Il noir al femminile secondo Grazia Verasani


Noir Italiano: Ciao Grazia e bentornata su Noir Italiano. Come stai? Cosa posso offrirti di buono?

Grazia Verasani: Grazie, appena pranzato e preso caffè. Mi sto accendendo una sigaretta.

Ni: Molte autrici mi hanno scritto lamentandosi del fatto che do poco spazio al noir al femminile (Per questo ho deciso di dedicare questo mese al tema ndr). Ma alla fine, il noir non è noir e basta? Non dovrebbe essere classificato solo perché scritto da una donna, un uomo o un cavallo. Dovrebbe essere distinto in scritto bene e scritto male, eppure molti giudicano la validità di un’opera dal sesso dell’autore. Perché?

GV: A saperlo cos’è il noir… forse sfugge anche lui alle catalogazioni! La discriminante sessuale non è prerogativa di un genere. Diciamo che in Italia, ma forse non solo qui,  un’autrice suda sette camicie per guadagnarsi un successo di tipo “popolare”, molto più degli uomini, a mio parere.  Se vedi le classifiche, sembra che le donne siano relegate nell’angolo del porno soft, della cucina, delle storie sentimentali strappalacrime. Poi qualcuna ottiene rispetto e consenso tramite un premio nazionale o una buona immagine di sé in qualche programma tv, e per immagine non intendo solo l’aspetto esteriore ma anche ciò che dice, il suo grado di simpatia e intelligenza. E’ come se dovessimo sempre meritarcelo, superare un esame, cioè fare il doppio della fatica. E le lettrici a volte sono più, o ugualmente, diffidenti dei lettori.

NI: Le scrittrici che si cimentano con il noir in Italia sono tantissime. Come lo spieghi?

GV: Il noir viene considerato soprattutto un genere “maschile”. Mi è capitato spesso di sentirmi dire: “Scrivi come un uomo”.  E sono rimasta basita. Quando nel 2004 uscì “Quo vadis, baby?”, le autrici di noir erano poche e confinate in un angolo. In quel periodo ricevetti molte mail di giovani autrici che volevano approcciarsi al genere e che mi consideravano una specie di apripista. Fu grazie al successo del film di Salvatores, ovviamente, e della serie tv. Ma anche, credo, dell’invenzione di un personaggio femminile realistico, moderno, anticonformista, lontano dai clichè della narrativa maschile. Io credo che un buon romanzo dipenda in larga parte dalla personalità di chi lo scrive. Se un’autrice scrive liberamente, senza pressioni di qualunque tipo, e scrive un noir esattamente come se scrivesse un altro genere di libro, privilegiando la propria voce, il proprio stile, e raccontando una storia con sincerità e talento, dovrebbe avere le stesse chance di un autore maschio con eguali caratteristiche: ma ancora non succede, o è molto raro. Siamo un paese culturalmente involuto, che rema contro le donne in ogni settore. Non lo dico con vittimismo. Né con rassegnazione. Ne prendo atto e cerco di sostenere i libri meritevoli, a prescindere da chi li scrive. Ma mi rendo conto che altrove le autrici, di qualunque genere trattino, sono più ascoltate e lette. Ci sono meno pregiudizi. E va da sé che c’è più rispetto per la cultura in generale.

NI: Si può parlare di una scuola “femminile” del noir italiano?

GV: Mi viene da pensare alle donne in politica. Una volta sentii un ex sindaco della mia città dire: “Come possono imparare a fare politica, le donne, se nessuno glielo permette? Se non gli si dà spazio?”. Ecco, paternalistico finché si vuole ma il concetto è giusto: ci sono editori e colleghi che non vedono di buon occhio il noir “al femminile”, ma è già sbagliato parlare di “femminile” e “maschile”, è come dire “etero” o “gay”. Sono caselle insopportabili… Tra i romanzi noir scritti da donne vedo però delle differenze: una propensione maggiore verso l’approfondimento dei sentimenti, la psicologia, una sorta di esistenzialismo di fondo, e di ironia. Come se la trama gialla fosse una scusa per raccontare altro. Ed è un po’ anche quello che faccio io. Si usa un genere e ci si diverta a stravolgerlo, a personalizzarlo, alla faccia delle detective americane che fanno jogging in riva all’oceano e riempiono pagine di dettagli tecnici su autopsie e sanguinolenze varie. A volte però il sentimentalismo rosa stroppia, la comicità è kinselliana, e le autrici sembrano giocare di rimessa. Ci vuole più coraggio. Più intelligenza scacchistica, meno fronzoli, meno batticuori. Comunque, in Italia, se gira la voce che sei brava, sembra che la didascalia obbligata sia: ”Che strano…”. E spesso sono proprio i cosiddetti operatori culturali, colleghi, giornalisti, intellettuali, a fare resistenza, a essere sospettosi. Ma poi trovi uomini in gamba che sanno riconoscere il talento delle colleghe e sostenerlo, e lì ti prendi una boccata d’aria. No, per risponderti, non credo ci sia una scuola. Credo ci siano però dei comuni denominatori nel noir femminile, a volte vantaggiosi, affascinanti, e altre volte no.

