Il crimine e il noir secondo Cristina Brondoni


Esperta di psicologia comportamentale e di criminologia, Cristina è la curatrice del blog Tutticrimini, nel quale racconta il lato oscuro della personalità umana. E’ dunque la persona giusta per trascendere i limiti della letteratura e scoprire come e perchè la vita si tinge di noir.

Noir Italiano: Ciao Cristina, benvenuta a Noir Italiano. E’ un piacere averti qui in veste di criminologa. Cosa bevono di solito i criminologi? Facciamo uno spritz?

Cristina Brondoni: Ottimo. Ma andrebbe benissimo anche un’acqua minerale gasata. Senza ghiaccio e senza limone.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

CB: Significa fare un salto indietro nel tempo. A quando avevo 14 anni, una vita fa, e iniziavo a leggere Poe alternandolo un Agatha Christie e Stephen King che non erano noir, ma andavano bene. Mi piacevano il grigio, il nero, il fumo, l’acciaio, il freddo, il male che uscivano dai romanzi.

NI: Qual è il criminale letterario “più credibile” che tu abbia letto?

CB: Raskonilov di Delitto e Castigo per il senso di colpa. E Amanzio Berzaghi di I milanesi ammazzano il sabato per la cupa disperazione e la rabbia che lo spingono a uccidere. Lui, in effetti, è una vittima. E la rabbia che prova una vittima è potenza allo stato puro.

NI: A volte la realtà risulta più seguita della fiction. Come spieghi questa morbosità del pubblico italiano verso il delitto?

CB: Non so se si tratti di “morbosità”. E penso che non sia solo italiano. Credo che sia un misto tra gusto dell’orrido e il rendersi di conto di averla scampata, di esserci per raccontarla. Il delitto affascina perché è altro da noi, altro rispetto alla normalità, alla vita così politicamente corretta che viviamo. Siamo in cerca di emozioni. Non so nemmeno se sia una cosa tutta di oggi. Tra le foto pubblicate sui giornali, nel 1946, del delitto di via San Gregorio a Milano, quando Rina Fort, amante abbandonata uccise a sprangate la famiglia (moglie e tre figli) dell’uomo che le aveva fatto promesse mai mantenute c’è anche quella dei quattro corpi. Quello di Antonio, che aveva sì e no un anno, è sul seggiolone, sulla destra. I suoi fratelli (di 7 e 5 anni) sono distesi a terra coperti di sangue insieme alla loro mamma. Oggi nessuno credo avrebbe il coraggio (o forse il cattivo gusto) di pubblicare una foto del genere. E se è stata pubblicata significa che i direttori dei giornali dell’epoca erano certi che il pubblico fosse pronto a vederla, anzi, che avrebbe pagato, per vederla.

NI: La tv propone continuamente speciali, reportage, interviste, sui fatti di cronaca più scottanti. Non pensi che questo martellamento possa “assuefare” gli spettatori al delitto, correndo il rischio che si perda di vista il fatto che si tratti di un gravissimo reato?

CB: Credo dipenda dalle persone. Ci sono persone che si commuovono di fronte al dramma di un omicidio e altre che invece sono interessate al delitto in sé. La televisione ha sicuramente parecchi ruoli: informare, intrattenere, divertire. Sono le persone che attivamente scelgono di accendere la tv e di guardarla. E scelgono anche che programma guardare. Il fatto che ci siano speciali e approfondimenti è una moda, immagino. Come erano una moda, negli anni Ottanta, le tribune elettorali e i dibattiti. Può essere che si perda di vista la gravità del reato, ma forse la natura umana spinge, una volta che il fatto è accaduto, a trovare il colpevole per ristabilire il giusto ordine delle cose. Il crimine in una società ci deve essere. Coalizza le persone, funge da collante per alleare tutti verso un nemico comune. Poi sicuramente ci saranno quelli che sono assuefatti al dolore, ma credo lo sarebbero a prescindere da quello che la tv propone.

NI: Esiste il delitto perfetto?

CB: Immagino di sì. In Italia si parla tanto e giustamente degli incidenti stradali che causano una media di un migliaio di morti all’anno. Si parla anche parecchio degli incidenti sul lavoro che causano, anche quelli, circa un migliaio di morti l’anno. Nessuno invece parla degli incidenti domestici che causano, in media, ottomila morti all’anno. Difficilmente qualcuno si mette a indagare su un tizio che è cascato dalla scala mentre cambiava le tende del soggiorno. Ma, una volta che è arrampicato sull’ultimo gradito, quanto sarebbe difficile per la moglie dargli una lieve spintarella e farlo capitolare? E chi potrebbe provarlo? Le impronte sono da escludere, vivono insieme, il dna anche. Se non ci sono testimoni, è fatta. Se solo lo 0,5% delle morti che sono passate per incidente domestico fosse dovuto a un delitto, avremmo già 40 delitti perfetti (che su una media di 650 all’anno sono un congruo numero).

NI: Cosa spinge una persona a ucciderne un’altra?

CB: Probabilmente la rabbia. Bisogna essere davvero arrabbiati e parecchio motivati per ammazzare, volontariamente, un altro. Non è cosa facile, infatti, uccidere qualcuno (a meno che questi non sia sulla scala intento a cambiare le tende del soggiorno). Di solito la rabbia ci coglie quando qualcuno si frappone fra noi e la nostra meta. Si ammazza per un’infinità di motivi anche se i due principali sono i soldi e il sesso.

NI: Lo studio della mente di un criminale da parte di un criminologo è (con parecchie differenze, ovvio) come la creazione di un personaggio noir da parte di un autore. Quali sono le pratiche criminologiche che potrebbero essere utili per uno scrittore per caratterizzare al meglio il “cattivo” del romanzo ?

