Incontriamo Lorenza Ghinelli


Lorenza Ghinelli, romagnola classe 1981, è una di quelle autrici a tutto tondo che fa piacere incontrare. Scrittrice di romanzi noir, è anche sceneggiatrice e collabora con la rivista online Carmilla. Una passione fortissima per la scrittura, dunque. Ho invitato Lorenza a raccontarmi come vive la scrittura e la sua opinione sul noir.

Noir Italiano: Ciao Lorenza  e benvenuta a Noir Italiano.Posso offrirti un amaro? Per me un buon mirto.

Lorenza Ghinelli: Ti ringrazio, ma con questo caldo preferisco una bella birra ghiacciata.

NI: Cosa significa per te noir?

LG: Preferisco risponderti che noir per me significa nero. Un colore. e basta. Per il resto credo che anche questa parola sia ormai abusata. è diventata un contenitore che ingloba storie che in comune hanno solo atmosfere, nonostante percorrano strade differenti segnate da visioni del mondo inconciliabili. Atmosfere noir non rendono noir un romanzo. Però devi scusarmi, io con le etichette non vado davvero d’accordo.

NI: Perché, tra tanti generi, hai deciso di cimentarti con il noir?

LG: Non ho deciso di cimentarmi con il noir, ho deciso di cimentarmi nello scrivere storie. è il mercato ad avere bisogno di accorpare gli scrittori in categorie, ma le storie, quelle vere, il genere lo trascendono.

NI: Ci sono molte scrittrici che si cimentano con il noir. Credi che il noir “al femminile” possa offrire diversi punti di vista rispetto ai romanzi di autori maschili?

LG: Un giornalista una volta mi chiese in quale modo la mia femminilità influenzasse la mia scrittura. Gli chiesi in quale modo la virilità influenzasse la sua. Mi rispose: “Ma non c’entra”, e io: “infatti”. Esistono buoni romanzi e romanzi che non lo sono affatto. Esistono libri che ti cambiano la vita e altri che non sanno donarti nemmeno una buona domanda. Non è il sesso a fare la differenza, ma chi scrive. Uomo o donna non c’entra nulla e non dovrebbe c’entrare in nessun campo dell’esistenza.

NI: Come nascono i tuoi romanzi?

LG: Dalla vita di tutti i giorni, o meglio, dalla sua elaborazione. Scrivo anche poesie, ma la poesia è differente, pretende slanci continui, cadute, uno sguardo impietoso sulla vita e una totale schiettezza nello sguardo, la capacità di terrorizzarsi. La narrativa invece ha bisogno di ragioni, di trovare un senso all’ineluttabilità dell’esistere, un antidoto al dolore e al terrore. I miei romanzi nascono da un processo di combustione interna, rappresentano il mio istinto di autoconservazione. Se scrivessi solo poesia mi sentirei perduta.

NI:Hai un luogo preferito per scrivere? Quanto tempo dedichi alla scrittura?

LG: Scrivo ogni giorno, e se non lo faccio sulla carta, o al computer, scrivo nella testa. è un processo inarrestabile, una ricerca continua. Quando scrivo davvero, fisicamente, preferisco farlo a casa mia. Come varco la soglia di casa la vita è più forte, vince la voglia di esperire rispetto a quella di elaborare.

NI: Scerbanenco sosteneva che un autore noir deve ambientare le storie nella città in cui vive, perché la conosce. Condividi questa filosofia?

LG: Credo che ogni storia debba avere radici forti nel vissuto di chi la narra. Si ha bisogno di un piano di realtà da cui prendere il volo.

NI :Quando scrivi lo fai seguendo una scaletta precisa oppure ti lasci guidare dalla scrittura?

LG: Cerco di seguire la mia scaletta mentale, ma non funziona. La scrittura quando ti prende ti prende. Opporsi è inutile, si rischia la finzione. Parlo di quel genere di finzione che nulla ha a che vedere con la verosimiglianza. Quando i personaggi prendono corpo, sangue e anima diventano come indipendenti. Sono personalità autonome, non tradirle diventa necessario al fine della credibilità della storia. Ma questo, ovviamente, è il modo in cui io vivo la scrittura.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

LG: Le lascio volentieri ai nostri politici. Ne hanno di meravigliose, rasentano l’horror. Preferisco salutarvi con un semplice grazie!

Ringrazio Marilù Oliva per aver reso possibile quest’intervista

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