Alan D Altieri @ Noir Italiano


Alan D Altieri non ha certo bisogno di presentazioni. L’autore milanese è sicuramente tra i più importanti scrittori di genere italiani, anche se i suoi romanzi sono sempre il risultato di commistioni tra differenti generi e situazioni. E, cosa da non dimenticare, è tra i pochissimi italiani che sono riusciti a farsi conoscere all’estero. Per noi di Noir Italiano è una grande occasione chiacchierare con Alan su noir e scrittura in generale.

Noir Italiano: Ciao Alan, benvenuto. Cosa posso offrirti da bere? Facciamo una birra?

Alan D Altieri: Anzitutto, grande grazie per ospitarmi. Quanto alla birra, nessun dubbio. Proporrei una Dos Equis scura.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

AA: Come sai, il dibattito (parola troppo abusata che peraltro detesto) sulla definizione di noir e’ la classica “bottega che non chiude mai.” Inoltre, preferisco tenermi alla larga dall’etichetta nazionale: italiano, piuttosto che non francese, tedesco, nigeriano, marziano, whatever.

Il noir e’ noir e basta. La mia personale non tanto definizione quanto  prospettiva: “nel noir, il conflitto non e’ tra Bene e Male, e’ tra diversi aspetti del Male.” In sostanza, nel noir sono… “tutti cattivi.” Oops!

NI: Sei un autore che ama mescolare elementi noir e fantascientifici. Ma il noir non dovrebbe aderire alla realtà?

 AA: In fiction, la realta’ e’ quella creata dall’autore.

Facendo riferimento al cinema, quelli che ritengo essere due capolavori assoluti del noir — “La Fiamma del Peccato” (Double Indemnity) e “Blade Runner” — ci presentano due realta’ pressoche’ antitetiche eppure assolutamente credibili.

Passando al mio lavoro, e rimanendo senz’altro in mescolanza di generi, considero “Ultima Luce” un noir futuristico, e “Los(t) Angel(e)s”, il testo che chiude “Warriors”, l’antologia TEA del 2012, un noir… “metafisico”. Doppio oops!

NI: Come ti comporti quando sei a caccia d’idee?

AA: Anche quella delle idee e’ la “bottega che non chiude mai.” Piu’ che di idee, pero’, preferisco parlare di “concetti narrativi.” Le idee in senso stretto, viste come elementi risolutivi di personaggi e situazioni, vengono in un secondo tempo.

Tornando ai concetti narrativi, possono arrivare da qualsiasi direzione: un’immagine, un evento, un incontro. O, piu’ semplicemente, possono sorgere e basta.  L’importante e’ riconoscerli e registrarli. Computer, cellulare, blocco appunti. Qualsiasi cosa, ma registrarli. Hey, we never sleep.

NI: Quando scrivi lo fai sotto l’impulso di una frenesia creativa oppure i tuoi romanzi sono frutto di un lento ragionamento logico?

AA: Onestamente, non credo alla leggenda della “frenesia creativa”. Cosi’ come non credo alla barzelletta de “la storia si scrive da sola.”

Esattamente come dici, la fondazione di una storia in generale — di una storia noir in particolare — e’ proprio la logica. Tutti i conti devono tornare, tutti i fili devono annodarsi.

Da parte mia, prima di scrivere anche una sola riga, devo e voglio lavorare partendo da una solida “story structure”: concetto narrativo base, definizione del conflitto, elencazione dei personaggi, scansione dei “tre atti”, identificazione del climax (risoluzione del conflitto) ma, prima di qualsiasi altro elemento, chiarezza sul finale.

Non cosi’ paradossalmente, nella elaborazione della “story structure” parto sempre dal finale, lavorando poi a ritroso. Avendo ben chiara la “stazione di arrivo”, i problemi e i meandri che inevitabilmente sorgono nella stesura possono, e devono, essere risolti.

NI: Nella tua carriera hai anche scritto per il cinema. E’ differente scrivere un romanzo noir e una sceneggiatura per un poliziesco?

