Sui passi di Duca Lamberti_parte 3


L’ultimo episodio della serie della Milano di Duca Lamberti è “I milanesi ammazzano al sabato”, dove il medico investigatore si troverà a indagare sulla scomparsa di una minorata mentale. Così la descrive il padre, Amanzio Berzaghi:

“Io devo lavorare, io devo andare sempre alla Gondrand, non tanto per me, quanto per la mia bambina, le cure costano, non voglio mandarla al manicomio, piuttosto mi ammazzo. Naturalmente non è che la lasciassi sola tutto il tempo che io ero a lavorare, sa, io lavoro alla Gondrand, alla sede dei trasporti internazionali in piazza della Repubblica , e abito in viale Tunisia 15 , sono tre minuti di strada, col permesso del cavalier Servadio due volte al mattino e due volte al pomeriggio correvo a casa, tre minuti all’andata, tre al ritorno, quattro mi fermavo a casa per vedere che la mia bambina non avesse combinato qualche guaio, per dirle di fare la brava, ma andava tutto bene, doveva vedere come mi teneva pulita la casa, aveva la passione di sua madre per pulire per terra.”

Purtroppo la ragazza è stata uccisa (e il cadavere occultato in un covo ardente nella campagna lodigiana) e tocca a Lamberti scoprire i colpevoli. Peccato che il nome di questi giunga prima anche all’orecchio di Berzaghi, che in un momento di follia, decide di vendicarsi:

“Il signor Amanzio Berzaghi uscì dal bar vicino a casa sua, in viale Tunisia. Aprì la porta di casa, sempre, però, con la solita riluttanza, non gli piaceva tornare a casa da quando non c’era Donatella. Era venerdì sera, era l’una di notte passata, aveva potuto fare così tardi e bere tanta grappa perché faceva la settimana corta e l’indomani, sabato, avrebbe potuto dormire, ma nonostante l’euforia per l’alcool, quella casa in cui da troppi mesi viveva senza la sua bambina, senza la sua Donatella, gli dava malessere e vi entrava ogni volta a fatica. Accese subito la luce perché il buio, come a un bambino, gli faceva paura, e subito vide quella cosa. Era metà sotto la sua scarpa e metà fuori. Era una lettera. La tenne un poco sotto il piede, cercando di capire. Con fatica, attraverso i fumi della grappa, comprese che la lettera era stata infilata sotto la fessura della porta. Spostò il piede, si curvò e raccolse la lettera. La busta non aveva alcuna intestazione e non era chiusa. La guardò a lungo, senza aprirla, poi tirò fuori il foglietto che conteneva e lo lesse. Restò lì un po’ di tempo, a leggere e rileggere il biglietto che era nella lettera. Poi si mise lettera e biglietto in tasca, andò in bagno, aveva preso d’improvviso a zoppicare, ancora più del normale, fece appena in tempo ad arrivare in bagno e vomitò nel lavabo, niente, perché non mangiava quasi più niente, ormai, ma vomitò, il niente. Poi, scrupolosamente, da scrupoloso e pulito milanese, si tolse la giacca e fece una scrupolosa pulizia, poi si rimise la giacca, nel silenzio ormai assoluto dell’infinitamente desolato appartamento, attraversò il corridoio ed entrò nella piccola sala da pranzo che serviva anche da salotto, accese tutte le luci, sedette al tavolo e, sotto la luce del paralume vicino, rilesse il biglietto. Camminava zoppicando pesantemente, e pensava che stava dirigendosi verso via Ferrante Aporti numero 86. E ci arrivò, sotto un cielo che si stava guastando, senza nebbia ma grigio, sedette due minuti a riposarsi su una panchina del giardinetto, dalle aiuole senza erba, soffocato dal fianco destro della stazione centrale che gli incombeva addosso e dalle quattro vie che gli correvano intorno, ruggenti di un caotico traffico di camion postali, di taxi neurotici, di mastodontici autocarri che arrivavano da lontane città. Sapeva che non doveva andare in via Ferrante Aporti 86, ma appena ebbe ripreso fiato e il dolore al ginocchio si fu un po’ calmato, si alzò e imboccò via Ferrante Aporti . Il semaforo divenne verde. Egli attraversò l’incrocio con quel brivido dentro, che poi gli passò appena arrivò davanti al numero 86 di via Ferrante Aporti, e si irrigidì tutto, come avesse una spada d’argento infissa in lui, che lo tenesse rigido e inesorabile. «La signora Concetta Giarzone,» disse con cortesia lombarda al portinaio, pur con quella spada d’argento in sé. i milanesi ammazzano al sabato Fu forse il termine «signorina» che dette quel senso di sorriso all’espressione del portinaio? «Settimo piano.» Aggiunse sadico: «L’ascensore è guasto.» «Non fa niente,» disse Amanzio Berzaghi, dolcemente. Avrebbe fatto a piedi tutti i piani dell’Empire State Building […]. Salì un piano alla volta in quella nuova e pur già puzzolente casa che dava sull’intrico folle dei binari della stazione centrale e dei treni che correvano epiletticamente su di essi. Gli ultimi tre piani, però, li fece metà per volta, arrivato al settimo piano c’era una porta sola, senza nessuna targhetta. Prima di premere il campanello, riprese fiato, e quando il suo respiro fu tranquillo, mise l’indice sul bottoncino bianco sporco e schiacciò. Udì nettamente il ronzio del campanello.”

La grandezza del romanzo di Scerbanenco sta tutta in questo finale. I milanesi ammazzano il sabato, perché negli altri giorni della settimana sono troppo occupati a lavorare.

Scerbanenco aveva in progetto altri due romanzi con protagonista Lamberti (“I pulcini e il sadico” e “Le sei assassine”). Di questi due romanzi lo scrittore aveva già steso i primi plot (che si possono leggere nell’antologia “Il ritorno del Duca” edita da Garzanti). Purtroppo la morte dello scrittore, avvenuta nel 1969, ha privato tutti i lettori della possibilità di proseguire con le vicende di Lamberti. Rimane comunque la traccia, unica e inimitabile, di uno scrittore che ha saputo creare e dare un’anima al noir italiano creando un personaggio che, anche a cinquant’anni di distanza, continua ad appassionare moltissimi lettori, anche tra i più giovani. Forse poiché Lamberti ha un fortissimo senso della giustizia e della legalità e odia con tutta l’anima chi delinque (“Tradivano tutti, la madre sul letto di morte, e la figlia in clinica parto, vendevano il marito e la moglie, l’amico e l’amante, la sorella e il fratello, ammazzavano chiunque per mille lire e tradivano chiunque per un gelato, non occorreva neppure picchiarli, bastava frugare nel fondo melmoso della loro personalità, e veniva fuori vigliaccheria, canaglieria, tradimento.” dirà ne “I traditori di tutti”).

E rimane, indimenticabile, la sentenza che Lamberti emette nei confronti del crimine:

“I delinquenti sono stupidi, sennò non farebbero i delinquenti”

Se t’interessa l’argomento, allora dai un’occhiata a:

Scerbanenco vincerebbe lo Scerbanenco?

Scerbenanco Calibro 9, biografia di Giorgio Scerbanenco

Invertiti, tarati, non giusti

Il mondo di Giorgio Scerbanenco

Scerbanenco al cinema

Scerbanenco è tornato

Stazione centrale ammazzare subito

Milano noir, omaggio a Giorgio Scerbanenco

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...