Una birra con Daniele Cambiaso


Il ligure Daniele Cambiaso, oltre a essere insegnante di lettere, è un autore noir da tenere d’occhio. L’abbiamo invitato per conoscere meglio la sua opinione su scrittura e noir.

Noir Italiano: Ciao Daniele e benvenuto. Posso invitarti a bere una birra? Per me una media chiara, bella gelata..

Daniele Cambiaso:Abbiamo gli stessi gusti, a quanto pare. Fai due medie chiare ghiacciate, grazie… E grazie soprattutto per avermi invitato a questa chiacchierata.

NI: Cominciamo. Cosa significa per te noir?

DC: Potrei dirti che il noir, da quando ho iniziato a scrivere, è diventato qualcosa di più di un semplice genere letterario da prediligere. È diventato un compagno di viaggio costante, che mi tiene compagnia non solo nelle mie letture, visto che alcuni dei miei autori preferiti sono autori noir (Lucarelli, Macchiavelli, Carlotto, Izzo, Heinichen, De Cataldo, Scerbanenco, Héléna, Ellroy per citarne solo alcuni in ordine assolutamente casuale), ma anche nei miei sogni a occhi aperti, che ogni tanto poi si trasformano in romanzi e racconti. Se mi chiedi quale sia per me l’attrattiva forte del noir, credo sia la capacità di raccontare una realtà, un mondo, una società attraverso le sue storie “sbagliate”, i suoi protagonisti. Inoltre, credo che le storie noir assumano una valenza importante nel momento in cui riescono a vaccinarci, almeno in parte, rispetto ai lati più oscuri della realtà che ci circonda. Ci  aprono gli occhi, insomma, calandoci all’interno di situazioni con le quali forse conviviamo, che magari sfioriamo ogni giorno, ma di cui non sappiamo cogliere fino in fondo l’essenza.

Per completezza, devo aggiungere che amo in maniera particolare il noir storico, che ai miei occhi ha il pregio di parlarci  efficacemente dell’oggi attraverso storie collocate in contesti differenti dal nostro, e quello contaminato con altri generi, in particolare con la spy story, che mi appassiona moltissimo.

NI: Cosa rende Genova una città noir?

DC: Genova è una città dal doppio volto e dai chiaroscuri fortissimi, in qualche modo la sua dimensione noir è lampante, sotto gli occhi di chiunque le si accosti. La cronaca nera testimonia nel tempo le contraddizioni e i problemi di una realtà composita, sempre in evoluzione (o involuzione), tipica di una città caratterizzata da un porto di livello internazionale, legato a commerci, emigrazione, immigrazione, ma anche in continuo rapporto col suo entroterra contadino, maggiormente conservatore. Parla di una città posta geograficamente in una posizione strategica, a pochi chilometri dalla Francia, da Torino e da Milano, che ha visto trasformazioni sociali e culturali importanti al tempo dell’industrializzazione degli anni del boom e più recentemente con l’avvento della società post industriale. Alcuni luoghi, poi, sono delle vere e proprie icone noir. Pensa al suo centro storico, che non ha nulla da invidiare al Panier marsigliese. Storicamente ha visto fiorire infinite leggende metropolitane legate alla “mala” d’antan ed è stato scelto come location da molte pellicole poliziesche e “nere” del Dopoguerra, dalla fase neorealista fino ai celebri e rivalutati “poliziotteschi” degli anni Settanta. Citando a caso, pensa a pellicole come “Le mura di Malapaga”, “Persiane chiuse”, “La tratta delle bianche”, “La banda Casaroli”, “La polizia incrimina, la legge assolve”, “Il cittadino si ribella”, “Genova a mano armata”, che indubbiamente hanno prima codificato e poi influenzato l’immaginario collettivo.

NI: La Liguria è una terra molto prolifica di autori di romanzi polizieschi. Pensi si possa parlare di una scuola noir ligure?

DC:  Vero, la Liguria ha regalato molti autori alla letteratura di tensione, termine che rubo all’amico scrittore Giulio Leoni e che racchiude al suo interno più generi o sottogeneri. Si parte da Varaldo, ventimigliese, uno dei primi scrittori gialli italiani, si prosegue con nomi di grande spessore letterario, la cui qualità di scrittura va ben oltre il semplice intrattenimento, come Claudia Salvatori, Annamaria Fassio, Bruno Morchio, Marino Magliani, Claudio Paglieri, Nico Orengo o la coppia Novelli & Zarini, per citarne solo alcuni. Persino il grande De André ha scritto un bel noir, insieme ad Alessandro Gennari, intitolato “Un destino ridicolo” e questo la dice lunga sull’aderenza del genere rispetto alla realtà genovese. Molti altri scrittori si stanno affermando, grazie anche all’impegno di alcune case editrici, come la Fratelli Frilli o la De Ferrari, che hanno creato collane di narrativa noir in cui sono confluite storie legate alla realtà ligure e del cosiddetto Oltregiogo, favorendo la crescita di un buon numero di autori dalle prospettive assai interessanti. Non credo, però, si possa parlare di una vera e propria scuola ligure, in quanto non esiste niente che possa assomigliare al Gruppo 13 o alla Scuola dei Duri, per citare due realtà che ai primi degli anni Novanta hanno effettivamente “fatto scuola” e indirizzato in maniera organizzata e consapevole l’evoluzione del noir. Tra gli autori liguri c’è contatto, vicinanza, in alcuni casi amicizia e una comunanza di interessi che porta a pubblicazioni antologiche, collaborazioni (personalmente, mi sono divertito molto a scrivere storie a quattro mani con Ettore Maggi, Claudio Asciuti e Cristina Origone), però non mi sembra si possa parlare di un vero e proprio “movimento”. Forse, sarebbe il caso di pensarci. Ma, sempre forse, noi liguri siamo troppo individualisti e mugugnoni per realizzarlo.

