Riflessioni su noir e donne, di Laura Vignali (1° parte)


A proposito di Noir al femminile, devo subito fare una premessa. Disquisire di un simile argomento non solo presuppone una approfondita conoscenza letteraria ma comporta anche un rischio abbastanza evidente che è quello di limitarsi alle scabre definizioni o alla pedissequa ripetizione di giudizi già espressi da critici ben più illustri della sottoscritta. Devo dire che quando Omar mi ha chiesto di affrontare questo tema da un punto di vista personale e non storico-letterario, ho tirato un sospiro di sollievo. Non tanto perché in questo modo posso comodamente eludere il gravoso impegno di documentarmi quanto perché ogni mia considerazione sull’argomento è da ritenersi puramente soggettiva. E come tale condivisibile o meno.

Dopo aver  messo le mani avanti, mi accingo volentieri a fare una breve chiacchierata sul tema Donne e noir, partendo da quella che è la mia esperienza sia di lettrice che di autrice. Innanzitutto mi viene spontanea una riflessione a caldo: è ovvio che una scrittrice filtra le sue storie attraverso una lente femminile e quindi esprime una visione del mondo sempre e comunque di genere. Questo è un dato scontato dal quale non si può non prescindere ma, nel mio caso, ci tengo a precisare che, pur partendo anch’io da tale ottica, via via che entro nella storia che racconto, mi viene naturale cercare di assumere anche il punto di vista maschile. Chiaramente non so con quanta credibilità e in che misura mi riesca questa operazione.

Una delle domande più frequenti che mi vengono poste quando presento uno dei miei romanzi è più o meno questa: << Come fai a immedesimarti con tanta partecipazione nei personaggi maschili? Che cosa ti spinge a parlare in prima persona come se tu fossi un uomo?>> In effetti me lo sono chiesta anch’io. Ad esempio, il protagonista del mio primo romanzo( Il treno fischiava ancora) è un professore della mia età che  condivide con me ideali,  esperienze e disillusioni di una intera generazione. In fondo, raccontando una storia in parte autobiografica, incentrata sulla misteriosa scomparsa di un personaggio carismatico, ho colto l’occasione anche per rievocare un ambiente e un periodo storico che avevo vissuto con intensa partecipazione.

Allora, perché non dar voce a un personaggio femminile, come giustamente hanno obiettato alcuni dei miei lettori?

Francamente non so dare una risposta esauriente e non ho nessuna intenzione di scomodare farraginose motivazioni psicanalitiche. Forse, più semplicemente, avevo nella testa un personaggio che era la somma di tante figure maschili che conosco. D’altra parte, se il protagonista è un uomo, non mancano in questo – come in altri miei romanzi – figure femminili che ho cercato di caratterizzare tenendo presenti immagini di donne che mi sembravano interessanti e funzionali alla vicenda narrata.  E’ noto che il romanzo e il racconto noir si distinguono  dal giallo classicoperché non si limitano a indagare e a risolvere  casi criminali  ma pongono il lettore nella condizione di riflettere sulla realtà. In tal senso la soluzione non è necessariamente rassicurante. Anzi, spesso non esiste una vera e propria soluzione e in molti casi l’ottica assunta dal narratore è paradossalmente quella del colpevole.

Anche nel caso della letteratura che ha per tema il mistero, quando si parla di donne, bisogna osservare che, per lungo tempo, esse sono state – salvo poche eccezioni – più l’oggetto che il soggetto della narrazione. Senza voler generalizzare, se è vero che molti romanzi  straripano  di eroine (positive e negative) è altrettanto evidente che la loro personalità è stata quasi sempre funzionale alla mentalità maschile.

Con la progressiva affermazione di una folta schiera di narratrici si è avuta necessariamente un’evoluzione del genere. Non si può dire che, nel panorama della letteratura gialla e noir, manchino figure di spicco che raccontano storie nelle quali si ribaltano schemi e concezioni tradizionali della femminilità. Personalmente devo dire che sono molto attratta da figure di donne un po’ patologiche e perverse ma, ne contempo, cerco di tenermi alla larga da stereotipi ormai largamente consolidati come quello della donna fatale, tanto caro alla letteratura decadente.

Certo, alcune delle mie eroine sono donne strane – penso a Marcella di Tutta colpa di Amalia  o alla  Rirì de Il sapore del vino – ma non ho affatto intenzione di spettacolarizzare la follia, nel senso che  cerco di spiegare i motivi di determinati comportamenti criminali e, se non di giustificarli, di indagarli alla luce di una realtà molto più complessa – e talora persino indecifrabile- di quanto non sembri.

In questo senso posso dire di considerarmi un’autrice noir, perché mi interessano le sfumature e le contraddizioni non solo della mente ma anche della società nel suo complesso.

Se l’argomento t’interessa, dai un’occhiata a:

Intervista a Laura Vignali

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