Un caffè con Simone Togneri


Ho conosciuto lo scrittore Simone Togneri leggendo un suo racconto su un’antologia di racconti noir ambientati in Toscana e non ho saputo resistere dal chiedere la sua opinione sulla scrittura e sul noir. Ecco le sue risposte.

Noir Italiano: Ciao Simone, benvenuto a Noir Italiano. Posso offrirti un caffè?

Simone Togneri: E’ un piacere essere qui. Il caffè lo accetto volentieri. Di solito lo prendo corretto, con la correzione a parte, ma lascia pure qui la bottiglia.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

ST: Per me il noir è un viaggio nella la società in cui vivo e in cui cerco di mettermi in ascolto delle storie che aspettano di essere ascoltate. Storie quotidiane, a volte anche banali, ma reali, credibili. E non per forza a lieto fine. Scrivere noir per me significa viaggiare esplorando i lati più oscuri dell’animo umano. Senza limiti.

NI: Cosa rende la Toscana una regione da noir?

ST: Il contrasto tra luce e buio. Prendi Firenze, per esempio: da un lato Michelangelo e Dante, dall’altro il Mostro di Firenze. Due aspetti opposti dell’uomo. La luminosità del genio opposta al baratro oscuro della follia. Dove brilla la luce più intensa, l’ombra è più nera. A Firenze ho vissuto cinque splendidi anni, quando frequentavo l’accademia di Belle Arti, e posso assicurarti che a viverla da “fiorentino non fiorentino” questo divario si percepisce. Non è un caso che abbia cominciato a scrivere noir proprio in quel periodo.

NI: Quando scrivi parti da una scaletta predefinita oppure ti lasci guidare dalla scrittura?

ST: Sono uno che sente le voci, per cui di solito mi metto in ascolto e lascio che siano i protagonisti a raccontare. Magari cominciano da un dettaglio, da un’immagine, da una frase, e in quel caso preferisco non fare schemi per evitare “ingessature”. Magari capita che dopo aver scritto tracci una mappa della storia, giusto per vedere se i pezzi sono tutti al loro posto.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

ST: Cerco di scrivere tutti i giorni. Se poi ho una storia che grida, è probabile che ci passi anche le nottate e che tutto il resto del mondo finisca in secondo piano. Ho la fortuna di non dover timbrare il cartellino, quindi posso permettermi di decidere giorno per giorno.

NI: Parliamo di noir in sè stesso. Credi che si tratti solo di letteratura d’evasione o sia un modo che gli autori hanno per mostrare verità ritenute scomode?

ST: Credo che sia il modo per trasformare certe verità in lettura d’evasione. Alla ricerca della verità ci sono i libri inchiesta e l’operare di un certo giornalismo d’assalto che non ha nulla a che vedere con il noir. Il noir mantiene la poesia della narrazione, che diventa evasione nel momento in cui chi legge si immedesima nel protagonista. Anche se sbaglia. O, magari, proprio perché sbaglia. Si possono raccontare anche le verità più crudeli, denunciare qualsiasi tipo di situazione, ma sempre filtrando il tutto attraverso la fantasia oscura dell’autore.

NI: Il noir è invenzione ma anche documentazione e verosimiglianza. Come affronti la cosa?

ST: Documentarsi è essenziale. Così come è basilare scrivere di ciò che si conosce. E questo vale per ogni tipo di percorso narrativo. Per documentazione io intendo anche il semplice osservare l’ambiente che mi circonda, le persone, il loro linguaggio, i loro gesti. Questo è il mio primo passo verso la verosimiglianza, verso la credibilità. Poi c’è l’approfondimento tecnico. Se parlo di indagini scientifiche, dove nulla è lasciato al caso, cerco di capire ogni aspetto dei vari procedimenti, anche quelli di cui poi non parlo. Ho un caro amico che lavora nell’ambiente, e ogni volta lo tormento con mille domande. Mi è di grande aiuto.

NI: Una volta gli scrittori erano considerati intellettuali inarrivabili. Ora, grazie a blog, forum e social network, le distanze tra lettori e scrittori si sono ridotte. Pensi che un autore debba “sondare” che aria tira tra i lettori e ascoltare consigli e critiche?

ST: Per fortuna che le distanze si sono ridotte. Il confronto con i lettori è una merce preziosa che gli autori del passato non avevano. Erano inarrivabili loro malgrado. Personalmente non mi piacciono quegli autori (e ne conosco più di uno) che affermano di non accettare le critiche. Le critiche dei lettori sono utili. Anche se poi non le si appoggiano, sono spunto di riflessione. Chi scrive, così come chi fa un altro mestiere creativo, è in continua evoluzione. Il contatto con il pubblico è il modo migliore per mettersi in discussione e andare avanti. E’ chiaro poi che occorre saper distinguere le critiche buone da quelle cattive.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

ST: Nessuno è al sicuro da se stesso.

Se t’interessa l’argomento, allora dai un’occhiata a :

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2 risposte a “Un caffè con Simone Togneri

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