Uomini, sbirri, scrittori


Cos’hanno in comune uomini come Giancarlo de Cataldo, Michele Giuttari, Roberto Centazzo, Maurizio Matrone, Piergiorgio di Cara, Vito Bollettino e Roberto Riccardi?

Sono tutti scrittori di romanzi giallo-noir, direte voi.

Avete indovinato a metà. Perché questi uomini, oltre a essere ottimi scrittori noir, sono anche appartenenti alle forze dell’ordine. Magistrati, poliziotti, carabinieri, uomini dell’antimafia. Loro e molti altri.

Questo mi ha portato a pormi una domanda: perché così tante persone, appartenenti alle forze dell’ordine, decidono di scrivere un romanzo dai toni noir?

Certamente il loro ambiente di lavoro è per forza di cose permeato degli elementi tipici del giallo: le guardie e i ladri. Ma non è soltanto questo a condurre questi uomini a raccontare, in forma romanzata, il loro vissuto quotidiano.

Ho posto la questione al maestro del noir italiano Loriano Macchiavelli, che mi ha risposto in maniera ironica:

“Da quando i magistrati arrivano con sempre maggior difficoltà a scoprire e a far punire i delinquenti reali, hanno pensato di raggiungerli e punirli con la fantasia. Non è un peccato, intendiamoci. Fanno benissimo. “

E’ questa la motivazione che conduce questi uomini a tramutarsi da “sbirri” a scrittori e a inseguire criminali di fantasia?

In effetti, se ci pensiamo, le parole di Macchiavelli non sono proprio campate in aria. Le indagini sono difficili, richiedono turni massacranti, i mezzi sono pochi e continuamente tagliati e la politica utilizza la parola “polizia” solo per riempirsi la bocca. In queste condizioni, riuscire ad acciuffare i colpevoli è un’impresa e poi, le storie di cronaca ce lo insegnano, quando si arriva al processo, basta un avvocato che sappia il fatto suo per far finire tutto a tarallucci e vino. Questo quando, è brutto da dire, lo stop alle indagini non arriva prima, dall’alto.

E’ dunque questa impossibilità di condannare i criminali reali che porta questi uomini a trasporre il proprio senso di giustizia nei noir che scrivono?

Ho chiesto al sua opinione a Piergiorgio di Cara, che lavora presso la Mobile di Palermo, e che di esperienza ne ha da vendere. E’ un uomo diretto, che non ama utilizzare più parole del necessario e mi ha colpito quando si è descritto come “uno sbirro che scrivere romanzi di sbirri”.

“Io penso” afferma Di Cara “ed è il mio caso sicuramente, che l’esigenza di scrivere per noi uomini delle forze dell’ordine in senso lato sia determinata dalla necessità, dall’urgenza di raccontare un mondo che è pressoché sconosciuto ai più. La massiccia produzione gialla italiana credo che non colmi questa assenza di “cronaca” di un ambiente particolarissimo come il nostro. Volevamo aprire uno scorcio sul nostro mondo, sulle nostre procedure e sui nostri tic, i nostri e quelli delle persone con cui abbiamo a che fare. A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia, mi sono trovato in situazioni talmente strane che a raccontarle sembrerebbero inventate e invece sono assolutamente reali Nei miei anni sul campo, alla mobile di Palermo, alla sezione rapine e alla sezione antimafia, ho vissuto cose assurde, irruzioni arma in pugno, appostamenti improbabili, catture di rapinatori in flagranza di reato davanti a una banca atterrati con mosse di lotta greco romana, inseguimenti folli, una sparatoria che ha salvato la vita a un mafioso dai killer venuti per ucciderlo, dissotterramento di cadaveri, ingressi clandestini in abitazioni di mafiosi per collocare microspie, mi sono finto tossico, andavo da solo allo zen per fare appostamenti nei fabbricati abbandonati dalle 5 del mattino alle 9 di sera completamente da solo senza telefonino né niente. Insomma di tutto di più, per questo a noi sbirri piace raccontarle queste cose..”

Allora la spinta a scrivere è data dalla voglia di raccontare il proprio mondo, di far conoscere al pubblico quello che sta dietro le indagini, smascherare il mito del poliziotto televisivo?

Gli appartenenti alle forze dell’ordine non somigliano certo agli sbirri del teleschermo. Sono semplici uomini, con i loro difetti e i loro pregi, che svolgono un lavoro che amano o che odiano, come tutti. E’ il voler raccontare la normalità dello “sbirro”, che porta questi uomini a tramutarsi in scrittori?

Roberto Riccardi è colonnello dei carabinieri e scrittore di romanzi polizieschi. Ho chiesto una sua opinione sul tema.

“Ti dico la mia, fermo restando che quanto dice il Grande Maestro (e caro amico) Loriano contiene senz’altro della verità. Magari per qualcuno è così.
Più in generale, credo che moltissime persone abbiano il sogno di scrivere un libro. Chi ritiene di averne la capacità prima o poi lo fa, e, se appartiene a una delle categorie professionali vicine al mondo delle indagini (magistrati, poliziotti e carabinieri, giornalisti di nera, ecc.), finisce fatalmente nel “genere“.
Perché è un genere che tira (le fiction insegnano: ne hanno fatte mille ma funzionano sempre), perché è più facile scrivere di ciò che si conosce, perché l’editore se sa che fai l’investigatore te lo chiede, perché ognuno di noi investigatori ha sempre qualche storia personale a cui ispirarsi…
Varie ragioni. Ma, fondamentalmente, non diverse da quelle di altre categorie professionali: l’insegnante scrive romanzi sulla scuola, il medico parla di ospedali, ecc. ecc. Non è sempre vero, ma spesso sì.”

Ovviamente non esiste una risposta univoca alla domanda “Perché si scrive?”. Scrivere è una particolarità del genere umano che non ha risposta. E’ semplicemente un impulso. C’è chi lo fa per passione, chi per denaro, chi spinto da motivi personali e chi per cambiare il mondo.

Io, di romanzi scritti da “sbirri”, ne ho letti tanti.

E mi sono sempre piaciuti.

 

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3 risposte a “Uomini, sbirri, scrittori

  1. Omar, generalmente preferisco non essere d’accordo, lo trovo più stimolante, ma ogni tanto mi fa piacere anche trovarmi in sintonia con qualcuno e oggi lo sono con tutti i tuoi ospiti (Piergiorgio poi è grosso ed è meglio non contraddirlo). Su quello che dice Macchiavelli solo un lieve appunto: farli punire (i criminali reali) è difficile, in quanto a scoprirli ci riusciamo molto più spesso di quello che si crede.

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