Riccardo Besola ci racconta Giorgio Scerbanenco


Riccardo Besola potrebbe, come ho già scritto qui, raccogliere la pesante eredità di Scerbanenco. Le vicende, la Milano anni ’70  e i personaggi hanno molto in comune con quelli del grande autore milanese. Per questo ho invitato Riccardo a raccontarci il suo punto di vista su Scerbanenco.

Noir Italiano: Ciao Riccardo e bentornato a Noir Italiano. Chi è per te Scerbanenco?

Riccardo Besola: Semplicemente il migliore autore italiano di noir e polizieschi. Un autore imprescindibile.

Noir italiano: Quando hai scoperto i romanzi di Scerbanenco?

RB: Una quindicina d’anni fa, i libri si pagavano ancora in lire. Da lettore il giallo e il noir non sono mai stati i miei generi preferiti. Con Scerbanenco credo invece di aver trovato quella normalità dell’orrore e quella profonda tragicità nei personaggi che andavo cercando anche negli altri generi; insomma, finalmente ho potuto sentire vicine a me delle storie noir.

NI: Cosa ti ha colpito maggiormente della Milano in cui si muove Duca Lamberti?

RB: Che è la stessa Milano che conosco io, distante dall’immagine che i media vogliono darle. Sono nato e cresciuto in zone popolari, tra gente onesta e meno, dove bisogna capire in fretta dove stare, e dove è facile fare la scelta sbagliata. Nelle opere di Scerbanenco ho ritrovato questa stessa autenticità, questa promiscuità tra bene e male. Nei suoi romanzi il bene non è mai del tutto bene e il male non è mai del tutto male. Credo che questo approccio sia estremamente realistico, soprattutto declinato sui personaggi, o meglio, su ciò che spinge i personaggi a fare una cosa piuttosto che un’altra, sul contrasto interiore che genera imperfezioni. E’ da queste sbavature che possono nascere le situazioni più interessanti capaci poi di muovere una storia e, per il lettore, far girare la pagina. Ti racconto un veloce aneddoto: da bambino ho trascorso molti pomeriggi a giocare in piazza Leonardo Da Vinci, mio zio abitava lì vicino, faceva il macellaio, era uno dei miei due zii preferiti. Il primo libro di Scerbanenco che ho letto è stato “Traditori di tutti”, se ne ricordi la storia puoi facilmente capire come mi abbia colpito all’istante. C’è quella piazza, c’è un macellaio… Mio zio adesso non c’è più e io abito dall’altra parte della città, ma quelle aiuole, quegli alberi, quei tram e quei palazzi sono nei miei ricordi.

NI: I romanzi di Scerbanenco sono ambientati negli anni ’60. Pensi che sia un autore datato ?

RB: Al di là delle specificità e delle contingenze di quegli anni, trovo lo stile di Scerbanenco estremamente moderno, a suo modo avveniristico. Anche le tematiche da lui affrontate sono ancora attualissime. No, non credo sia un autore datato, anzi, credo abbia ancora molto da dire a chi ne incontra le storie per la prima volta.

NI: Nella Milano dei tuoi racconti, quanto c’è di quella di Scerbanenco?

RB: Non lo so, è una cosa da chiedere a chi li legge, io non sono in grado di leggere con oggettività i libri che scrivo, c’è sempre troppo poco distacco, anche se qualche volta lascio passare dei mesi per riguardarli. Quello che so è che mi piacciono le periferie, i personaggi apparentemente normali, le situazioni in cui questa normalità viene alterata in modo violento e viscerale, mi piace caratterizzare fortemente la psicologia dei personaggi, concedergli dei segreti, e raccontare a mio modo di come questa normalità violentata possa reagire e svilupparsi, corrompersi.

NI: Il titolo di Scerbanenco che preferisci o che ti ha colpito maggiormente?

RB: Il primo che ho affrontato, di cui ti ho già detto, “Traditori di tutti”, poi a ruota “I milanesi ammazzano al sabato” e “La ragazza dell’addio”, che non è un poliziesco.

NI: Milano è cambiata moltissimo in questi decenni. Non rimane nulla di quella dell’epoca di Scerbanenco?

RB: Milano è cambiata certamente, così com’è cambiata la società. La malavita descritta da Scerbanenco sembra marcia all’inverosimile, ma credo sia peggiorata molto. Geograficamente di quella Milano molte cose sono rimaste quasi del tutto inalterate: piazza Leonardo da Vinci, i Navigli, la Torre Branca recentemente riaperta all’interno del Parco Sempione, Porta Venezia, via Manzoni.

NI: Scerbanenco sosteneva che un autore deve scrivere di ciò che conosce, se vuole apparire verosimile. E’ una lezione valida?

RB: Assolutamente sì. A questo aggiungerei una mia convinzione, che è compresa nel senso più esteso del conoscere. Un autore oltre a scrivere di ciò che conosce dovrebbe essere un attento osservatore e ascoltatore. Molto spesso vedo gente che vive a Milano ma ha un mondo tutto suo, se vivesse in qualsiasi altra città sarebbe uguale, sposterebbe soltanto il suo mondo fitto di impegni da un’altra parte. Quello che voglio dire è che un autore dovrebbe anche respirare ciò di cui scrive. Alle volte bisognerebbe sapersi annoiare a Milano, per poterla cogliere appieno.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase alla Scerbanenco…

RB: Ti anticipo qualche riga che forse vedrà la luce nei prossimi mesi: “In fondo Milano non è niente. Un dolore bambino, un amore a tempo. Ma Milano, in questo niente, non si lascia dimenticare. È così che diventa la città di ognuno, proprio lei che non appartiene a nessuno.”

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