Una riflessione su donne e noir, di Laura Vignali (2° parte)


Mi intriga raccontare delle storie ispirate a personaggi reali, con i loro drammi, le loro incongruenze e, soprattutto, le loro contraddizioni. Forse sarebbe più confortante narrare  vicende a lieto fine, dove il cattivo è  inequivocabilmente cattivo  e il buono  destinato sempre a sconfiggere il male. Ma purtroppo la realtà non è lo specchio delle nostre utopie e dei nostri desideri. La vita reale è caratterizzata anche dal caos e non sempre l’investigatore di turno è in grado di ripristinare il cosmos primigenio.

Devo dire che, nel caso dei sette racconti di Vendette in cucina, mi sono divertita a rappresentare delle figure femminili che, attraverso un uso disinvolto (diciamo pure criminale) dell’arte culinaria, riescono a vendicarsi delle ingiustizie subite, ricreando  a loro modo un ordine che era stato turbato in maniera cruenta: la sartina di Gello alla quale i genitori dispotici avevano negato una vita normale,la gattara di Via Cancellieri che difende i suoi gatti dal vicino crudele, le monache di Montale che decidono di dare una lezione al prete bigotto che le ha ingannate e così via. A proposito di questa antologia, devo ringraziare di cuore la disegnatrice Giusi Bartolini che, con la sua matita, mi ha dato una valida mano nel tratteggiare questa  bizzarra galleria di ritratti femminili, ora comici ora tragici.

Ma non si pensi che tutte le mie donne siano assassine come Miranda (la moglie bigotta di Nemesi e sogliole) o come le vendicative Matilde e Anna Chiara (in Relazioni pericolose). O ancora come le perverse Emilia e Rosetta (in Peperoni sul Bosforo), come Olga (la professoressa terribile di Eros e Thanatos) o comeLucia (la candida stagista di Le mules e il leon). E non  tutte si presentano sotto  forma di eterei e tormentati fantasmi come la misteriosa viaggiatrice de L’ultimo Eurostar per Anna K o la sospirosa Monna Lucrezia o ancora l’esotica Noura di El awina hzina ( La susina triste).

Voglio dire che in molte delle mie storie cerco di rappresentare anche figure femminili più normali: donne che vivono una realtà quotidiana abbastanza usuale, che evocano i nostri stessi ricordi e sono agitate dai nostri stessi tormenti. Ad esempio, nel romanzo Il cappotto del babbo, le due protagoniste Franca e Silvana  si ispirano a due donne reali: due amiche  che mi hanno chiesto di ricostruire una loro vicenda familiare particolarmente drammatica: la prigionia del padre maresciallo dei carabinieri in un campo di lavoro tedesco.

Comunque, non posso dire che le figure femminili mi appassionino più di quelle maschili: dipende dai personaggi e, soprattutto, da quanto di vero riesco a infondere in ognuno di essi. In fondo, devo ammettere che a me interessano le persone, indipendentemente dal loro sesso. Mi piace spiare le loro azioni, indagare sulle le loro relazioni e descrivere gli ambienti nei quali vivono. Non so se ci riesco ma so che mi piacerebbe rendere vivi sia i personaggi che  le atmosfere di cui parlo. Non ho altre pretese. Quello che mi piace fare è soltanto raccontare delle storie.

Un’ultima – lo giuro, è proprio l’ultima – considerazione: non credo che essere una donna mi abbia limitato nella mia attività di scrittrice. Perlomeno non ho consapevolezza di discriminazioni nei miei confronti. Se tanto tanto mi accorgessi che qualcuno non vuole pubblicare i miei romanzi perché sono una donna, non vorrei proprio essere nei suoi panni … Un bel ruolo di vittima nel prossimo racconto sarebbe la giusta ricompensa per il suo ottuso razzismo di genere!

Se l’argomento t’interessa, dai un’occhiata a:

Una riflessione su donne e noir (1° parte)

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