Misteri, detective e fornelli_parte 2


Su gentile concessione di Oscar Montani e del suo blog SoftBoiled, trattasi della serie di articoli firmati proprio da Montani, riguardanti il connubio letterario tra detective, misteri e cibo.

DOLCI BOCCONI AMARI

Cominciamo allora da Sherlock Holmes. Scorrendo le storie si scopre che  possiede sì una certa raffinatezza in fatto di cibi. Mostra di conoscere e riconoscere  gli ingredienti e non è ignorante in fatto di vini. E’ anche vero che spesso riesce ad accontentarsi di un pasto frugale, preso com’è dal vortice incalzante delle sue indagini. Succede invece che, durante le pause dalla sua attività, si conceda manicaretti raffinati, con ingredienti difficili da procurare e molto costosi: volatili, ostriche, vini della Borgogna. Si sospetta che a volte li cucini di persona, con la supervisione di Watson e la consulenza operosa della signora Hudson, la loro padrona di casa. La fine del XIX secolo ha visto la nascita, il diffondersi e il successo dei locali pubblici.  Holmes, personaggio pubblico, non può esimersi dal sedersi in un pub o dal partecipare a un pranzo al ristorante. Nei  romanzi  Conan Doyle lo fa apparire per ben tre volte il nome di un locale realmente esistito, Simpson Sinderstrand e in due ristoranti italiani.
Lo snodo è Philo Vance. Siamo intorno poco dopo il 1925, vive e mangia bene il detective dandy, ma ad un certo punto si lamenta di essere stato trasformato in un personaggio di discendenze nobiliari, colto e raffinato, amante della cucina francese. mentre per sua natura sarebbe stato portato più ai modi spicci e naturali dei campagnoli. Una volta confessa che di nascosto, la notte, frequenta bettole e puttane. Fiumi di birra con cibi indecorosi e pepati. Non ci si può troppo fidare di lui!
Il fatto interessante è che S.S. Van Dine (che simula di essere il biografo e il segretario del suo personaggio) sul serio ne sapeva parecchio di cucina, non cosette: un vero gaudente!
Anni fa, mi dicono,   uscì un  suo libro di ricette, in Italia anni dopo, credo con la Sonzogno (ma chissà?), non so se sia ancora disponibile.  Strepitose le ricette di Van Dine: una montagna, ma alcune è bene dirlo, parvero agli esperti di difficile esecuzione. Non ebbe successo. Anche di un solo  S.S. non ci può dunque fidare!
Ma i primi protagonisti di gialli che siano certificati come veri buongustai e intenditori prendono vita solo dopo, a partire dagli anni trenta  del XX secolo, ad opera di autori che vogliono per i loro personaggi caratteristiche più reali e più umane.
I precursori, affidabili, di questa nuova tendenza sono i personaggi di Agatha Christie.
Il raffinato Hercule Poirot, innanzitutto, ex poliziotto belga che, oltre a far lavorare  le piccole preziose cellule della materia grigia del suo cervello, ama far funzionare anche la bocca, ce ne accorgiamo spesso, soprattutto quando resta estasiato davanti a delle crostatine alla crema di lamponi (gli ricordano le Ardenne).
C’è poi la più provinciale e istintiva Miss Jane Marple che ben si sa muovere in una cucina e ama scambiarsi ricette con le amiche. Non d’alta cucina, roba country; come gli  scones al miele, i kidney pie,  deliziosi Pâté en croûte , il soufflé al cioccolato o gli  scones al miele (vedi immagine).
I due personaggi, che si alternano nelle uscite in libreria, diventano espressione di chi, come la loro autrice, ama la vita e le cose buone. Di recente è uscito Creme e crimini un ricettario apocrifo con tutti i cibi citati nelle storie di Miss Marple. Nei romanzi di Agatha Christie, però, il cibo non è solo fonte di piacere (gratifica i personaggi), ma anche protagonista e complice dei delitti, visto che spesso la morte sopraggiunge per una dose di veleno aggiunta ad una bevanda o ad un cibo. Negli scones, nel soufflé e nelle crostatine il veleno si nasconde bene. Anche nelle kidney pie, ma se alla vittima non piace il rognone?
Vi ricordate questo passo?
<< Mary Dove spense la luce e tirò le tende della portafinestra. Solo allora si girò e vide la donna riversa sui cuscini del sofà. Aveva passato uno degli scones al miele accanto alla tazza di tè ancora mezza piena, dopo averlo appena sbocconcellato. La morte aveva colto Adele Fortescue del tutto di sorpresa, e l’aveva folgorata all’istante … >>
(Polvere negli occhi, A. Christie)
E anche, assai più appropriato:
<< Miss Marple si girò verso di lui:
“Le cuoche mettono sempre delle decorazioni di zucchero sul pudding e sulla zuppa inglese, e chiamano quei vermicelli rosa e bianchi centinaia e migliaia. Quando ho saputo che cosa avevano avuto a cena per dessert ho subito capito. L’arsenico era nelle decorazioni di zucchero” … >>
(I tredici problemi, A. Christie )
Non mi piace per niente questa strumentalizzazione, mi leva il gusto del mangiare. Montalbano, infatti, quando mangia manco parla! Io sono come lui. Passiamo oltre.
Una delle massime espressioni del legame fra cibo e giallo ci viene fornita dal personaggio di George Simenon: Jules Maigret. Su di lui bisogna soffermarsi e mettersi seduti a un tavolo di bistrot.
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