AA: Sia per la prosa che per la sceneggiatura i criteri narrativi rimangono gli stessi. Vale a dire quelli che ho esposto nella mia risposta precedente.

Criteri che risultano addirittura piu’ rigorosi nella sceneggiatura, formato narrativo che considero eccezionale. Nel quale pero’ — a meno di non ricorrere ad artifizi non sempre efficaci,  come la voce fuori campo o le sequenze di montaggio — “non si puo’ entrare nella testa dei personaggi”.

In sceneggiatura, l’informazione e’ affidata esclusivamente al dialogo e alla descrizione dell’immagine. Ecco perche’ in sceneggiatura la “story structure” e’ l’elemento cruciale.

NI: Il luogo migliore dove ambientare un noir?

AA: Qualsiasi luogo e’ buono. Componente fondamentale del noir e’ l’atmosfera.  Ne “Il Postino Suona Sempre Due Volte” (The Postman Always Rings Twice), altro capolavoro assoluto del noir del genio James Cain, basta una casa colonica isolata. Cio’ che conta e’ la tensione tra i personaggi e la gestione (narrativa) delle loro pulsioni.

    La mia personale pulsione per una storia noir e’ un luogo isolato e remoto, circondato da spazi giganteschi, spazi che diventano pero’ una strangolante “prigione senza sbarre.”

Molti anni addietro, a quattro mani con un grande sceneggiatore e drammaturgo americano, scrivemmo (e vendemmo anche) una scenaggiatura interamante ambientata in un stazione di lancio di missili intercontinentali (ICBM). Hi-tech thriller, certo, ma soprattutto claustrofobico thriller noir.

NI: Il consiglio che daresti a un autore che volesse avvicinarsi al genere?

AA: Leggere-Leggere-Leggere.

Esplorare e analizzare il lavoro degli immortali maestri del genere: James Cain, Jim Thompson, Raymond Chandler (visto in prospettiva piu’ noir che hard-boiled), poi i grandi autori scandinavi, gli eccezionali autori francesi.

Ma anche i nostri fuoriclasse: Giuseppe Genna, Valerio Evangelisti, Claudia Salvatori, Raul Montanari, Carlo Lucarelli, Patrick Fogli, Stefano Di Marino. Da ognuno di loro c’e’ sempre e comunque qualcosa da imparare.

NI: Tu hai vissuto molto tempo a cavallo tra Italia e Stati Uniti. Credi che il noir italiano sia provinciale oppure possa competere con i grandi nomi della letteratura poliziesca americana?

AA: Non c’e’ alcun provincialismo nel noir italiano. Abbiamo gli autori e abbiamo le storie. Purtroppo — e qui e’ bieco pragmatismo — ci ritroviamo a confronto con due barriere:

—  la barriera linguistica: “the world out there” VUOLE  la lingua inglese. Nel senso che, per accedere al mercato “globale” (senza entrare nel merito) le nostre storie dovrebbero essere scritte gia’ in inglese. Il che pero’ non risolverebbe comunque —

— la barriera protezionistica: soprattutto il mercato anglo-sassone e’ sbarrato a tutti gli altri linguaggi, hanno i “loro” autori e il “loro” mondo. E se li tengono ben stretti. Cercano di vendere tutto e tutti, ma non comprano (quasi) niente da nessuno.

NI: Qual è, secondo te, il futuro del noir italiano?

AA: La classica domanda da un milione di n-euri. Oggi abbiamo al lavoro almeno tre generazioni di autori, molti dei quali validissimi. La cosa dalla quale stare lontani e’ la ripetitivita’ di schemi. Forse il commissario, il brigadiere, il detective privato hanno fatto il loro tempo. Forse e’ necessario cercare protagonisti… “improbabili.”

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

AA: Parafrasando un cinico proverbio americano: Good is only skin-deep, Evil goes straight to the bone. Il Bene e’ solamente pelle, il Male va dritto all’osso.

2 risposte a “Alan D Altieri @ Noir Italiano

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