CB: Credo che non ci siano poi così tante differenze, in effetti. Il profiler riesce a unire dei punti invisibili per ricreare, nella sua mente, la mente del killer. Di solito si inizia a pensare come penserebbe il killer. Senza mai dimenticare che tutti siamo esseri economici. Facciamo quello che ci conviene fare, tagliamo per il parco se siamo in ritardo, per cui quasi sicuramente l’avrà fatto anche il killer. Nella realtà i cattivi sono persone normali, spesso decisamente poco affascinanti. Altrimenti non si spiegherebbe la consueta frase dei vicini di casa che, a qualsiasi latitudine, si affannano a dire: “Era così una brava persona, un po’ riservata forse, ma tanto una brava persona”. Di solito chi conserva teste umane nel freezer deve essere riservato, dato che il suo hobby non è socialmente accettato e difficilmente si riuscirebbe a infilare l’argomento in una conversazione tra amici. Il profiler di solito evita di lavorare di fantasia, si basa più che altro su delle associazioni. Il killer meticoloso, che non lascia tracce, che è ordinato (magari perché fa tagli precisi sulla vittima), potrebbe essere così anche nella vita di tutti i giorni. Come detto, siamo economici e anche un po’ noiosi. Se siamo soliti lasciare i vestiti sparsi ovunque, come se il nostro armadio fosse esploso, difficilmente avremo un’auto immacolata. Se invece pieghiamo con cura millimetrica tutti gli indumenti e il nostro armadio farebbe impallidire quelli delle riviste di arredamento, probabilmente la nostra auto sarà precisa e linda anche dopo un temporale. Per costruire un cattivo credo occorra sapere come tiene l’armadio, l’auto, che tipo di colazione fa, come mangia (divora? gusta? semplicemente si nutre?). A quel punto, si può iniziare a pensare a come ucciderebbe.

NI: In un romanzo di Marilù Oliva ho letto una considerazione che mi ha colpito. Noi abbiamo paura della morte ma ne siamo irrimediabilmente attratti. Una volta c’erano gli spettacoli dei gladiatori, ora, per esempio, quando c’è un incidente la gente fa la fila per vedere se c’è il morto. Cosa rende la morte così “intrigante”?

CB: La morte ha il suo fascino. Nessuno è mai tornato indietro a raccontarci che di là, guarda, va tutto bene, mi trovo bene, è un bel posto e c’è della bella gente. Per cui dobbiamo attendere che ci tocchi, ma nel frattempo, dare una sbirciata ogni tanto al morto di turno forse ci aiuta a farci un’idea. I gladiatori sono stati soppiantati da CSI che all’ora di cena offre i corpi morti aperti sul tavolo autoptico mentre chiediamo a nostro marito: “Mi passi il sale?”. Ci sta. Il gusto dell’orrido, la curiosità di vedere cosa c’è dopo, l’evoluzione del nostro corpo che adesso conosciamo così bene e che diventerà non si sa bene che cosa e quando. E poi le domande: come morirò? Sarà per malattia a 96 anni nel mio letto circondata da amici e parenti? Oppure domattina, mentre corro dietro al tram? Siamo a tempo, non sappiamo quanto ce ne resta, per cui covare un po’ di curiosità e farsi due calcoli non è poi così strano.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

CB: Citando Gil Grissom di CSI che citava Jean Paul Sartre: “L’inferno sono gli altri”.

8 risposte a “Il crimine e il noir secondo Cristina Brondoni

    • Ciao Vito,
      per me il delitto perfetto non esiste, fa parte della natura umana essere “imperfetti”
      di delitti irrisolti il nostro paese è così pieno che alla fine son più quelli irrisolti che quelli risolti.
      Irrisolvibile è quel delitto che coinvolge poteri forti che hanno convenienza che tutto venga insabbiato e hanno il potere di influenzare le indagini (e anche qui, purtroppo, Italia docet)

    • Ciao Vito,
      credo non ci siano delitti irrisolvibili. Immagino che risolverli sia una questione di volontà, soprattutto e, naturalmente, di abilità.
      Quello irrisolto è il delitto in attesa di essere risolto. Anche se, più passa il tempo, più le possibilità che resti irrisolto aumentano (dare un nome a Jack Lo Squartatore ormai è piuttosto difficile, credo).
      Il delitto perfetto è, teoricamente, quello senza movente. Teoricamente.

      • Ciao, Cristina, a livello puramente accademico/filosofico (tanto per fare due chiacchiere sul sesso degli angeli), puo essere immaginabile un delitto senza movente? Io penso di no.

      • Ciao Vito,
        a livello puramente teorico sì, può essere possibile. Ma in genere è sufficiente che il movente sia chiaro solo al killer per gettare gli investigatori nella disperazione. Di solito si uccide per sesso e/o per soldi.
        Ma c’è anche chi uccide per sentirsi potente.
        I serial killer, per esempio, uccidono persone scegliendole secondo un loro personalissimo metro e per le loro personalissime ragioni (di solito, appunto, perché vogliono vedere gli altri soffrire, vogliono infliggere dolore cosa questa che gli procura piacere).
        Molti di loro, pur avendo sfidato polizia e giornalisti, sono rimasti liberi, Zodiac è il caso più eclatante.
        Nella stragrande maggioranza dei casi (e quindi lasciando il campo teorico e filosofico) la gente ammazza con un movente chiaro ai più (sesso e/o soldi).
        L’omicidio di Marta Russo sembra essere invece uno di quei delitti senza movente. Sembra.

  1. Anche io sono convinto che il delitto perfetto non esista. Quelli irrisolti (non sono poi così tanti come si crede, almeno rispetto ad altre cose) sono tali per difetto di mezzi, di tempo, per cialtronaggine, ma non per la perfezione dell’esecuzione.

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