Un barbera con Fabrizio Borgio


Fabrizio Borgio, astigiano, è un autore noir, che ha pubblicato le proprie opere con la valida Fratelli Frilli editore. Oggi è qui con noi per parlare di noir e di come vive la scrittura.

Noir Italiano: Ciao Fabrizio e benvenuto a Noir Italiano. D’obbligo un calice di buon barbera, no?

Fabrizio Borgio: Ben trovato. Sì, direi che del barbera s’impone.

NI: Cosa significa per te noir?

FB: Non lo ritengo un genere, allo stato attuale. I generi letterari oggi come oggi non riescono più a stare rigidamente inscritti nei loro codici. Si compenetrano, influenzano e sfumano l’un nell’altro come in una sorta di caleidoscopio. Citando Giorgio Gosetti, il noir è uno stato d’animo, un’atmosfera, una sensazione che può permeare una storia.

NI: Asti è una città noir? 

FB: Asti ma più in generale il Piemonte lo ritengo un territorio noir. La regione che ha come capoluogo un polo della magia mondiale non può non mantenere una certa, vaga cupezza d’insieme. Asti nel suo particolare è una città che esprime i vizi, i difetti e le caratteristiche della provincia profonda, con tutte le conseguenze del caso.

NI: Perché tra tutti i generi, hai scelto di cimentarti con il noir?

FB: Ricollegandomi a quanto detto prima sul noir come definizione, non mi sento di definire le mie storie totalmente appartenenti al genere anche se alcuni elementi ne sono fortemente caratterizzanti. Ho iniziato a scrivere nell’adolescenza, trovando in questo strumento espressivo, un mezzo fondamentale per attraversare prima e risolvere poi quell’età così meravigliosamente drammatica. Proseguendo col tempo, la scrittura è diventata qualcosa di più, come qualcosa di più era quel che volevo comunicare scrivendo. L’aura noir è ideale per questo; per approfondire la società, la psicologia dei personaggi che la vivono e per poter criticare con un tono non troppo didascalico.

NI: Come ti comporti quando sei a caccia d’idee?

FB: In realtà sono le idee che cacciano me. Come api laboriose ronzano in testa e impollinano la storia. Lasciano un pensiero da una parte, un concetto dall’altra a volte apparentemente anche molto lontani tra loro finchè non si sedimentano in una bozza. Spesso butto giù appunti su una Moleskine che mi aveva regalato mia moglie con una sensibilità e un intuito squisitamente femminili.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura? 

FB: Ho il tempo discontinuo di chi si guadagna da vivere con un altro lavoro, che ovviamente impegna buona parte delle mie giornate. Generalmente scrivo la sera o il tardo pomeriggio. Può essere un’ora o due di stesura oppure un’immersione senza tempo, quando la fase creativa diventa intensa. Comunque, non è mai abbastanza il tempo che vorrei dedicarle.

NI:Il consiglio che daresti a un autore che volesse cimentarsi con il noir? 

FB: Leggere, leggere e ancora leggere. Non credo si possa pretendere di scrivere qualcosa se non si è un lettore appassionato e vorace. E leggere non solo gialli e noir, è limitativo fissarsi su un genere. Bisogna essere onnivori e poi essere severi e pignoli con se stessi, non avere fretta e presunzione che quel che hai appena sfornato è un capolavoro intoccabile. Non credo invece che sia particolarmente utile seguire corsi, narrare (bene) è un talento che hai dentro e non si può ne creare ne imparare, al limite sviluppare. Un’ultima cosa: alla larga dalle editrici a pagamento. Cercare un editore serio è un passo fondamentale.

NI: Sono moltissimi gli autori noir italiani. E’ ancora possibile essere originali o si rischia di cadere nella ripetitività?

FB: La possibilità di un’innovazione c’è sempre, è necessario però che non ci si abbarbichi ai dogmi, altrimenti la ripetitività prende il sopravvento. Viviamo tempi profondamente incerti, inquieti. Sviscerare ed esorcizzare questo stato di cose è un’esigenza che in molti sfogano nella lettura, in particolare in una lettura che non vuole essere consolatoria ma sincera fino alla spietatezza. Il noir soddisfa questa esigenza.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

FB: Ringrazio io per l’ospitalità. Ecco come vedo Asti nel libro che sto scrivendo attualmente: “Imperava la chiesa romanica, illuminata da fari incassati nel selciato. L’ampio rosone centrale era un occhio titanico che scrutava con iride multiforme la piazza, la città e oltre. Una teoria complessa di tetti e pinnacoli si spingeva nel buio, svettava sulle case di ringhiera e le viuzze medioevali…”

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