Invertiti, tarati, non giusti


Tra i tratti caratteristici di Scerbanenco c’è il fatto che scrivesse e ambientasse le sue storie negli anni ’60. La lontananza dai giorni nostri incide fortemente sulle ambientazioni, sulle idee e sui personaggi dei romanzi.

Certo, il fatto che le commesse della Rinascente vengano giudicate le donne più sensuali di Milano, che ai papponi sia dato il nome di lenoni, che molti comprimari dei racconti milanesi siano eredoluetici, besedoviani e affetti da malattie celtiche  (ovvero malati di sifilide dalla nascita per colpa dei genitori, strabici e affetti da patologie veneree), che i personaggi vengano giudicati secondo il perbenismo dilagante della società italiana dell’epoca (“..la donna era vergine e voleva mantenersi così, e allora faceva all’amore in modo da restarlo, chissà perchè.” Recita Lamberti ne “i ragazzi del massacro”) fa capire quanto lontana sia l’epoca delle storie del ciclo del Duca.

Ma c’è una caratteristica unica nella scrittura di Scerbanenco: egli infatti scrive quando l’idea del “politicamente corretto” non esisteva nemmeno. Le frasi, i toni e le descrizioni di alcuni personaggi sono così colorite da risultare, al lettore moderno, quasi imbarazzanti, eppure non sono volgari o cattive, sono solo lo specchio del pensiero degli anni ’60.

L’impatto più forte è quando ci si trova a leggere di personaggi omosessuali. Scerbanenco li apostrofa con termini come inequivocabili e cattivi, dove il caso meno eclatante è “particolari”. Esempio di “effeminati” si possono trovare in “Venere Privata”, dove il fotografo incaricato di fotografare e sviluppare le pellicole delle ragazze che facevano la vita viene descritto come uno schifoso, appiccicoso invertito, quasi malato. Nel romanzo “I ragazzi del massacro” compare la figura di Fiorello Grassi, unico tra la masnada di delinquenti della classe a non avere problemi in famiglia, ma essendo “invertito” e “tarato” poiché omosessuale, viene confinato alla scuola di recupero e finirà poi per suicidarsi al Beccaria.

Scerbanenco inserisce nel testo frasi del tipo: “Intanto mi ha detto che è un invertito”, “Il ragazzo, quello che non è giusto.”, “Di solito, gli anormali gli erano odiosi…”, “.. era un ragazzo tarato, ma non era un delinquente. Vanno alla caccia di vecchi signori non normali.” “mia sorella è lesbica. (…) Non sapevo nulla di questa particolarità di mia sorella.”.che suonano allucinanti al lettore moderno.

Molti infatti sono rimasti scandalizzati dal razzismo e dal giudizio insito in queste frasi ma bisogna anche comprendere che Scerbanenco è un autore perfettamente inserito nel contesto sociale italiano di quegli anni. Un’Italia perbenista, molto religiosa, che vedeva nell’omosessualità una malattia, un affronto alla natura dell’uomo (sotto il fascismo l’omosessualità era reato e comportava il confino). Pochissimi omosessuali potevano mostrare la propria sessualità senza ripercussioni sulla vita privata, sul lavoro (era previsto anche il licenziamento). Molto spesso la famiglia ripudiava coloro che giudicava effeminati (da me in Brianza ancora adesso è diffusissimo l’insulto “culattone” oppure la sua versione edulcorata “tumiami”).

Quindi, anche se possono apparire retaggio di un’epoca di completa chiusura mentale, i romanzi di Scerbanenco sono anche un modo molto utile per ricostruire il pensiero dell’opinione pubblica italiana degli anni ’60.

E la peculiarità di questo autore unico sta anche nel fatto che nessuno scriverà mai più parole come: “invertiti, anormali, non giusti, tarati, particolari, non a posto”.

Se t’interessa l’argomento, allora dai un’occhiata a:

Scerbenanco Calibro 9, biografia di Giorgio Scerbanenco

Sui passi di Duca Lamberti

Il mondo di Giorgio Scerbanenco

Scerbanenco al cinema

Scerbanenco è tornato

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Milano noir, omaggio a Giorgio Scerbanenco

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2 risposte a “Invertiti, tarati, non giusti

  1. E’ vero, parole come invertito non le userà più nessuno (se non ripercorrendo lo stile di Scerbanenco), ma i pregiudizi non sono morti con la fine degli anni sessanta, e se ne abbiamo sdoganato alcuni, soprattutto letterali, quelli morali purtroppo sono duri a morire. Dalla Milano di “Venere Privata” di Scerbanenco degli anni sessanta, alla Milano di “Appunti di un venditore di donne” di Faletti degli anni ottanta, le differenze non sono poi molte. Ci sono sempre delinquenti e papponi, affaristi e trafficanti. Quello che più cambia sono le tecniche di scrittura, di narrazione, gli aggettivi non sono più quelli e un incipit come quello di Faletti, negli anni sessanta non sarebbe certo stato tollerato, oggi invece pur facendo effetto lo si accetta perché il limite di cos’è definibile volgare ormai è cambiato. La schiettezza della scrittura di Scerbanenco però rimane una lezione di stile che ormai si può solo cercare d’imitare.

  2. Ciao Marco, sì Scerbanenco è ancora così godibile a 50 anni di distanza perché ha saputo essere diretto, colpire il lettore, senza coccolarlo. Certo, ai suoi tempi invertito non era un insulto ma comunque rimane un termine forte, che ancora adesso sa colpire! Grazie per leggermi!

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