Cinque cose che ho imparato dai noir all’italiana


A fare il caffè (Grazie a Loriano Macchiavelli e al suo Sarti Antonio)

Si prende una caffettiera e la si riempie d’acqua fino a sfiorare la valvola. Poi si mette il caffè, senza pressarlo. Si chiude e si mette sul fuoco. La fiamma deve essere al minimo, l’acqua deve salire senza bollire. Appena il caffè inizia a sgorgare, va spenta la fiamma e fatto riposare nella moka per qualche secondo prima di servirlo. Tanto a Sarti Antonio viene sempre buono e a me così così.

Ad ascoltare il blues (Grazie a Massimo Carlotto e al suo Alligatore)

Per me il blues, prima di leggere gli hard boiled dell’Alligatore, iniziava e si fermava a BB King. Il resto era un vuoto assoluto. Poi ho cominciato a cercare su You Tube le canzoni inserite nei romanzi di Carlotto. Beh, mi si è aperto un mondo. Alcune sono ballate tristissime da tagliarsi le vene, altre invece sono ritmiche e decise, belle da ascoltare.

A comprendere cos’è il latino-americano (Grazie a Marilù Oliva e alla sua Guerrera)

Per me, la musica latino americana era un’accozzaglia di suoni etnici che provenivano dai paesi al di là dell’oceano. Di ballarla non m’è mai venuto il pensiero. Poi, leggendo le pagine dei romanzi di Marilù, ho scoperto cos’è la rumba, il cha cha cha, la bachata, il merengue. Che ogni ballo ha una sua storia, un retroterra culturale ampio e ben radicato. Ah…comunque non ci vado lo stesso a ballarlo, la mia morosa non lo ama e io rimango attaccato alle mie radici house.

A capire che il surf non è solo stare su una tavola (Grazie a Gianpaolo Zarini e Andrea Novelli)

Per me il surf era “Un mercoledì da leoni”. Punto. Poi, che giovani ragazzi andassero a rischiare la pelle per cavalcare cavalloni alti parecchi metri, me ne poteva fregare quanto gli atti del congresso del partito comunista albanese del 1978. Leggendo il romanzo “Il paziente zero”, ho scoperto (Dio, quant’ero ignorante in un sacco di cose) di cosa sia una tavola leggera, una corta, una lunga, dell’attrezzatura necessaria per surfare. Ovviamente tutto ciò, a uno come me che ha imparato a nuotare a 25 anni, non può fare che spavento.

A come funzionano realmente le indagini di polizia (Grazie a Roberto Centazzo e al suo giudice Toccalossi)

Come tutti sono stato rincoglionito da anni di telefilm polizieschi che descrivevano agenti spericolati, sprezzanti del pericolo, bellocci da far schifo. Ho sempre avuto quell’idea romantica delle indagini di polizia. Grazie ai romanzi di Centazzo, che descrive in maniera particolareggiata l’iter inquisitorio, ho scoperto e capito che un’indagine è un lavoro lento, ripetitivo, a volte noioso (ore e ore d’intercettazioni ambientali e telefoniche da sbobinare) e che si basa su una formula semplice: il colpo di fortuna. Che il criminale compia un errore e a quell’errore ci si possa attaccare per poi risalire. Altrimenti è dura.

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

Intervista a Loriano Macchiavelli

Intervista a Massimo Carlotto

Intervista a Marilù Oliva

Intervista a Novelli&Zarini

Intervista a Roberto Centazzo

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