Beviamo un bicchiere con Enrico Pandiani


Il torinese Enrico Pandiani è un autore che ama mescolare noir, azione e “scuse per massacri”. L’abbiamo invitato per farci raccontare il suo punto di vista sul noir italiano e sulla scrittura. Buona lettura!

Noir Italiano: Ciao Enrico, benvenuto a Noir Italiano. Che ci beviamo? Io una bella birra gelata. Tu?

Enrico Pandiani: A prima vista potresti pensare a un Pastis, in realtà prenderò un Gimlet di marlowiana memoria. Ne venni a conoscenza tanti anni fa leggendo Il lungo addio (Oreste Del Buono lo aveva tradotto con “succhiello”) e da allora è di gran lunga la mia bevanda preferita. Lo fai con un terzo di sciroppo di lime marca Rose’s, due terzi di Gin, ghiaccio e una scorzetta di limone. Meglio berlo in un tumbler basso che in un bicchiere da Martini.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

EP: Questa del significato di “noir” credo sia la controversia più pericolosa nella quale uno scrittore possa andarsi a cacciare. In genere, in questo tipo di discussioni non ce ne sono mai due d’accordo. Per me, di tutta la terminologia di genere, il noir è la più ampia. Per essere noir, un romanzo non deve avere per forza dei morti, poliziotti che indagano, malviventi che si scannano. Il noir è più un’atmosfera, la sensazione incombente di qualcosa che schiaccia il lettore e lo mette a disagio. Raccontato bene, anche il resoconto di una seduta di condominio potrebbe essere noir. Personalmemente ho sempre ritenuto autori come Dostevskij o Camus molto noir.

NI: Cosa rende Torino una città noir?

EP: Torino in questo momento è una città molto solare, bella da mozzare il fiato e molto piacevole da abitare. Però è una città che si presta a diventare un ambiente noir. Trovo che gli autori torinesi che si sono cimentati con questo genere abbiano subito molto l’influenza del romanzo noir torinese d’elezione, La donna della domenica, di Fruttero e Lucentini. Da quel romanzo in avanti, sembra che non si possano scrivere noir su Torino senza metterci di mezzo l’esoterismo, la magia e, soprattutto un certo ceto sociale, la così detta “Torino bene”, che parrebbe essere la vera essenza di questa città. Io non la penso così. Non c’è citta meno esoterica di Torino, è un posto molto reale, sempre in movimento, un crogiolo di razze e contraddizioni. La immagino piena zeppa di spunti per un vero romanzo d’azione popolare.

NI: Perché, tra tanti generi, hai deciso di cimentarti proprio con il noir?

EP: In realtà, io scrivo polizieschi che, però, rientrano di buon diritto nella vasta pletora del noir. Non so perché ho deciso di scrivere romanzi di genere. Io leggo molto più letteratura altra, ma il thriller è sempre stata una passione molto forte, sia nel cinema che nella letteratura. Ho sempre avuto voglia – e l’ho sempre fatto – di scrivere storie che mi facessero evadere dalla monotona attività di tutti i giorni. Il romanzo poliziesco in particolare, ti dà la possibilità di parlare di molte cose, di esprimere le tue idee e criticare quelle degli altri. Io mi ci trovo bene, mi permette di sviluppare i miei personaggi nella maniera che più mi è congeniale, lasciando spazio alle mie riflessioni sulla società nella quale mi tocca vivere. Però, mi rendo conto che la vera ragione potrebbe essere che non sono capace a scrivere altro.

NI:Come nascono i tuoi romanzi? Sono idee che vengono all’improvviso oppure dei lenti processi mentali?

EP: Io non parto mai da un episodio di cronaca nera, li trovo noiosi, quasi banali. Per dirne una, hanno impiegato trent’anni a stabilire che la contessa dell’Olgiata era stata uccisa dal maggiordomo. In genere mi capita di vedere qualcosa che mi colpisce al punto da scatenare una storia all’interno della mia testa. È sempre un impulso uterino, vedo questa cosa che può essere un oggetto, una persona, una via o semplicemente una canzone che ascolto, e vengo fulminato da un episodio che in linea di massima è l’inizio del romanzo. Su questo inizio costruisco tutto il resto. A volte comincio a scrivere con in testa un semplice abbozzo, altre volte butto giù una trama molto dettagliata e poi comincio la stesura. Il primo sistema mi mette generalmente nei guai, perchè arrivi a un certo punto e ti sei perso per strada. Allora tocca fermarsi e riannodare le fila. Però è divertente, indaghi con i tuoi personaggi.

NI: Quanto tempo dedichi in media alla scrittura?