NI: Quando scrivi parti da una scaletta ben precisa oppure ti lasci guidare dalla scrittura?

DC: Accennavo prima alle collaborazioni con alcuni autori e lì diventa vitale operare sulla base di una scaletta più meno dettagliata, altrimenti il rischio di perdersi è fortissimo. Anche quando lavoro da solo tendo ad appoggiarmi a una scaletta “di massima”, nel senso che stabilisco alcuni snodi che ritengo fondamentali e poi costruisco attorno tutto il lavoro. Peraltro, non intendo mai la scaletta come un qualcosa di rigido e vincolante, spesso la rivedo sulla base delle indicazioni che i miei personaggi mi suggeriscono in corso d’opera. Non guardarmi in quel modo, è la verità… i personaggi, a un certo punto, assumono una vita propria, una loro autonomia, e arrivano a stravolgermi tutti i piani. Ed è il momento più bello del processo creativo, almeno per me.

NI:Come ti documenti prima di iniziare a scrivere un nuovo romanzo?

DC: La fase di documentazione per me è fondamentale, soprattutto perché amo scrivere noir storici o comunque legati a fatti avvenuti nel corso della nostra travagliata e interessantissima storia. Ho sempre amato la ricerca storica, per cui non si tratta di uno sforzo particolare, per me è puro divertimento. Ad esempio, quando ho scritto “Ombre sul Rex”, che è ambientato nella Genova del 1931, oppure il recente “Off limits”, un racconto collocato nel 1945, è stato emozionante per me andare alla ricerca di notizie e dettagli sulla città di quel periodo. Quando, invece, ho lavorato con Ettore Maggi alla stesura de “L’ombra del destino” è stato avvincente convogliare su quella storia materiali sparsi che avevamo trovato sulle trame oscure del Nord- Est all’epoca della guerra civile jugoslava. Le fonti possono essere le più disparate: filmati di repertorio, fotografie, saggi storici, riviste specializzate, vecchi articoli di giornale, semplici chiacchierate. Il momento esaltante è quando si riesce a creare un incastro preciso tra le proprie ipotesi narrative e le informazioni che si riescono a reperire. E poi non dimentichiamoci di quel vaso di Pandora che è Internet… a volte è persino commovente…

NI: Il consiglio che daresti a un autore che volesse avvicinarsi al genere noir?

DC: Quello che vale per qualunque autore che si stia cimentando con una qualsiasi nuova impresa: leggere, leggere molto. Intanto, per scoprire se il noir gli appartenga veramente o se non si tratti di una scelta estemporanea o di una suggestione dettata dalla moda del momento, e questo lo si può capire solo accostandosi ai grandi maestri per arrivare a cogliere la vera anima, l’essenza del noir. Per carità, ogni genere –  ammesso che oggi si possano ancora definirne con esattezza i limiti –  può essere declinato secondo la propria sensibilità, anche contaminato o rielaborato e manipolato, ma essenzialmente credo vada amato e trattato con rispetto. Mai “usato”.

NI:Il rapporto tra autori e lettori è cambiato notevolmente. Una volta gli scrittori venivano considerati intellettuali inarrivabili, oggi, attraverso blog, social network, i lettori possono discutere apertamente con gli scrittori. Ritieni utile lo scambio di opinioni con i lettori?

DC: Lo ritengo non solo utile, ma fondamentale, non a caso sulle note di copertina lascio sempre il mio indirizzo mail e le coordinate del mio sito. Non è narcisismo. Alla fine, si scrive per un pubblico di lettori, si mettono su carta idee ed emozioni per condividerle con chi le leggerà ed è interessante avere la possibilità di contattare chi le ha fatte o le farà proprie. E le trasformerà,  non dimentichiamo questo passaggio fondamentale. Infatti, ogni lettore filtra con la propria cultura e la propria sensibilità le parole che il narratore mette su carta, facendole diventare qualcosa di diverso.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

DC:  “Mi piacciono i romanzi che entrano nella vita e la fanno a pezzi per vedere cosa c’è dentro.” (Loriano Macchiavelli)

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