NI: Quando si parla di discriminazione o di preferenze verso scrittori maschili, non si rischia solo di alimentare un femminismo troppo spinto?

GV: Femminismo? Cosa significa? Basta accendere una tv per rendersi conto che il tuo spirito critico è annichilito e avvallato solo da una minoranza, e che la tua indignazione è invisibile. Puoi solo difendere quella retorica “onestà intellettuale” nelle nicchie di cui, volente o nolente, fai parte. Sei costretta a prendere le difese di ciò che non dovrebbe essere difeso ma dovrebbe essere considerato “normale”. E’ brutta la sensazione di tornare indietro invece di andare avanti, è brutto dover riconoscere che ci vorranno almeno due decenni per ridare dignità alle cose che l’hanno persa. La nostra sinistra non è stata antagonistica rispetto alla sottocultura imperante, e questo è stato un grande autogol. E finché non ci si riscuote in tal senso, vedo sempre più ardua la prospettiva di parlare di un mondo fatto di persone, lontani da ogni etichetta di sesso, genere, eccetera.

NI: Riprendendo un contributo di Marilù Oliva, pensi davvero che le autrici italiani vengano discriminate nei concorsi e nei premi letterari?

GV: Anche sulla stampa. In ogni dove. Generalmente, va così. Il talento delle donne è scomodo e fa sempre un po’ paura. Ma non accade forse anche per la “categoria” dei giovani? C’è qualche “vecchio”di potere pronto a lasciare il posto? Viviamo sotto la cappa di un immortalismo delirante! Guarda, io detesto i piagnistei e il lamentismo, ma mi sembra indubbio che in questo paese il razzismo sia un termine “allargato”. Eh, sì, c’ anche molta misoginia. E lo spazio per le donne, nei ruoli di potere, è talmente esiguo da sfociare in atteggiamenti di stronzaggine acuta da parte delle donne stesse. Ci sono uomini che odiano le donne, donne che odiano le donne, ma gli uomini tra loro si alleano quasi sempre. Sarà il gioco di squadra a cui vengono educati fin da piccoli? Ma a parte l’ironia, vorrei dire una cosa. Quando incontro una donna che vale, io sono la persona più felice della terra, non perché quella donna è mia amica, ma perché è riuscita a farsi sentire solo grazie al proprio valore, letterario e umano. E non attraverso atteggiamenti rampantistici o flirtanti, furbizie, compromessi eccetera, senza cedere cioè a questa disperazione d’acqua alla gola, di sbracciamento, sfacciataggine, cinismo, che comprende un po’ la moda del momento in tutti i campi e che riguarda l’intero genere umano e i giovani -incolpevoli- soprattutto. Ecco, ogni volta ne godo come di un successo personale. Perché conosco la fatica di emergere senza aiuti, con la sola forza delle proprie capacità e un’intransigenza cristallina, a costo di rendere lentissime e tardive le proprie conquiste. E mi dispiace sì, ma penso che per gli uomini sia più facile. Ma questo non significa essere “femminista”, significa semplicemente osservare il mondo.

NI: Nessuna frase noir in conclusione. Bensì un augurio. Cosa auguri alle scrittrici noir del nostro paese?

GV: Io mi auguro solo che i buoni libri possano circolare, che siano visibili oltre la massa estemporanea di certi best seller di scarsa qualità. Auguro alle autrici, di noir o non di noir, di essere sempre inesorabilmente se stesse, anche quando cambiano idea.  Alle più giovani: di avere ben chiaro il quadro generale, dove sia uomini che donne annaspano sempre di più, e di non farsi un male ulteriore leccando il culo a qualche imbecille. Di scrivere un libro solo se ne hanno veramente voglia, senza perseguire nessun successo, a parte quello personale di avere fatto una cosa in cui credono. Di non inseguire le chimere di recensioni o film o canali televisivi per mera vanità, non è così che si è felici, si è solo un po’ più conosciuti. In questo campo, e anche negli altri credo, l’unica felicità è qualcuno che ti apprezza in modo disinteressato, un lettore, qualcuno che non conosci o che stimi, che viene lì e ti dice: Mi è piaciuto il tuo libro.

Il resto sono solo fregnacce.

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

Intervista a Grazia Verasani

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