Ep: Di questi tempi molto, è un momento piuttosto decisivo per la mia “carriera” di scrittore, quindi mi sono preso una sorta di anno sabbatico (leggi: un anno di vita nella miseria più nera) e mi dedico soprattutto al mio prossimo romanzo. Comunque, ogni momento è buono, mi sono comprato un computer così piccolo che posso quasi tenerlo in tasca.

NI: Secondo te, perchè il noir ha così tanto seguito tra i lettori italiani?

EP: Se parliamo di “noir” intendendo il romanzo di genere, penso che piaccia perchè di solito è molto divertente, ti tiene con il fiato sospeso, ti fa appassionare ai personaggi e non ti dà troppo da pensare. Però non ha mai soddisfato appieno il mio bisogno di conoscenza, per quello ci vuole ben altro. Dopo un paio di “noir”, quali che siano, ho sempre bisogno di leggere altre cose. Per assurdo, è proprio la letteratura altra che mi dà gli stimoli più forti, le conoscenze più ampie e le lezioni migliori. Tutte quelle informazioni che rielaboro prima di scrivere i miei romanzi.

NI: Il consiglio che dai a un autore esordiente che volesse avvicinarsi al noir?

EP: Non lo so, non sono un esperto in questo genere di risposte. Posso però basarmi sulla mia esperienza. Io ho scritto per più di trent’anni senza pubblicare una sola riga. Ho iniziato una mezza dozzina di romanzi che non ho mai terminato. Nel frattempo leggevo tantissimo. Penso quindi che la mia sia stata una ricerca stilistica; ogni volta cambiavo tempo, persona, ritmo, perchè quello che usciva dalla mia testa non mi piaceva. Mi divertivo, ma non ero soddisfatto. A un certo punto la mia ricerca è arrivata a una soluzione ed è nato Les italiens, il mio primo romanzo. È già stato scritto tutto, è quasi impensabile riuscire a fare qualcosa di veramente nuovo. Di conseguenza, la cosa importante in un romanzo è come lo scrivi. Quindi, il consiglio che penso di poter dare è quello di non voler pubblicare a ogni costo. Bisogna saper maturare e, soprattutto, non bisogna pensare di essere i più grandi scrittori del secolo ignorati da editori superficiali. Non è così. Il proprio stile è un po’ come le impronte digitali, è unico. Non è detto che lo si trovi all’istante.

NI: Il noir è fantasia ma anche documentazione e verosimiglianza. Come affronti la cosa?

EP: Dando per scontato che Internet, ancorché imperfetta, sia una fonte pressochè inesauribile di dati (si può addirittura fare un viaggio in macchina senza muoversi di casa), è comunque uno strumento che permette di fare ricerche piuttosto approfondite. Sapendosi muovere, per esempio, si può, attraverso i vari punzoni che porta incisi nel metallo, tracciare in maniera quasi realistica la storia di una pistola prodotta nel 1943, ricostruendone il percorso del suo utilizzo in battaglia e anche oltre. Questo, è un’aiuto straordinario per uno scrittore che possegga il WiFi (mi piace scrivere in poltrona). Però, a volte la rete non basta, bisogna leggere dei libri, spulciare archivi e parlare con persone competenti. Tutte cose che ti evitano di scrivere delle puttanate troppo grosse. Fa parte del lavoro e, molto spesso, è anche divertente.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

EP: L’ho preso per la collottola e l’ho buttato fuori dalla porta. Il tizio si è fatto un ruzzolone da manuale, lui da una parte e il suo portatile dall’altra. Rimbalzando sul marciapiede, il Mac Book Pro ha fatto i piccoli, una pioggia di tasti neri che si è sparsa tintinnando sull’asfalto. Per finire il lavoro, una betoniera che usciva dal cantiere lì davanti gli è passata sopra con nove delle sue diciotto ruote. Una frittata informatica.
Lui ha cercato di alzarsi per raccattare i rottami, ma l’ho bloccato schiacciandogli le dita di una mano con il piede. Ha urlato come un’aquila, così, per farlo star zitto, gli ho ficcato una ginocchiata sul naso. È cascato all’indietro finendo disteso tra i sacchi neri accatastati accanto al cassonetto. Pisciava sangue come un quadro di Goya.
Mi sono avvicinato lasciandogli il tempo di rimettersi dritto e gli ho passato il fazzoletto pieno di moccio secco che avevo in tasca. Si è tamponato le narici guardandomi con due occhioni da cartone animato.
«Questa volta ti è andata bene» ho detto bonario. «La prossima volta, prima di farmi un’intervista, è meglio se mi chiedi il permesso.»

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