di un romanzo Sabot, deve sollevare due occhi nuovi sul mondo che lo circonda. Magari sbarrati davanti alla immensa durezza di certe storie. Ma è un’iniziazione necessaria: solo la consapevolezza del male può offrire gli strumenti per resistergli.

NI: Vi ringrazio. Regalateci una frase noir.

CS: Il cattivo perfetto di un romanzo, è colui che commette il crimine di farti dimenticare il latte sul fuoco.

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