Mama Sabot, un esperimento di scrittura collettiva


Un approfondimento a  cura di Valeria Floris e Omar Gatti

La scrittura è un’esperienza solitaria. Di questo sono convinti tutti. È intima, indaga, prima ancora che nella vicenda stessa, nell’animo di chi scrive. Eppure è possibile realizzare un lavoro di gruppo, ottenendo un risultato che possa sembrare scritto da una persona soltanto? Sì, è possibile, basta metterci voglia, creatività e la giusta organizzazione (Sun Tzu, nell’arte della guerra, diceva che non servono cinque milioni di soldati per vincere. Ne bastano cinquecento ben motivati e un generale abile a comandarli).

Questa è la storia dei Mama Sabot.

I Mama Sabot sono un collettivo di scrittori nato da un’idea di Massimo Carlotto. Il gruppo, oltre allo stesso Carlotto, è formato da Stefano Cosmo, Piergiorgio Pulixi, Renato Troffa, Andrea Melis, Ciro Auriemma, Michele Ledda. Ragazzi appassionati di scrittura e di noir, che hanno preferito unire le proprie forze, idee e abilità narrative in un progetto unico: raccontare il poligono militare di Salto di Quirra, in Sardegna.

Massimo Carlotto aveva già avuto modo di collaborare con loro in occasione di altri romanzi e svariati lavori e capì che era necessario lavorare in gruppo per la difficoltà di trattare un argomento così attuale e particolarmente impegnativo, ma soprattutto  l’importanza di riunire attorno a sé persone che erano in grado di raccontare l’Isola e la sua storia con gli occhi di chi la vive.

Il nome Sabot non è casuale. I sabot erano gli zoccoli di legno che durante la rivoluzione industriale venivano gettati negli ingranaggi delle macchine per bloccare il meccanismo produttivo e fermare quei ritmi di vita alienanti e devastanti a cui erano costretti gli operai. I Mama Sabot hanno ereditato questo termine, spostandolo però dall’ambito lavorativo a quello letterario. La loro produzione è destinata a sabotare la “macchina della menzogna” che quotidianamente aggredisce i cittadini. La loro attività segna così una sorta di ponte tra la scrittura di Izzo e il giornalismo d’inchiesta. L’idea di lavorare in gruppo si sviluppa principalmente per una questione di condivisione dei gravosi carichi di lavoro. Il noir infatti è un genere poliziesco che necessita di una verosimiglianza quasi “morbosa”, per apparire valido agli occhi dei lettori. Questa caratteristica comporta un notevole lavoro di documentazione precedente alla scrittura stessa del romanzo. Creare un gruppo di autori, coadiuvato da un veterano come Carlotto, offre una serie di opportunità che per un singolo autore è difficile raggiungere o abbracciare totalmente.

“Per il noir spesso da soli non si riesce ad arrivare fino in fondo. In questo libro sono partito da solo, poi ho chiesto una mano ad un altro e ci siamo ritrovati in dieci: ecco il lavoro a più mani”

(Parola di Massimo Carlotto, intervistato da Valeria Floris nel Giugno 2011)

Lavorare in gruppo consente di raccogliere una maggiore quantità  di dati, di indagare e di gestire il tempo in maniera ottimale, abbracciando tutto ciò che ruota attorno al tema da sviluppare. Nel caso di Perdas de Fogu, la stesura del romanzo è stata preceduta dall’esame e dallo studio di 1500 pagine d’inchiesta, riadattate in chiave letteraria, tenendo fede al filone letterario in cui questa si inserisce, quello appunto del noir mediterraneo. Certo, in un lavoro di gruppo c’è il rischio che qualcuno “guidi” gli altri, ma il continuo confronto fra gli autori permette una maggiore lucidità e oggettività nell’avvicinare la storia alla realtà, consentendo inoltre di portare avanti più progetti contemporaneamente e di proporre in maniera innovativa ognuno di questi, moltiplicando in questo modo le modalità di scrittura.

Nel caso del romanzo Perdas de Fogu, la storia è stata divisa per scene, assegnate a ognuno dei vari autori, per procedere infine al montaggio finale. Un lavoro di scrittura noir inteso come un film: a partire da una traccia, ognuno dei componenti scrive il suo cortometraggio che verrà trasformato in un film grazie all’unificazione stilistica operata dallo stesso Carlotto. Il finale risulterà essere “quella Mama del titolo del gruppo che si rivelerà vincente proprio perché non esiste”

(Intervista ai Mama Sabot,Valeria, giugno 2011)

Leggere Perdas de Fogu e i Mama Sabot non è solo un’opportunità per scoprire un noir cattivo, avvincente e spaventosamente reale. È anche un modo per capire che scrivere non è un’impresa solitaria. Come tutte le attività dell’uomo, essere sociale per definizione, è un modo per condividere idee ed emozioni. Un piccolo numero di autori può unirsi per raggiungere un ben più folto gruppo di lettori.

 E non venite a dirci che si scrive solo per se stessi.

Il gruppo dei Mama Sabot che ha lavorato al romanzo era composto da:

  • Ciro Auriemma,
  • Andrea Melis,
  • Piergiorgio Pulixi,
  • Michele Ledda,
  • Renato Troffa,
  • Francesco Abate,
  • Alessandro Castangia,
  • Marcella Catignani,
  • Vincenzo Saldì.

Attualmente alcuni autori di quel gruppo si sono uniti nel Collettivo Sabot.

 

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

Intervista a Piergiorgio Pulixi

Intervista a Massimo Carlotto

L’eredità di Izzo, di Piergiorgio Pulixi

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