Sui passi di Duca Lamberti_parte 1


Duca Lamberti è il personaggio creato dalla penna di Giorgio Scerbanenco. Protagonista assoluto del ciclo dei romanzi noir ambientati a Milano, veniva considerato dall’autore come una sorta di alter-ego. Ovvero tutto ciò che Scerbanenco avrebbe voluto essere e non era.

Lamberti era romagnolo, figlio di un questore di Polizia, trasferito da Palermo a Milano a seguito di un’aggressione nella quale era stato ferito. Laureato in medicina, è stato radiato dall’ordine per via un fatto alquanto controverso. Si era reso protagonista di un’eutanasia, procurata a un’anziana signora sofferente. In realtà il gesto di Lamberti non ha alcun connotato criminale, bensì si era trattato di un’esplicita richiesta della signora che, stanca delle sofferenze e dei dolori provocati dalla malattia, aveva implorato il medico di porre fine al suo calvario. Lamberti aveva somministrato un’iniezione letale all’anziana, uccidendola. Il fatto però aveva creato scandalo e aveva procurato a Lamberti, oltre alla radiazione dall’ordine, una condanna a tre anni di carcere per omicidio volontario.

Il primo romanzo del quale è protagonista è “Venere Privata”, del 1966, nel quale Lamberti viene presentato all’uscita del carcere, disilluso e privo di speranze nel prossimo. Verrà, per intercessione del questore Carrua, amico di suo padre, assunto da un imprenditore brianzolo, per redimere il figlio Davide, che appare caduto in una sorta di declino fisico e morale. Lamberti affronta la questione con piglio deciso. Non è un corrotto e neppure un cinico, è lontano anni luce dalla figura del detective all’americana. E’ un uomo controverso, con un immenso senso della giustizia e della legalità, ma che ama le maniere forti. Quando sorprende Davide mentre cerca di suicidarsi, lo riempie di schiaffi, adducendo che, sostanzialmente, “se muore, lui finisce nei casini. E non ha voglia di tornarci”. Il ricorso alla violenza è un tratto caratteristico di Lamberti, convinto che sia l’unica risposta possibile al crimine e alle storture della società (“Mascaranti, a me non piacciono le armi, a me piace picchiare”, dirà in seguito).

Davide versa in questo stato perché si è convinto di non aver salvato una ragazza che aveva conosciuto in autostrada e con la quale aveva avuto un rapporto sessuale, rinvenuta cadavere pochi giorni dopo. Alberta Casiraghi, la “venere privata” del titolo. Lamberti, coadiuvato dall’ispettore Mascaranti, dovrà indagare nel mondo della prostituzione a Milano. Così Scerbanenco descrive la situazione:

“In quel tratto di viale che dall’Arco Sempione mira al Castello Sforzesco, anche appena passate le dieci del mattino, vi sono sul bordo dello stradone accattivanti figure femminili, d’estate sommariamente ma aderentissimamente vestite che sanno di operare in una grande metropoli dove non vi sono provinciali limiti di orario o conformistiche divisioni tra notte e giorno e che a qualunque ora, dalle 00.00 alle 24.00, un cittadino può rallentare con la sua auto, e fermarsi a chiedere la loro cooperazione.”

Lamberti conoscerà Livia Ussaro, amica della vittima, con la quale instaurerà un difficile rapporto, l’unico possibile per un uomo che ha perso fiducia nella vita. Livia accetterà di aiutare Lamberti a individuare i colpevoli della morte dell’amica Alberta e per farlo s’introdurrà nel covo dei malviventi. Scoperta da quest’ultimi, verrà orribilmente sfregiata e Duca se ne sentirà per sempre colpevole. La disillusione di Lamberti si fa strada e contagia il lettore. Il medico è un uomo che ha pagato per colpe che non ritiene sue e quindi odia gli sfruttatori, i criminali, gli approfittatori. Come gli scappa detto in un dialogo con Livia:

“Ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo. Ma che vuoi schiacciare, tenerezza mia, più ne schiacci e più ce ne sono. E va bene, ma forse bisogna schiacciarli lo stesso.”

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Scerbenanco Calibro 9, biografia di Giorgio Scerbanenco

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